RASSEGNA STAMPA

4 GENNAIO 2000
ANNA TITO
Che cosa resta dello "straniero" Camus
A quarant'anni dalla morte del Nobel che fu un "intellettuale contro la storia"
La posizione "difficile" nella guerra d'Algeria e la risposta libertaria allo stalinismo
"IL PRIMO UOMO" Il manoscritto pubblicato nel '94 fu estratto dai rottami dell'auto
Era un "Intellettuale contro la storia" il romanziere, saggista e drammaturgo Albert Camus, scomparso a quarantasei anni il 4 gennaio del 1960: alla continua ricerca di una morale, sperimentò sulla propria pelle l'assurdo e la rivolta. Dell'infanzia trascorsa a Belcourt, nel quartiere povero di Algeri, gli era rimasta l'esigenza di difendere i "dannati della terra", di denunciare e combattere i soprusi. All'impegno politico preferiva la fraternità del mondo dello sport e del teatro: si faceva di volta in volta filosofo, giornalista, storico del momento, poiché gli interessava prima di tutto essere un testimone del suo tempo. Aveva ricevuto il premio Nobel nel 1957, e festeggiò la notizia con gli esuli spagnoli. Con i proventi acquistò una casa a Lourmarin, villaggio della Provenza che sembra tutt'ora fuori dal mondo, in rue de l'Eglise, oggi rue Albert Camus: "Proprio qui volle la sua casa - dice la figlia Catherine - perché questo luogo, con gli ulivi, i vigneti e il mare gli ricordava la sua Algeria natale". Voleva che le piante venissero curate e l'erba tagliata, ma raccomandando al giardiniere: "Nulla di fantasioso". Era austero, non amava il superfluo, forse in ricordo e per rispetto dell'infanzia trascorsa in povertà. Proprio da Lourmarin Camus partì in macchina con Michel Gallimard, la mattina del 4 gennaio 1960, e, la scomparsa avvenne in un banalissimo incidente: dai rottami dell'automobile i gendarmi estrassero a fatica una borsa contenente le duecentocinquanta pagine manoscritte di "Il primo uomo", romanzo autobiografico pubblicato soltanto nel 1994 e che ha riscosso un enorme successo in libreria. E pensare che tanto ritardo è dovuto al fatto che, quando morì Camus, gli ambienti intellettuali francesi gli erano molto ostili, tanto che alcuni lo davano addirittura per finito come scrittore; un manoscritto incompiuto con le sue imperfezioni rischiava di dare ragione ai detrattori. Di "grande rivincita dell'uomo in rivolta" parlò il "Nouvel Observateur". Il protagonista, Jacques, è lui, Camus, orfano di guerra, con la mamma semianalfabeta, la nonna severa, i compagni di scuola. "Aveva dedicato il libro a sua madre che non potrà mai leggerlo"; invece il suo primo pensiero, non appena gli fu conferito il Nobel, fu per il suo adorato maestro Louis Germain, uno di quegli instituteurs eroici di cui la Francia può a giusto titolo vantarsi: "Mi hanno fatto un onore troppo grande, che non ho né voluto né sollecitato. Ma, quando ne ho appreso la notizia, il primo pensiero è stato per mia madre e poi per lei. Senza quella mano affettuosa che lei tese al bambino povero che ero io, senza il suo insegnamento e il suo esempio, nulla sarebbe di tutto questo". Fu grazie a Germain, al suo aiuto morale e concreto, che Camus poté proseguire negli studi e laurearsi in filosofia. Con la sua opera forse più nota, "Lo Straniero", apparsa nel 1942 e che ha venduto più di sette milioni di copie: Camus impose al tempo stesso un mito, quello "dell'uomo che non vuole giustificarsi", una scrittura basata sulla massima semplicità, e un pensiero, quello della solitudine esistenziale dell'essere perseguitato dall'assurdo. Creò pochi mesi dopo, con "Il mito di Sisifo", un eroe che si batteva contro la fatalità della morte, per restare lucido; definì con questo la propria visione tragica di una vita tenacemente attiva in un mondo sordo ai richiami dell'uomo. Andò a gonfie vele anche "La peste", del 1947, romanzo allegorico sugli anni della sofferenza, della