Kierkegaard, Andersen e Mr Hyde| Il polemico pamphlet del filosofo sull'opera del favolista danese |
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| Sören Kierkegaard, "Dalle carte di uno ancora in vita", Morcelliana. Pagine 140. Lire 16.000 | Non sarebbe una trovata malvagia, tutto sommato, quella di una storia della letteratura
ordinata per scartafacci. Ci riferiamo allo stratagemma plurisecolare con il quale gli autori -
da Cervantes a Manzoni, da Walpole a Eco e oltre - si fingono semplici curatori di
manoscritti altrui rinvenuti in modo fortuito o fortunoso. Se mai qualcuno volesse realizzarla,
questa idea balzana della letteratura "che fa finta", di sicuro un capitolo importante
dovrebbe spettare al danese Sören Kierkegaard, filosofo con il vizio del racconto e, più
ancora, del mascheramento multiplo, messo in atto attraverso una serie di pseudonimi ed
eteronimi da fare invidia a Pessoa.
Molto prima di travestirsi da Climacus e Anti-Climacus (estensori presunti delle sue opere
della maturità), nel 1838 il venticinquenne Kierkegaard pubblica il suo libro d'esordio
asserendo di mandare in stampa uno scritto proveniente "dalle carte di uno ancora in vita".
Il testo - che viene ora presentato in prima traduzione italiano da Dario Borso per i tipi di
Morcelliana - è accompagnato da un "Chiarimento" introduttivo in cui Kierkegaard recita la
parte del signor Hyde di sé stesso, attribuendosi una doppia personalità alla quale andrebbe
fatta risalire l'effettiva paternità del pamphlet.
Che Kierkegaard debutti come scrittore satirico non sorprende più di tanto. A stupire è
semmai il suo bersaglio, ovvero il compatriota Hans Christian Andersen, che nella
dettagliata ricostruzione della polemica proposta da Borso si rivela come il prototipo dello
scrittore di successo strapazzato dalla critica. A infastidire Kierkegaard non è l'Andersen
favolista ancora oggi conosciuto e apprezzato, ma l'autore di romanzi strappalacrime come
Nient'altro che un suonatore ambulante (1837) che offre lo spunto al libello dietro al
quale il popolare scrittore credette di ravvisare la longa manus della cricca hegeliana che
aveva di recente messo radici in Danimarca.
In realtà neppure in questo caso Kierkegaard agisce per conto terzi e segue anzi il filo di un
suo personalissimo ragionamento, in base al quale Andersen fallisce come narratore perché
manca di una convincente "visione di vita". Potrebbe forse essere un discreto personaggio
poetico o romanzesco, ma non un autore degno di rispetto, dato che nelle sue pagine manca
quello "spirito immortale che sopravvive al tutto".
Andersen, si capisce, non la prese bene e, qualche anno più tardi mise alla berlina
Kierkegaard presentandolo come "parrucchiere hegeliano" in una sua commedia. Era il
1840 e il filosofo, nel pieno della tormentata storia d'amore con Regine Olsen, vergò una
risentita controreplica che però preferì non pubblicare. Forse perché tornare a duellare con
Andersen avrebbe significato gratificare eccessivamente un autore che Kierkegaard non
stimava. O forse perché, strada facendo, il suo alter ego aveva trovato nuove occasioni di
interesse, ulteriori spunti di polemica e riflessione per i quali lo sventurato suonatore
ambulante di Andersen non risultava più funzionale. Vallo a sapere che, fra tutti gli scrittori
danesi del primo Ottocento, i soli a guadagnarsi una notorietà durevole e universale
sarebbero stato proprio il bistrattato Andersen e il suo carnefice Kierkegaard. |