RASSEGNA STAMPA

15 GENNAIO 2000
ALESSANDRO ZACCURI
Kierkegaard, Andersen e Mr Hyde
Il polemico pamphlet del filosofo sull'opera del favolista danese
Sören Kierkegaard, "Dalle carte di uno ancora in vita", Morcelliana. Pagine 140. Lire 16.000
Non sarebbe una trovata malvagia, tutto sommato, quella di una storia della letteratura ordinata per scartafacci. Ci riferiamo allo stratagemma plurisecolare con il quale gli autori - da Cervantes a Manzoni, da Walpole a Eco e oltre - si fingono semplici curatori di manoscritti altrui rinvenuti in modo fortuito o fortunoso. Se mai qualcuno volesse realizzarla, questa idea balzana della letteratura "che fa finta", di sicuro un capitolo importante dovrebbe spettare al danese Sören Kierkegaard, filosofo con il vizio del racconto e, più ancora, del mascheramento multiplo, messo in atto attraverso una serie di pseudonimi ed eteronimi da fare invidia a Pessoa. Molto prima di travestirsi da Climacus e Anti-Climacus (estensori presunti delle sue opere della maturità), nel 1838 il venticinquenne Kierkegaard pubblica il suo libro d'esordio asserendo di mandare in stampa uno scritto proveniente "dalle carte di uno ancora in vita".
Il testo - che viene ora presentato in prima traduzione italiano da Dario Borso per i tipi di Morcelliana - è accompagnato da un "Chiarimento" introduttivo in cui Kierkegaard recita la parte del signor Hyde di sé stesso, attribuendosi una doppia personalità alla quale andrebbe fatta risalire l'effettiva paternità del pamphlet. Che Kierkegaard debutti come scrittore satirico non sorprende più di tanto. A stupire è semmai il suo bersaglio, ovvero il compatriota Hans Christian Andersen, che nella dettagliata ricostruzione della polemica proposta da Borso si rivela come il prototipo dello scrittore di successo strapazzato dalla critica. A infastidire Kierkegaard non è l'Andersen favolista ancora oggi conosciuto e apprezzato, ma l'autore di romanzi strappalacrime come Nient'altro che un suonatore ambulante (1837) che offre lo spunto al libello dietro al quale il popolare scrittore credette di ravvisare la longa manus della cricca hegeliana che aveva di recente messo radici in Danimarca. In realtà neppure in questo caso Kierkegaard agisce per conto terzi e segue anzi il filo di un suo personalissimo ragionamento, in base al quale Andersen fallisce come narratore perché manca di una convincente "visione di vita". Potrebbe forse essere un discreto personaggio poetico o romanzesco, ma non un autore degno di rispetto, dato che nelle sue pagine manca quello "spirito immortale che sopravvive al tutto". Andersen, si capisce, non la prese bene e, qualche anno più tardi mise alla berlina Kierkegaard presentandolo come "parrucchiere hegeliano" in una sua commedia. Era il 1840 e il filosofo, nel pieno della tormentata storia d'amore con Regine Olsen, vergò una risentita controreplica che però preferì non pubblicare. Forse perché tornare a duellare con Andersen avrebbe significato gratificare eccessivamente un autore che Kierkegaard non stimava. O forse perché, strada facendo, il suo alter ego aveva trovato nuove occasioni di interesse, ulteriori spunti di polemica e riflessione per i quali lo sventurato suonatore ambulante di Andersen non risultava più funzionale. Vallo a sapere che, fra tutti gli scrittori danesi del primo Ottocento, i soli a guadagnarsi una notorietà durevole e universale sarebbero stato proprio il bistrattato Andersen e il suo carnefice Kierkegaard.
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