La Stampa-13 DICEMBRE 2002
  • Caro nemico, così vicino da stare tra noi
    di MAURO CALISE
    La Stampa-12 OTTOBRE 2001
  • Il sogno di un uomo non violento
    di NORBERTO BOBBIO
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    Laici e "laici"

    Su La Stampa del 25 aprile è apparso un articolo di Gian Enrico Rusconi su cattolici e laici, dove il politologo torinese da un lato cerca di definire la tipologia laica oggi e dall'altra pone alla base di un confronto ndialogici laici-cattolici la proposizione di Grozio etsi Deus non daretu.
    Di qui è nato un piccolo dibattito su Avvenire a cui hanno partecipato diversi esponenti della cultura cattolica, con posizioni tra l'integralismo e e il possibilismo.
    Il 3 maggio Rusconi ha riproposto le sue tesi su La Stampa e Repubblica.
    Nella finestra di fianco è possibile visionate gli articoli.
    Lunedì 8 maggio il sociologo Giorgio Triani sulla Gazzetta di Parma pubblicava un articolo dal titolo "Il lungo sonno della cultura laica" con un riferimento più squisitamente politico. Anche se questo articolo è estraneo di cui sopra, ho ritenuto non inopportuno riportarlo qui sotto insieme ad una mia lettera (e se tutto ciò non fosse che una scusa per propinerVi la mia lettera?)
    Sempre sul piano del confronto laici e cattolici è seguito un altro dibattito, questo però rivolto alla credenza religiosa, innestato dall'affermazione di Norberto Bobbio di non credere nell'al di là.
    La Stampa - 25 aprile 2000
    LAICITA’ come se Dio non ci fosse
    Nel clima culturale di oggi la distinzione tra laici e cattolici diventa più importante di quella tra destra e sinistra
    di Gian Enrico Rusconi
    Avvenire - 26 aprile 2000
    Ma chi ha detto che il vero «laico» dev'essere ateo?
    Porre tra parentesi Dio rischia di mettere nelle mani dell'uomo i confini del bene e del male. Risposta a Rusconi
    Lo Stato è aconfessionale, non «neutrale»
    di Vittorio Possenti
    Avvenire - 29 aprile 2000
    Garelli: ma il credente difende i valori di tutti
    Il ritorno alla morale non tocca la censura degli intellettuali sulle grandi questioni di Dio e dell'uomo. No alla ipocrisia del pensiero «neutro»
    di Maurizio Cecchetti
    La Stampa - 3 maggio 2000
    IL PAPA E AMATO, TRAMONTO DELL'ETICA LAICA
    di Gian Enrico Rusconi
    Repubblica - 3 maggio 2000
    I modi per dirsi laico
    Parla il politologo
    di S. G.
    Avvenire - 4 maggio 2000
    Elogio del «buon ateismo»
    Agire come se Dio non ci fosse: note su un confronto aperto fra credenti e non credenti
    di Del Rio
    Il lungo sonno dei laici
    di Giorgio Triani
    Gazzetta di Parma - 8 maggio 2000
    La cultura laica e i laici esistono ancora a Parma? Da tempo l'interrogativo mi gira per la testa. Ma se oggi lo pongo alla vostra attenzione è perché sollecitato da alcuni amici e lettori di orientamenti politici e culturali diversi. E dispersi. Ma tutti interessati a riavviare il filo di un discorso comune che per quanto riguarda la cultura laica sembra essersi da un po' d'anni interrotto. Di contro al permanere invece di una vitale cultura religiosa - non solo cattolica – e al manifestarsi dì nuovi integralismi che accompagnano il proliferare di interessi costituiti in movimenti (di solito "contro" qualcosa o qualcuno). Gruppi che, quale sia la consistenza e il campo d'azione, pretendono dì rappresentare "l'opinione pubblica". E in forza di ciò sono indisponibili a scendere a compromessi accettabili con chi la pensa come loro, insomma ad avere un orientamento tollerante, perciò. Laico, appunto.
