RASSEGNA STAMPA

9 GENNAIO 2000
LORENZO INFANTINO
Quando la proprietà significa libertà vera
Richard Pipes, "Property and Freedom", Alfred A. Knopf, New York 1999, pagg. 328, $ 30.
Che Richard Pipes ci consegni ora un libro dedicato ai rapporti fra proprietà privata e libertà non è una sorpresa. Com'è noto, il nome di Pipes è legato a una lunga serie di volumi sulla Russia e sul comunismo. Ed è conseguente, per chi si sia occupato e si occupi di tali argomenti, giungere a una più generale riflessione sulle basi economiche della libertà. Lo stesso Pipes dice che l'opera che qui segnaliamo al lettore è quasi un "prodotto naturale" del suo "precedente lavoro".
Lo scopo del libro è quindi squisitamente teorico, giacché l'autore tende a stabilire un nesso fra regime proprietario e regime politico. Egli lamenta che sovente "i libri sulla libertà" si concentrino sull'evoluzione del suo concetto, ma ignorano il problema delle condizioni economiche che la rendono possibile. E la questione non è trascurabile. Infatti, "se una qualche forma di proprietà è possibile anche dove non c'è libertà", la situazione opposta è del tutto "inconcepibile".
Pipes pone a corredo della sua tesi uno snello e incisivo excursus sulla storia delle idee. Esamina anzitutto la posizione di Platone, di cui commenta la nota affermazione stando alla quale lo Stato "governato nel modo migliore" è quello in cui l'aggettivo "mio" perde il suo significato individuale per acquisire quello collettivo di "nostro". Si sofferma sulla distinzione fra imperium e dominium. Cita Seneca laddove questi propone una separazione fra potere politico e proprietà privata. Critica la tradizione contrattualistica e, in via generale, tutti quegli autori che indicano nello Stato il presupposto della società e che quindi affidano la soluzione del problema dell'ordine sociale alla variabile politica: una concezione che fa dello stesso potere politico il creatore della proprietà privata, che viene così esposta alla manomissione e alla confisca.
Stando a Pipes, l'autore che per primo ha chiaramente spiegato lo sviluppo sociale attraverso la distribuzione della proprietà è stato James Harrington che, nella sua Oceana del 1656, scriveva esattamente: "Se la terra è suddivisa in modo tale che nessuna persona o nessun gruppo, nell'ambito dei pochi o dell'aristocrazia, abbia la preminenza, il governo (se non interviene la forza) è una repubblica".
Pipes fa bene a riconoscere i meriti di Harrington. Sorprende però la mancata attenzione nei confronti di François Bernier. Non possiamo stabilire se questi abbia letto l'Oceana di Harrington. E tuttavia, avendo vissuto fra il 1659 e il 1669 alla corte del Gran Mogol, si è potuto rendere testimone del fatto che la proibizione della proprietà privata sta alla base dei sistemi dispotici orientali e della loro inefficienza economica. I suoi Voyages saranno nel Settecento un testo a cui farà riferimento la nascente scienza sociale. In essi, si possono leggere brani come il seguente: "Questi tre stati, la Turchia, la Persia e l'India, hanno annientato la stessa nozione del mio e del tuo, applicata alla proprietà, nozione che è a fondamento di tutto ciò che c'è di buono e di bello al mondo".
Adam Smith, che dei Voyages aveva nella propria biblioteca un'edizione apparsa ad Amsterdam nel 1710, cita Bernier nella Wealth of Nations, e lo fa in termini estremamente elogiativi. D'altronde, una delle acquisizioni della scienza sociale scozzese sta esattamente nell'avere ben messo in evidenza il legame esistente fra proprietà privata e libertà politica. Un risultato che può riassumersi con quanto incisivamente scritto da William Robertson nella sua History of Charles V: "Se conosciamo in quale condizione si trova la proprietà privata, possiamo con precisione stabilire quale sia l'estensione del potere detenuto dal sovrano".
Pipes richiama giustamente William Prescott. Fa riferimento alla History of the Reign of Ferdinand and Isabella. E tuttavia materiali non meno interessanti avrebbe potuto trovare nelle opere successive di Prescott: in particolare, nella Conquest of Peru, dove la popolazione locale viene vista, a causa della mancanza di proprietà privata del suolo, come un esercito di "impiegati dello Stato", paragonabili "al condannato ai lavori forzati, che continua la sua monotona fatica quotidiana".
Si sa: in un territorio come quello su cui Pipes è impegnato, non tutte le piste possono essere percorse. L'autore non manca comunque di fare riferimento alla grande opera, Oriental Despotism, di Karl Wittfogel e, in connessione con questa, non manca di ricordare che Marx conosceva tutte le caratteristiche del "modo di produzione asiatico". Più esattamente, egli era giunto ad affermare che il dispotismo orientale "racchiude lo spirito umano entro l'orizzonte più angusto, facendone lo strumento docile della superstizione, asservendolo a norme consuetudinarie, privandolo di ogni grandezza, di ogni energia storica".
Ma ciò non gli ha impedito, commettendo un vero e proprio "peccato contro la scienza", di proporre per l'Occidente la "terapia" asiatica.
Pipes si occupa anche delle concrete esperienze storiche del comunismo, del fascismo e del nazismo. Rammenta l'affermazione fatta da Mussolini nel 1934, secondo cui i tre quarti dell'attività industriale e agricola si trovavano nelle mani dello Stato. E ricorda che il nazismo considerava la proprietà privata un "corrotto concetto liberale", a cui opponeva l'idea che ogni proprietà deve intendersi come "proprietà comune". Per gettare una più potente luce sul problema, Pipes avrebbe però potuto fare ricorso a questa significativa testimonianza di Ludwig von Mises: nell'economia nazista "gli imprenditori effettuano acquisti e vendite, pagano gli operai, contraggono debiti, pagano interessi. Ma essi non sono più imprenditori. Nella Germania nazista, essi vengono chiamati dirigenti d'azienda o Betriebsführer. È il governo che dice a questi pseudo-imprenditori che cosa e come produrre, a quali prezzi e da chi comprare, a quali prezzi e a chi vendere. È il governo che decreta a quali salari gli operai debbano lavorare e a chi e a quali condizioni i capitalisti debbano affidare i loro fondi. Gli scambi di mercato non sono che una finzione. E, siccome tutti i prezzi, tutti i salari e i tassi d'interesse vengono fissati dall'autorità, essi sono prezzi, salari e tassi d'interesse solo in apparenza. È il potere politico, e non i consumatori, a indirizzare la produzione".
C'è qui quanto basta per capire anche tutti i problemi che ci vengono creati dall'interventismo e dal Welfare state. Da parte sua, Pipes non esita a soffermarsi sulla nota origine bismarckiana dello Stato assistenziale, traccia un parallello fra gli obiettivi di Beveridge e la politica sociale nazista, rammenta l'infelice affermazione di Lyndon Johnson, secondo cui la "libertà non è sufficiente". Ma Tocqueville che, per parlare di libertà aveva sicuramente più competenza di Johnson, soleva dire che "chi nella libertà cerca qualcosa che non sia la stessa libertà è nato per servire".
inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica