| Quando la proprietà significa libertà vera |
| Richard Pipes, "Property and Freedom", Alfred A. Knopf, New York 1999, pagg. 328, $ 30. | Che Richard Pipes ci consegni ora un libro dedicato ai rapporti fra
proprietà privata e libertà non è una sorpresa. Com'è noto, il nome di
Pipes è legato a una lunga serie di volumi sulla Russia e sul
comunismo. Ed è conseguente, per chi si sia occupato e si occupi di
tali argomenti, giungere a una più generale riflessione sulle basi
economiche della libertà. Lo stesso Pipes dice che l'opera che qui
segnaliamo al lettore è quasi un "prodotto naturale" del suo "precedente
lavoro".
Lo scopo del libro è quindi squisitamente teorico, giacché l'autore tende
a stabilire un nesso fra regime proprietario e regime politico. Egli
lamenta che sovente "i libri sulla libertà" si concentrino sull'evoluzione
del suo concetto, ma ignorano il problema delle condizioni economiche
che la rendono possibile. E la questione non è trascurabile. Infatti, "se
una qualche forma di proprietà è possibile anche dove non c'è libertà", la
situazione opposta è del tutto "inconcepibile".
Pipes pone a corredo della sua tesi uno snello e incisivo excursus sulla
storia delle idee. Esamina anzitutto la posizione di Platone, di cui
commenta la nota affermazione stando alla quale lo Stato "governato nel
modo migliore" è quello in cui l'aggettivo "mio" perde il suo significato
individuale per acquisire quello collettivo di "nostro". Si sofferma sulla
distinzione fra imperium e dominium. Cita Seneca laddove questi
propone una separazione fra potere politico e proprietà privata. Critica la
tradizione contrattualistica e, in via generale, tutti quegli autori che
indicano nello Stato il presupposto della società e che quindi affidano la
soluzione del problema dell'ordine sociale alla variabile politica: una
concezione che fa dello stesso potere politico il creatore della proprietà
privata, che viene così esposta alla manomissione e alla confisca.
Stando a Pipes, l'autore che per primo ha chiaramente spiegato lo
sviluppo sociale attraverso la distribuzione della proprietà è stato James Harrington che, nella sua Oceana del 1656, scriveva esattamente: "Se la
terra è suddivisa in modo tale che nessuna persona o nessun gruppo,
nell'ambito dei pochi o dell'aristocrazia, abbia la preminenza, il governo
(se non interviene la forza) è una repubblica".
Pipes fa bene a riconoscere i meriti di Harrington. Sorprende però la
mancata attenzione nei confronti di François Bernier. Non possiamo
stabilire se questi abbia letto l'Oceana di Harrington. E tuttavia, avendo
vissuto fra il 1659 e il 1669 alla corte del Gran Mogol, si è potuto rendere
testimone del fatto che la proibizione della proprietà privata sta alla base
dei sistemi dispotici orientali e della loro inefficienza economica. I suoi
Voyages saranno nel Settecento un testo a cui farà riferimento la
nascente scienza sociale. In essi, si possono leggere brani come il
seguente: "Questi tre stati, la Turchia, la Persia e l'India, hanno
annientato la stessa nozione del mio e del tuo, applicata alla proprietà,
nozione che è a fondamento di tutto ciò che c'è di buono e di bello al
mondo".
Adam Smith, che dei Voyages aveva nella propria biblioteca un'edizione
apparsa ad Amsterdam nel 1710, cita Bernier nella Wealth of Nations, e
lo fa in termini estremamente elogiativi. D'altronde, una delle acquisizioni
della scienza sociale scozzese sta esattamente nell'avere ben messo in
evidenza il legame esistente fra proprietà privata e libertà politica. Un
risultato che può riassumersi con quanto incisivamente scritto da
William Robertson nella sua History of Charles V: "Se conosciamo in
quale condizione si trova la proprietà privata, possiamo con precisione
stabilire quale sia l'estensione del potere detenuto dal sovrano".
Pipes richiama giustamente William Prescott. Fa riferimento alla History
of the Reign of Ferdinand and Isabella. E tuttavia materiali non meno
interessanti avrebbe potuto trovare nelle opere successive di Prescott: in
particolare, nella Conquest of Peru, dove la popolazione locale viene
vista, a causa della mancanza di proprietà privata del suolo, come un
esercito di "impiegati dello Stato", paragonabili "al condannato ai lavori
forzati, che continua la sua monotona fatica quotidiana".
Si sa: in un territorio come quello su cui Pipes è impegnato, non tutte le
piste possono essere percorse. L'autore non manca comunque di fare
riferimento alla grande opera, Oriental Despotism, di Karl Wittfogel e, in
connessione con questa, non manca di ricordare che Marx conosceva
tutte le caratteristiche del "modo di produzione asiatico". Più
esattamente, egli era giunto ad affermare che il dispotismo orientale
"racchiude lo spirito umano entro l'orizzonte più angusto, facendone lo
strumento docile della superstizione, asservendolo a norme
consuetudinarie, privandolo di ogni grandezza, di ogni energia storica".
Ma ciò non gli ha impedito, commettendo un vero e proprio "peccato
contro la scienza", di proporre per l'Occidente la "terapia" asiatica.
Pipes si occupa anche delle concrete esperienze storiche del
comunismo, del fascismo e del nazismo. Rammenta l'affermazione fatta
da Mussolini nel 1934, secondo cui i tre quarti dell'attività industriale e
agricola si trovavano nelle mani dello Stato. E ricorda che il nazismo
considerava la proprietà privata un "corrotto concetto liberale", a cui
opponeva l'idea che ogni proprietà deve intendersi come "proprietà
comune". Per gettare una più potente luce sul problema, Pipes avrebbe
però potuto fare ricorso a questa significativa testimonianza di Ludwig von Mises: nell'economia nazista "gli imprenditori effettuano acquisti e
vendite, pagano gli operai, contraggono debiti, pagano interessi. Ma essi
non sono più imprenditori. Nella Germania nazista, essi vengono
chiamati dirigenti d'azienda o Betriebsführer. È il governo che dice a
questi pseudo-imprenditori che cosa e come produrre, a quali prezzi e
da chi comprare, a quali prezzi e a chi vendere. È il governo che decreta
a quali salari gli operai debbano lavorare e a chi e a quali condizioni i
capitalisti debbano affidare i loro fondi. Gli scambi di mercato non sono
che una finzione. E, siccome tutti i prezzi, tutti i salari e i tassi
d'interesse vengono fissati dall'autorità, essi sono prezzi, salari e tassi
d'interesse solo in apparenza. È il potere politico, e non i consumatori, a
indirizzare la produzione".
C'è qui quanto basta per capire anche tutti i problemi che ci vengono
creati dall'interventismo e dal Welfare state. Da parte sua, Pipes non
esita a soffermarsi sulla nota origine bismarckiana dello Stato
assistenziale, traccia un parallello fra gli obiettivi di Beveridge e la
politica sociale nazista, rammenta l'infelice affermazione di Lyndon Johnson, secondo cui la "libertà non è sufficiente". Ma Tocqueville che,
per parlare di libertà aveva sicuramente più competenza di Johnson,
soleva dire che "chi nella libertà cerca qualcosa che non sia la stessa
libertà è nato per servire". |