    Tranquilli, però: non ho intenzione di partire da Voltaire, ma solo dalla necessità di ridare testa e gambe ai valori laici. A una cultura che oggi è mal rappresentata sia a sinistra sia a destra degli schieramenti politici. Se è vero ad esempio che si fa un fascio di termini fra loro inconciliabili dal suffisso "lib" (liberale, liberista, libertario, per usare uno slogan); che sia in Rifondazione sia nei Ds c'è una buona rappresentanza di "cattocomunisti" - per usare un'espressione di maniera ma efficace -; che in Forza Italia ci sono molti liberali classici ma ancor più militanti che vogliono rifare la Dc; che al "centro" della politica, che tutti vogliono occupare, perché è lì che sta il "paese dei due terzi", ovvero che ha un lavoro, un reddito e buoni livelli dì consumi, quasi nessuno parli più di "libertà civili" e tutti si faccia molta fatica a riconoscersi nei diritti di cittadinanza che hanno fondato la moderna democrazia e sono riassumibili nella triade "libertà, uguaglianza e fraternità".
    Oggi infatti si ha l'impressione che le questioni di libertà ineriscano la "Par condicio": la qualcosa la si consideri negatrice o affermatrice della "libertà di spot", è assai riduttiva. Nondimeno l'idea generalizzata che la libertà sia essenzialmente il diritto di farsi i fatti propri è anch'essa abbastanza sconfortante. Allo stesso modo chi identifica la libertà con la difesa intransigente di interessi costituiti (anche di lavoratori e di pensionati e non solo di imprenditori e professionisti) dimentica che nella società dei due terzi che sta bene c'è sempre un terzo che deve essere ancora liberato dalla povertà. Ma più in generale si assiste al crescere di un sentimento che vede gran parte della gente interessata non a liberarsi, bensì a reprimere le libertà altrui. Ovvero non a cercare di ridurre le proprie servitù, ma viceversa gli spazi di tolleranza individuale e collettiva. Forse perché la libertà continua a essere considerata un privilegio. Un fantasma.
    E' altresì evidente che la "solidarietà" che oggi viene invocata ha poco a che fare con la fraternità, mentre l'uguaglianza è un valore che si colloca ai gradini bassi della scala socio-culturale. Considerato che tutti si nutre la pretesa di "essere più degli altri", comunque meritevoli di un "occhio di riguardo" che consenta dì evitare la fila al Cup, il sorteggio per la "classe giusta", l'ultima fila a teatro. In ogni caso quella che era una "scuola di uguaglianza", ovvero la vita di partito e la partecipazione politica, è scomparsa. E qui sono cominciati i problemi per la cultura laica e i laici, che storicamente prima nei club, poi nei circoli e nei partiti hanno trovato i luoghi per esprimersi, confrontarsi, crescere, anche come capacità di attrazione delle proprie idee di progresso: parola, anche questa, che ha subito una forte erosione dì senso.
    Il risultato è che a Parma, città di forti passioni civili, si assiste da anni al perdurante sonno della cultura laica, Non so se per effetto di una diaspora che ha colpito tutte le forze politiche o per il forte ripiegamento nel privato degli ultimi due decenni. Certo è che l'aumento dell'intolleranza e della litigiosità anche per futili motivi da qui è scaturito e si alimenta. Con una caduta verticale di progettualità pubblica che preoccupa soprattutto perché nessuno sembra preoccuparsene. Vogliamo cominciare a parlarne seriamente?
