Perché la purezza non si addice all’arte| Il pensiero di Edgar Wind |
| A quanto mi risulta, anche la recente terza edizione di Arte e anarchia di
Edgar Wind (Adelphi, 1997) è in via di esaurimento. Buona scelta, dunque, di un editore
notoriamente dotato di grande fiuto. Non sempre, tuttavia, il successo commerciale attesta
che siamo di fronte ad un caso di reale importanza intellettuale od estetica. Più frequente è,
semmai, il caso di successi editoriali sul piano commerciale che pongono problemi
socio-culturali, mentre hanno assai deboli qualità intellettuali o estetiche. Il caso di Wind è,
invece, rilevante perché ci pone di fronte ad un modo e ad un contenuto di pensiero di cui si
può discutere tutto tranne la qualità. E, per di più, si tratta pure di un pensiero orientato
controcorrente rispetto alle vedute che oggi appaiono nettamente prevalenti in materia di
arte. Come definire altrimenti la radicale diffidenza di Wind per quella che egli definisce
«distribuzione massificata dell’arte», che riduce «l’arte ad una sfilata spettacolare», anche
perché tende a dare al massimo numero di persone la visione del massimo numero di opere
possibile? Come definire altrimenti la sua convinzione che l’artista, lasciato ad una completa
libertà di realizzazione della sua ispirazione, perde, e non guadagna, proprio dal punto di
vista di tale realizzazione, rispetto all’artista che sino a tutto il ’700, si chiamasse pure
Michelangelo, doveva discutere con il committente a volte perfino dettagli minimi della sua
opera, che, comunque, era quasi sempre commissionata e non nasceva da una sua, per così
dire, attività libero-professionistica, come accade oggi? Come definire altrimenti la sua tesi
di «un’inquietante attività tra l’"arte pura" e le esigenze della meccanizzazione»?
Certo Wind scrive di arte sulla scorta di un’esperienza di storico dell’arte di grande profilo
(basti ricordare i suoi Misteri pagani sul Rinascimento o L’eloquenza dei simboli ,
anch’essi tradotti in italiano da Adelphi). Quest’esperienza storiografica dà al suo discorso
sull’arte nel nostro tempo una concretezza di riferimenti ed una forza esplicativa non
comuni: tali, anzi, da passar oltre a ciò che della sua metodologia iconografica può
persuadere o non persuadere. Ma qui il discorso di Wind è interessante anche perché
attinge un livello sostanziale circa la natura ed il modo dell’arte nella vita dello spirito e della
società.
In questione è posta la natura dell’arte, in quanto l’arte - procedendo dall’immaginazione -
agisce con il potere di un fuoco che trasforma e sublima, ma anche consuma e distrugge.
Perciò Platone parla di un «sacro timore» nell’avvicinarsi ad essa, la considera un pericolo
minaccioso per l’ordine costituito e la vuole soggetta a controllo e censura. Wind, che da
Platone muove, e con lui sostanzialmente concorda forse al di là di quanto dà ad intendere,
riscontra nell’avventura dell’arte occidentale la fondatezza del timore platonico. La sua è
un’analisi della crisi dell’arte moderna, ma non nei termini banali in cui la parola «crisi»
ricorre ad ogni piè sospinto da cento e più anni a questa parte, bensì in un senso molto più
complesso. Tanto complesso da incrociare e, in parte, assumere come propria la sentenza
hegeliana della «morte dell’arte». L’arte è andata in crisi da quand’è diventata autonoma,
s’è sottratta al difficile connubio con la vita sociale e la società l’ha emarginata in quanto
fenomeno «anarchico». L’arte fine a se stessa, l’arte «pura», l’arte sperimentale, l’arte della
solitaria «libertà» dell’artista è un’arte allontanata dal centro della vita sociale, ornamento
marginale, ammirata ma non temuta, un’arte morta, appunto. Né del tutto a torto, dice
Wind, chiedendosi se sia proprio un caso che là dove l’arte ha attinto alcuni dei suoi
massimi fastigi (la Grecia antica, il Rinascimento italiano) si sono anche riscontrati grandiosi
processi di decadenza politica, di collasso etico-politico, di contrazione della libertà
intellettuale e sociale.
Significa questo che l’arte debba essere «impegnata», ideologica per poter vivere? Wind
non lo dice e non lo pensa. Anzi, la sua tesi sullo stretto rapporto tra arte ed anarchia lo
esclude. Per lui l’arte è un’avventura ed un rischio per l’artista e per la società, ma si tratta
di un’avventura e di un rischio senza i quali l’arte muore e la società si trova priva d’un
nutrimento essenziale. Il rapporto dell’arte con la società (sembra dire Wind) è quel che
Lutero definiva di «liberissima servitù»; il rapporto della società con l’arte è quello di chi ha
a che fare con un mirabile ed indispensabile elisir, che può essere anche droga e veleno.
A leggere Wind si ha, in generale, la gratificante e vitalizzante sensazione di fare una
passeggiata nei giardini più rigogliosi del pensiero europeo dell’800 e del ’900. Non è una
sensazione gratuita. I rapporti tra arte e pensiero sono un punto forte del suo discorso.
Laddove si perdono, il danno per l’arte è mortifero, come da un paio di secoli a questa
parte. Ed anche, forse, per questa provocatoria considerazione Arte e anarchia continua
ad interessare. Quella di Wind è una lezione che viene dal passato, dal passato romantico
del pensiero europeo (l’assonanza con molte vedute del nostro De Sanctis è molto
suggestiva). Ma quale lezione! C’è solo da sperare che il successo editoriale del libro
significhi davvero uno stimolo a ripensare seriamente a problemi così fondamentali, allo
stesso modo che indubbiamente significa il permanere di esigenze critiche e di ricerca di una
terapia d’insoddisfazioni spirituali altrettanto fondamentali. |