Trovo tra le carte quella che forse è stata l'ultima lezione di Gilles Deleuze alla
scuola di cinema, la Fénés di Parigi, nella quale affrontava la questione "che cos'è la filosofia?".
Questione che ritroviamo nel libro scritto assieme a Félix Guattari dallo stesso titolo, appunto, Che cos'è la filosofia? Ma l'affrontava in maniera semplice e discorsiva, in un dialogo con gli allievi che volevano porre in collegamento due questioni importanti: che cos'è il cinema e che cos'è la filosofia. Per Deleuze le due questioni hanno una stessa risposta, sono entrambe discipline creative, che hanno nell'inventiva il loro punto di forza, la loro "necessità".
Fare un film è creare concetti, avere un'idea, e avere un'idea è una specie di festa, che non capita tutti i giorni; è scoprire una potenzialità dentro cui già sono coinvolte le modalità attraverso le quali si realizza un processo espressivo. Anche la filosofia è una disciplina inventiva, ha in sé potenzialità creative, che consistono nel creare o inventare concetti. E i concetti non stanno in una specie di limbo, ma devono essere determinati, pensati e costruiti per avere esistenza, al pari di ogni altro prodotto. Anzi Deleuze usa il termine "fabbricati" proprio per sottolineare la loro materialità: "Per i concetti", dice, "valgono le stesse regole che necessitano per fabbricare un tavolo".
La creazione di concetti risolve così, ancora una volta, il dissidio che oppone arte a scienza; anche lo scienziato, al pari del poeta, del filosofo, del regista, è un creativo, cambia l'oggetto delle sue creazioni, ma il procedimento è lo stesso.
Il cinema è un inventare storie, un insieme di spazi collegati tra loro, un andare e venire nelle coordinate del tempo che si riordina in uno spazio visivo, in un luogo inventato. Tale è per Deleuze il cinema di Bresson, di Dreyer, di Minnelli. Bresson dimostra che è possibile raccontare, determinando i dettagli, costruendo "frazioni di spazio disconnesse", dando un ritmo nuovo alle cose e allineando gli sguardi attraverso "piccoli blocchi"; Dreyer alternando la luce con l'ombra, giocando con il bianco che cattura la luce e il nero dove la luce si ferma; Minnelli assorbendo tutto nel colore-movimento, dando una nuova dimensione all'immagine. "Da qui in lui la funzione del sogno, che altro non è che la forma assorbente del colore": come in Brigadoon o in Brama di vivere .
Avere un'idea, l'idea di crearsi nuovi spazi, di sperimentare nuovi modi espressivi non è il semplice risultato di una riflessione. La stessa filosofia non è riflessione su qualcosa, dice Deleuze, ma invenzione, scelta. E come avviene nell'arte e quindi anche nel cinema, la scelta esprime sempre un necessario reale; la vera scelta - conclude - è quella che consiste nello scegliere la scelta: "In Pascal, come in Bresson, in Dreyer o in Minnelli, la scelta restituisce il tutto". |