    Gentile dr. Triani,
    dopo la lettura del suo articolo “Il sonno dei laici”, apparso sulla “Gazzetta di Parma” di lunedì 8 maggio, esaurita la prima reazione di imitare quel filosofo greco che per contestare la tesi dell'impossibilità del moto di Zenone di Elea - "Ah Zenon, ta fléche immote" recita Paul Valery - gli si mise davanti e cominciò a passeggiare avanti e indietro, non è infatti piace piacevole vedere notificata, nero su bianco, l'inconsistenza e l'impotenza, se non espressamente propria, dei gruppi di appartenenza, non posso che concordare con Lei sui fatti, mi permane tuttavia qualche perplessità sul merito.
    L'anomalia - che non è circoscritta alla realtà di Parma - non è tanto il disimpegno o l'emarginazione dei laici, quanto, a mio parere, l'eccesso di sovraesposizione di chi in qualche modo si riferisce, e non sempre in modo proprio, al mondo cattolico. Anche se credo di aver compreso come lei intenda il termine “laico”, non credo inutile una ulteriore precisazione. Poco tempo fa sono stato nominato come componente laico nel Comitato Etico per la sperimentazione farmaceutica, ma non in quanto “laico”. Il paradossale in questa affermazione, come in quella famosa di Comma 84: "per guidare i bombardieri ci vogliono dei matti, i “matti” però non possono guidare i bombardieri" dipende dal fatto che molti termini hanno un significato d'uso che muta secondo il contesto, e, nelle espressioni citate sopra, il contesto, all'interno della stessa proposizione subisce uno slittamento. Di qui perciò l'uso delle virgolette per cercare di differenziare i due significati.
    Fra i componenti del Comitato Etico è prevista la prevista la presenza di una persona non esperta, estranea all'Ordinamento, sul tipo dei membri laici del CSM, un laico perciò e senza virgolette, non però necessariamente “laico”, con le virgolette ora, espressione cioè di una precisa identità culturale che ha come punti cardinali, il riconoscimento del pluralismo dei valori, l'autonomia della persona e l'aconfessionalità rispetto a qualsiasi credenza esclusiva. Gian Enrico Rusconi in un articolo di poche settimane fa apparso sul La Stampa pone alla base della laicità l'affermazione etsi deus non daretur (come se dio non fosse), che non è affatto ateistica ma risale a Grozio ed è stata usata dai teologi del '600 per dare un fondamento razionalista all'etica cristiana, intendo con ciò contrapporre la “laicità” ai vari fondamentalismi, dove deus è volta a volta interpretato dalla natura, dalla comunità, dal mercato ecc. Una “laicità” più che contrapposta al "cattolico", in aperto confronto con la "non laicità".
    Chiarito ciò non credo di sbagliare che, nell'articolo, Lei intendesse riferirsi ai “laici” nell'accezione fra virgolette. Le motivazioni del disimpegno dei “laici” sono molteplici, comprese quelle che oggi essere “laico” non è più gratificante di termini di riconoscimenti, incarichi, consulenze ecc.; e se il presidente del consiglio si dichiara, non si sa se con più cinismo o civetteria, "laico ma fans del Papa" in quanti tendono sempre a chiarire di non essere però laicisti.
    Fra le altre motivazioni, in particolare è opportuno soffermarsi sulle due che reputo predominanti e che in un certo senso sono complementari.
    In primo luogo il “laico” ha una certa difficoltà ha inquadrarsi in formazioni politiche totalizzanti, il principio di autonomia a cui si ispira lo fa riguardare con diffidenza alla burocrazia degli apparati, dove la scelta individuale e lo spirito critico devono essere sacrificato alla gestione del consenso verso l'autorità del leader di turno.
    Scrive Giovanni Ferrara – senatore del PRI - in “Apologia dell'uomo laico” (Rizzoli, 1983) "L'uomo laico è eminentemente sociale, ma in lui si conserva sempre una traccia indelebile di dilettantismo ed anarchismo", evidenziando in ciò la difficoltà, quasi di carattere antropologico, di sintetizzare i due aspetti della politica, l'essere nel sociale e la gestione o la ricerca del potere.
