![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 GENNAIO 2000 |
|
| Christopher Peacocke, "Being Known", Clarendon Press, Oxford 1999, pagg. 358, sip. |
| 2 = 4 - trovino posto in un mondo iperuranio, che spetta alla
matematica descrivere, proprio come la biologia descrive le proprietà
degli organismi. È facile che un matematico che pensa a questo modo
attribuisca a se stesso e ai suoi colleghi una speciale facoltà mentale,
detta "intuizione", che dà accesso a questo mondo iperuranio; e però
avrà una certa difficoltà a spiegare in che modo le usuali tecniche
dimostrative, che sono una parte importante della pratica matematica,
possano avere un ruolo nella produzione di conoscenze matematiche. Se la conoscenza matematica è essenzialmente "visione", sia pure di tipo particolare, che c'entra il ragionamento? In fin dei conti, non si usa dimostrare che la mela che si ha nel piatto è davvero verde, né è chiaro come si potrebbe farlo. Quello del matematico platonizzante è un caso particolare di ciò che Christopher Peacocke, filosofo di Oxford, chiama il problema dell'integrazione tra metafisica ed epistemologia, ovvero tra il modo in cui viene concepito un certo dominio di fatti e il modo in cui viene definito il nostro accesso epistemico a quei fatti, cioè il modo in cui li conosciamo. Un altro caso è quello del passato. Intuitivamente, gli eventi passati (come il fatto che ieri piovesse, o la battaglia di Lepanto) sono eventi come quelli che si svolgono nel presente, solo che si sono svolti in qualche momento del passato: "Ieri è piovuto" è vero se ieri le cose sono andate esattamente come dovrebbero andare oggi affinché sia vero "Piove". Inoltre, sembra chiaro che un evento passato può lasciare tracce che sono indistinguibili dalle tracce che avrebbe lasciato un evento diverso: per esempio, se un archeologo trova certi oggetti tutti insieme, è possibile che siano insieme perché venivano usati insieme, o invece che siano arrivati lì (per una ragione qualsiasi) da luoghi disparati. Se queste intuizioni metafisiche sono giuste, da un lato il passato è perfettamente oggettivo, dall'altro non è ricostruibile a partire dal presente. E d'altra parte, il passato è come tale inaccessibile: non è un "posto" in cui si possa andare a vedere come stanno le cose. Sembra (ma, secondo Peacocke, sembra soltanto) che la nostra conoscenza del passato sia inferita dalla nostra conoscenza del presente. Un altro esempio è quello delle verità necessarie. Le verità necessarie sono definite, da Leibniz in poi, come proposizioni "vere in tutti i mondi possibili". Ma i mondi possibili, come il passato, non sono luoghi, in cui si possa andare a vedere come stanno le cose. Come è possibile, allora, conoscere le verità necessarie? Che cosa c'entrano con i mondi possibili i metodi dimostrativi grazie ai quali noi riteniamo di conoscere verità necessarie come quelle della matematica e della logica, o quelle più modeste come "Nessuno scapolo è sposato"? I problemi di integrazione possono essere trattati in vari modi. Si può sostenere, da scettici, che la conoscenza in un certo ambito è semplicemente impossibile (malgrado le apparenze): ad esempio che il passato è, a rigore, inconoscibile. Oppure, ancora più radicalmente, si può pensare che un certo dominio sia così mal concepito che gli enunciati relativi a quel dominio non hanno condizioni di verità chiare: che, per esempio, non si capisce proprio che cosa vuol dire che un'azione è libera (e perciò è ovvio che non sia chiaro come è possibile accertare che un'azione è o non è libera). In termini più moderati, si può pensare che quello che pare un dominio di fatti non sia davvero tale: che per esempio gli enunciati matematici non asseriscano fatti, e che quinadi non ci sia, nel caso della matematica, una metafisica da riconciliare con l'epistemologia. Si dovrà allora fornire una teoria che spieghi in che modo tali enunciati non fattuali abbiano tuttavia un posto importante nella nostra vita, nella scienza eccetera. Queste sono tutte soluzioni che eliminano il problema. Quelle che Peacocke favorisce, almeno nei casi di cui si occupa, consistono invece o nel ripensare la metafisica (come egli sostiene che si debba fare nel caso delle verità necessarie), o nel ripensare l'epistemologia, o nel ripensare la relazione tra metafisica ed epistemologia in modo da far sparire la tensione (caso del passato). Vediamo, ad esempio, il caso della necessità. Qui si tratta di concepire i mondi possibili non come pianeti lontani - così lontani da essere inaccessibili alla conoscenza - ma in modo tale che i nostri usuali procedimenti di dimostrazione garantiscano che le verità dimostrate sono tali "in tutti i mondi possibili", cioè comunque sia fatto il mondo. Tradizionalmente, la filosofia se l'era cavata identificando le verità necessarie con le verità a priori (cioè indipendenti dall'esperienza); era poi facile mostrare che i metodi dimostrativi usati, ad esempio, in matematica non facevano ricorso all'esperienza. Così aveva fatto Kant, e molti altri dopo di lui. Ma, dopo Kripke, è diventato difficile identificare verità necessarie e verità a priori: sembra infatti che esistano verità necessarie che non sono a priori, e forse anche verità a priori che non sono necessarie. Come garantire, allora, che i nostri metodi di dimostrazione stabiliscano verità necessarie? Peacocke ottiene questo risultato mostrando che i principi d'inferenza, a cui facciamo appello nelle nostre dimostrazioni, valgono in ogni situazione possibile, sicché le conclusioni ottenute in forza di quei principi sono a loro volta vere in ogni situazione possibile (se sono vere nel mondo reale). Ciò dipende, a sua volta, da come concepiamo una situazione possibile; senza entrare nei dettagli, Peacocke ritiene che noi consideriamo possibili le situazioni in cui i concetti funzionano all'incirca come nel mondo reale: per esempio, è possibile una situazione in cui io sono scapolo (di fatto, sono sposato), ma non una situazione in cui sono contemporaneamente scapolo e sposato. E se una situazione possibile sta in quel rapporto col mondo reale, allora un principio d'inferenza che vale nel mondo reale vale anche in quella situazione possibile. Non tutto è convincente nel complesso tour de force teorico di Peacocke: in particolare, si può pensare che egli non faccia altro che incorporare nel suo concetto di situazione possibile i principi d'inferenza a cui facciamo appello nelle dimostrazioni. Se anche fosse così, tuttavia, egli sarebbe riuscito a indicare un modo plausibile di conciliare una concezione oggettivistica (cioè non convenzionalistica) della necessità con la possibilità di conoscere verità necessarie, e di conoscerle in forza dei tradizionali metodi dimostrativi. |