sconfitta, dell'occupazione nazista e delle sue atrocità. Nessuna istituzione in Francia celebra in questi giorni il quarantesimo anniversario della morte di Camus, fatta eccezione per la rete televisiva France 3, che gli ha dedicato uno "speciale". Una lezione essenziale emerge dalla trasmissione: nessuna idea, per Camus, merita di rendere un uomo sordo alla sofferenza di un altro uomo. Soltanto negli anni Ottanta le polemiche apparvero placate. Tuttora però di Camus resta quasi unicamente nella memoria il suo aspro scontro con la sinistra francese - Jean-Paul Sartre in testa - allineata negli anni Cinquanta su posizioni decisamente filosovietiche: all'autore, nel 1951, di "L'uomo in rivolta", saggio con cui Camus - criticando il marxismo come filosofia politica, e quindi il regime staliniano, reo di avere soppresso le libertà ma non l'ingiustizia e creato i gulag - intese dare una risposta libertaria allo stalinismo, l'intelligentsia progressista dell'epoca non perdonò questa sua presa di posizione. Tanto che il quotidiano comunista "L'Humanité" lo definì "il filosofo del mito della libertà astratta, dell'illusione". Con la sinistra la rottura si consumò con lo scoppio della guerra d'Algeria. Questa fu, per gli intellettuali d'Oltralpe, una battaglia contro la repressione, per il diritto al rifiuto di combattere. Camus visse la vicenda in maniera dolorosa e complessa, e non volle mai firmare né manifesti né petizioni: "Le firme collettive provocano nient'altro che confusione, compromettendo l'obiettivo che si intende raggiungere. L'intellettuale che interviene sulle questioni pubbliche con lo scritto e basta, è un vigliacco". Ma l'intelligentsia aveva sposato appieno la causa del Fronte di Liberazione Nazionale. Camus invece rivendicava una federazione che avrebbe liberato il popolo arabo dal sistema coloniale e preservato i diritti di quei francesi pied-noir, com'era sua madre, che risiedevano in Algeria da più di cento anni. "I francesi d'Algeria costituiscono un popolo che non deve disporre di nessuno, ma del quale nessuno ha il diritto di disporre" scriveva su L'Express. Lesse ad Algeri una proposta di tregua civile, appellandosi all'intelligenza degli uomini e alla loro riconciliazione, mentre in strada i pied-noir ultra urlavano "Camus al muro!" Suggeriva che entrambi i partiti s'impegnassero a risparmiare le popolazioni civili: "Non approviamo i crimini, da qualunque parte essi provengano". Il ragazzo di Belcourt non abbandonava i suoi, era soltanto terrorizzato dall'idea di una bomba che avrebbe potuto uccidere sua madre. Lo ribadì quando gli fu consegnato il Premio Nobel: "Non posso, per difendere la giustizia, difendere anche il terrorismo. Amo la giustizia, ma amo anche mia madre". Per gli intellettuali sostenitori dell'FLN, che vedevano nei francesi solo dei ricchi coloni, la vedova Catherine Camus, donna delle pulizie, era troppo scomoda. In Francia, Albert Camus rimane lo Straniero; e anche a Belcourt, ormai roccaforte degli integralisti, egli è lo "scrittore dei coloni". "Era un pied-noir, non ha combattuto per l'Algeria" dicono. Eppure, poco più che ventenne, egli aveva appoggiato l'emancipazione delle popolazioni musulmane: diritto al voto, eguaglianza. Questa sua posizione filomussulmana gli costò l'espulsione dal Partito Comunista. Fu il primo francese che indagò, già nel 1939, sulla miseria in Cabilia, dalle colonne di Alger Républicain: però "non ha fatto sua la causa dell'Algeria agli algerini, quindi è colpevole ... ". Se fosse sopravvissuto all'incidente del 4 gennaio 1960, Camus vedrebbe gli scrittori perseguitati nella sua Algeria, e la sinistra interrogarsi sulla malvagità di un regime che ha non poco contribuito a insediare. Avrebbe potuto rispondere per le rime ai vari Sartre: "Ve l'avevo detto io!"
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