    Se a ciò aggiungiamo che in un contesto di rapporti economici e sociali è sempre più palese l'impotenza della politica (in fin dei conti l'assenteismo elettorale, a meno che vogliamo considerare tutto l'elettorato alla stregua di un parco buoi, non deriva forse dalla sensazione che molti cittadini hanno, che il mondo della politica operi in una sfera estranea a ciò che considerano i loro veri interessi) è abbastanza chiaro che l'impegno dei “laici” tende più a rivolgersi ai luoghi della società civile.
    Tanto più che il campo d'azione dei “laici”, non si esaurisce nel confronto con il magistero ecclesiastico sui temi della bioetica o della scuola, ma è rivolto innanzi tutto verso le problematiche che l'innovazione scientifica, tecnologica ed economica comportano sul piano dell'etica e della responsabilità individuale.
    Poco meno di un anno fa, in seguito alla scomparsa del senatore Libero Gualtieri si è andati alle elezioni suppletive per il collegio senatoriale di Cesena, un collegio tradizionalmente repubblicano ed ora sufficientemente blindato per l'area di centrosinistra. Ebbene il prof. Carlo Flamigni, primario di ginecologia a Bologna e ricercatore di fama mondiale nel campo della fecondazione assistita, “laico” doc (è stato coestensore del 1996 del “Manifesto di bioetica laica”), rispetto al laticlavio ha preferito la designazione nel Comitato Nazionale di Bioetica, in quanto ha ritenuto più importante il confronto in un organismo consultivo.
    Tutti ci auguriamo che Parma possa essere la sede dell'Authority alimentare, ma se così fosse interlocutori dell'Authority per i problemi della salute saranno quei consiglieri comunali e provinciali che hanno proposto “Parma città antitrasgenica” (possibile che dopo l'azione positiva svolta dai cartelli “Comune denuclearizzato” al tempo di Chernobyl, vi sia ancora qualcuno che non riesce a scorgere il ridicolo di certe espressioni), quei conferenzieri da condominio che raccontano le ultime leggende metropolitane oppure il “Biosciences High Level Group”, un comitato di scienziati insediato la settimana scorsa dalla Commissione Europea.
    Ciò su cui occorre riflettere, forse più del disimpegno “laico”, è il disimpegno in generale, e della società politica in particolare, a confrontarsi sui temi della modernizzazione e dell'innovazione, non tanto dal punto di vista delle applicazioni tecnologiche, quanto dal punto di vista dei conflitti con credenze e interessi radicati.
    Il vero confronto oggi non è fra “laico” e “cattolici”, ma fra la razionalità “cattolica” e “laica” e un melting pot culturale che tende sempre più sfumare i confini tra tecnologismo ed ecologismo, fra spiritualismo new age ed edonismo consumista, e così via.
    Nel concludere le voglio significare che nonostante tutto, lo scetticismo che sembra pervadere questa mie righe, non mi ha ancora fatto dimenticare quella passione civile che, citando Mazzini, vuole che "Non tendiamo a sopprimere, ma a migliorare".
    Con la mia più sincera stima
    Ing. Vittorio Bertolini
    La Stampa - 25 aprile 2000
    LAICITA’ come se Dio non ci fosse
    Nel clima culturale di oggi la distinzione tra laici e cattolici diventa più importante di quella tra destra e sinistra
    di Gian Enrico Rusconi
    Che cosa significa oggi essere laici? Nella congiuntura politico-culturale che si sta delineando, la distinzione tra laici e cattolici diventa più importante di quella tra sinistra e destra. Laici e cattolici in Italia sono in rotta di collisione su punti eticamente e politicamente sensibili: dalle questioni della bioetica e dello statuto della famiglia ai diritti civili degli omosessuali, al problema del finanziamento della scuola privata-confessionale. Sarebbe tragico se la composizione di questi conflitti fosse affidata esclusivamente ai tatticismi e ai calcoli d’alleanza politica contingente. Talvolta in campo cattolico ricompare una concezione puramente strumentale della politica e quindi della laicità dello Stato, vista come un accidente storico reversibile, anziché come un valore in sé. Ma specularmente i laici spesso si irrigidiscono in posizioni di pura esegesi difensiva del dettato costituzionale che rispecchia una congiuntura storico-culturale che è chiusa, anche se ci lascia una eredità irrinunciabile.
