RASSEGNA STAMPA

2 GENNAIO 2000
GIUSEPPE GALASSO
Perché la purezza non si addice all’arte
Il pensiero di Edgar Wind
A quanto mi risulta, anche la recente terza edizione di Arte e anarchia di Edgar Wind (Adelphi, 1997) è in via di esaurimento. Buona scelta, dunque, di un editore notoriamente dotato di grande fiuto. Non sempre, tuttavia, il successo commerciale attesta che siamo di fronte ad un caso di reale importanza intellettuale od estetica. Più frequente è, semmai, il caso di successi editoriali sul piano commerciale che pongono problemi socio-culturali, mentre hanno assai deboli qualità intellettuali o estetiche. Il caso di Wind è, invece, rilevante perché ci pone di fronte ad un modo e ad un contenuto di pensiero di cui si può discutere tutto tranne la qualità. E, per di più, si tratta pure di un pensiero orientato controcorrente rispetto alle vedute che oggi appaiono nettamente prevalenti in materia di arte. Come definire altrimenti la radicale diffidenza di Wind per quella che egli definisce «distribuzione massificata dell’arte», che riduce «l’arte ad una sfilata spettacolare», anche perché tende a dare al massimo numero di persone la visione del massimo numero di opere possibile? Come definire altrimenti la sua convinzione che l’artista, lasciato ad una completa libertà di realizzazione della sua ispirazione, perde, e non guadagna, proprio dal punto di vista di tale realizzazione, rispetto all’artista che sino a tutto il ’700, si chiamasse pure Michelangelo, doveva discutere con il committente a volte perfino dettagli minimi della sua opera, che, comunque, era quasi sempre commissionata e non nasceva da una sua, per così dire, attività libero-professionistica, come accade oggi? Come definire altrimenti la sua tesi di «un’inquietante attività tra l’"arte pura" e le esigenze della meccanizzazione»? Certo Wind scrive di arte sulla scorta di un’esperienza di storico dell’arte di grande profilo (basti ricordare i suoi Misteri pagani sul Rinascimento o L’eloquenza dei simboli , anch’essi tradotti in italiano da Adelphi). Quest’esperienza storiografica dà al suo discorso sull’arte nel nostro tempo una concretezza di riferimenti ed una forza esplicativa non comuni: tali, anzi, da passar oltre a ciò che della sua metodologia iconografica può persuadere o non persuadere. Ma qui il discorso di Wind è interessante anche perché attinge un livello sostanziale circa la natura ed il modo dell’arte nella vita dello spirito e della società. In questione è posta la natura dell’arte, in quanto l’arte - procedendo dall’immaginazione - agisce con il potere di un fuoco che trasforma e sublima, ma anche consuma e distrugge.
Perciò Platone parla di un «sacro timore» nell’avvicinarsi ad essa, la considera un pericolo minaccioso per l’ordine costituito e la vuole soggetta a controllo e censura. Wind, che da Platone muove, e con lui sostanzialmente concorda forse al di là di quanto dà ad intendere, riscontra nell’avventura dell’arte occidentale la fondatezza del timore platonico. La sua è un’analisi della crisi dell’arte moderna, ma non nei termini banali in cui la parola «crisi» ricorre ad ogni piè sospinto da cento e più anni a questa parte, bensì in un senso molto più complesso. Tanto complesso da incrociare e, in parte, assumere come propria la sentenza hegeliana della «morte dell’arte». L’arte è andata in crisi da quand’è diventata autonoma, s’è sottratta al difficile connubio con la vita sociale e la società l’ha emarginata in quanto fenomeno «anarchico». L’arte fine a se stessa, l’arte «pura», l’arte sperimentale, l’arte della solitaria «libertà» dell’artista è un’arte allontanata dal centro della vita sociale, ornamento marginale, ammirata ma non temuta, un’arte morta, appunto. Né del tutto a torto, dice Wind, chiedendosi se sia proprio un caso che là dove l’arte ha attinto alcuni dei suoi massimi fastigi (la Grecia antica, il Rinascimento italiano) si sono anche riscontrati grandiosi processi di decadenza politica, di collasso etico-politico, di contrazione della libertà intellettuale e sociale. Significa questo che l’arte debba essere «impegnata», ideologica per poter vivere? Wind non lo dice e non lo pensa. Anzi, la sua tesi sullo stretto rapporto tra arte ed anarchia lo esclude. Per lui l’arte è un’avventura ed un rischio per l’artista e per la società, ma si tratta di un’avventura e di un rischio senza i quali l’arte muore e la società si trova priva d’un nutrimento essenziale. Il rapporto dell’arte con la società (sembra dire Wind) è quel che Lutero definiva di «liberissima servitù»; il rapporto della società con l’arte è quello di chi ha a che fare con un mirabile ed indispensabile elisir, che può essere anche droga e veleno. A leggere Wind si ha, in generale, la gratificante e vitalizzante sensazione di fare una passeggiata nei giardini più rigogliosi del pensiero europeo dell’800 e del ’900. Non è una sensazione gratuita. I rapporti tra arte e pensiero sono un punto forte del suo discorso.
Laddove si perdono, il danno per l’arte è mortifero, come da un paio di secoli a questa parte. Ed anche, forse, per questa provocatoria considerazione Arte e anarchia continua ad interessare. Quella di Wind è una lezione che viene dal passato, dal passato romantico del pensiero europeo (l’assonanza con molte vedute del nostro De Sanctis è molto suggestiva). Ma quale lezione! C’è solo da sperare che il successo editoriale del libro significhi davvero uno stimolo a ripensare seriamente a problemi così fondamentali, allo stesso modo che indubbiamente significa il permanere di esigenze critiche e di ricerca di una terapia d’insoddisfazioni spirituali altrettanto fondamentali.
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