RASSEGNA STAMPA

3 GENNAIO 2000
ALBERTO BOATTO
Novecento: le provocazioni dell'Arte e quello che la filosofia non vede
Nel suo saggio Massimo Carboni scandaglia quattro percorsi teorici che incrociano quelli artistici Deleuze, Gadamer, Gehlen e Merleau-Ponty ci conducono dentro i meandri del secolo appena trascorso
Massimo Carboni, "Non vedi niente lì? Sentieri tra arti e filosofia del Novecento", Castelvecchi, pagine 238, lire 18.000
Riportiamoci alla mente un frammento dell'atto terzo dell'"Amleto". Siamo nella stanza della regina, nel corso del concitato dialogo col figlio. Al quale appare lo spettro del padre, che lui solo vede, non la regina, la madre di Amleto e vedova dello sposo assassinato. Ed è a questo punto che avviene questo scambio di battute: "Amleto: non vedi niente lì? Regina: proprio niente. Ma quel che c'è, lo vedo".
Massimo Carboni, nel tracciare i sentieri che collegano la filosofia moderna con l'arte moderna e contemporanea, parte da questo dialogo criptico se non enigmatico, fino a porre come titolo del suo denso, vivace e sprofondante libro l'interrogativo di Amletoeto. "Non vedi niente lì?". Col sottinteso che ci sono dei filosofi del nostro secolo, pure tra i maggiori, che non scorgono niente nell'arte a loro contemporanea, mentre ne esistono altri, sicuramente una minoranza, che scorgono invece riflessi nelle opere dei grandi artisti i medesimi problemi, quesiti, dubbi che travagliano il loro pensiero e la filosofia della modernità. Ma la questione si rivela ancora più complessa e la sottigliezza di Carboni è subito pronta ad individuarla. Perché con frequenza le questioni, gli interrogativi, le fratture che occupano la filosofia e i filosofi sono gli stessi che traversano l'arte moderna. E tuttavia, malgrado questa affinità, non c'è scambio. Ciò che i filosofi amino frequentare è la letteratura e, in primis, la poesia, piuttosto che l'arte o la non arte moderna. Consuetudine accademica oppure riluttanza ad imrnergersi nell'impurità, di marca sociale ed economica, nella quale è coinvolta l'arte del Novecento?
Carboni mantiene aperto questo interrogativo e al tempo stesso disegna il suo crocevia, percorre i quattro sentieri lungo i quali una quaterna di filosofi "parla" invece di arte e di artisti. Sono Gilles Deleuze (spesso in coppia con Guattari), Hans Georg Gadamer, Arnold Gehlen, Maurice Merleau-Ponty. E dunque un filosofo postnicciano risolutamente antimetafisico, un tedesco fondatore dell'ontologia ermeneutica, ancora un tedesco filosofo e sociologo ed, infine, un francese tra gli esponenti più in vista della fenomenologia. L'arco delle posizioni si presenta molto ampio, da comprendere i nodì centrali dell'estetica e dell'arte del nostro secolo.
Deleuze, del gruppo, è quello, assieme a Merleau-Ponty, che non solo "parla" di arte, ma "nomina", porta in scena un bel numero dì artisti. I temi che offre sono tanti, e su un paio si sofferma con acutezza Carboni. Lo stile come fondamentale esigenza filosofica: come a dire che dove esiste uno stile riconoscibile è in atto un autentico pensiero filosofico. E che cosa è poi l'arte se le sottraiamo lo stile?
Gadamer introduce i concetti di gioco, di simbolo e di festa, tutti spendibili, specie il primo e il terzo, per penetrare negli sconfinamenti dell'arte d'avanguardia e nell'ispirazione di essa a una fruizione comunitaria. Gehlen rivendica la positività della riflessione teorica sistematica come appartenente intimamente al processo creativo dell'artista moderno. Oltre alla pittura di Cézanne, con Merleau-Ponty si fa avanti il problema della percezioni e del corpo: che cosa è l'arte visiva se non un appello pressante alla vista?
Carboni ricostruisce, cita, interpreta, incrocia con una discorsività incessante che non teme a volte di sfiorare la vertigine. Ma anche sosta, dandoci forse le pagine più intriganti del suo intricato itinerario. Tokyo col suo trionfo della dissimiglianza architettonica; il monumento commemorativo della rivolta studentesca del 1964, all'Università di Berkeley; lo spazio, il dripping, lo sgocciolamento del colore e la mano di Pollock. Ecco un saggista che dentro l'oscurità affascinante del labirinto dell'arte del Novecento riesce a vedere molto.
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