    La posta in gioco oggi è la ridefinizione della laicità nella società civile e quindi dello Stato - ridefinizione che interessa a pari titolo laici e cattolici, sulla base della loro comune cittadinanza democratica.
    Le immagini del laico e del cattolico sono frutto di autodefinizioni, di proiezioni e di aspettative reciproche. Un primo tipo di laico è quello che si dichiara incompetente nelle cose religiose; è privo di cognizioni teologiche, anche se possiede approssimative tracce di una educazione religiosa infantile o adolescenziale. Questo tipo di laico è disarmato di fronte alle argomentazioni dottrinali della Chiesa; è impacciato e intimidito di fronte a quelle che gli vengono presentate come le risposte ai grandi problemi etici di cui la Chiesa si presenta come la sola depositaria.
    Il secondo tipo di laico, dominante soprattutto nella pubblicistica, è quello che si ritiene culturalmente qualificato per un dialogo attivo con alcuni esponenti (ben selezionati) del cattolicesimo ufficiale: un dialogo ricercato e sostenuto spesso in un’ottica paritaria di «fede laica», di ispirazione genericamente neo-umanistica.
    In via di estinzione appare invece il laico tradizionale di scuola liberale, idealistica o vetero-socialista e comunista, il laico illuminista radicale, che tracciava confini netti e polemici nei confronti del cattolicesimo, con la convinzione di possedere solidi argomenti competitivi e forti certezze.
    Il risultato complessivo di questa situazione è il successo della Chiesa presso il laico italiano medio, sulla base di una sorta di ecumenismo dei grandi principi: primato dei diritti umani, coesistenza e dialogo di tutte le culture, lotta ad ogni forma di esclusione e discriminazione, augurabilità del modello politico democratico. Ma questo ecumenismo dei valori lascia nel vago e nell’indeterminato il mondo delle certezze e le loro formulazioni che un tempo si sarebbero dette filosofiche e/o teologiche. Tra laico e religioso si stabiliscono così conversazioni morali che evitano accuratamente di confrontarsi su quello che per secoli era il discorso sulle verità che qualificavano le differenze tra laico e religioso.
    Per il filosofo laico post-moderno tutto questo è ovvio. Ma incorre così in una singolare contraddizione. Quando partecipa alla Tavola rotonda dell’ecumenismo dei valori, dice di non sapere «che cosa è l’uomo», ma ne raccomanda il rispetto assoluto; dice di non sapere «che cosa è la natura» o «la vita», ma ne fa motivi di impegno intransigente; dice di non sapere «nulla di Dio», ma considera le religioni portatrici di valori fondanti.
    Da parte sua il religioso va incontro a difficoltà di altra natura, ma non meno serie. Tutte le religioni storiche, infatti, hanno alla loro base atteggiamenti e vissuti antropologici, identificabili nell’idea di salvezza e di redenzione, di colpa personale e collettiva, attesa del castigo e del premio, ecc. Se vengono meno questi vissuti fondamentali (che il teologo Bonhoeffer chiamava «a priori religioso») che succede alle religioni storiche e alle loro dottrine? Pensiamo ad esempio al crescere dei dubbi sull’esistenza o sul senso dell’inferno o del Diavolo. Sfuggire a questi dubbi o gettare discreto su chi fa queste domande, che si riferiscono a questioni che per secoli sono state parti essenziali del mondo delle certezze cristiane, è uno dei maggiori segni di debolezza del magistero ecclesiastico odierno.
    In realtà la religione-di-chiesa per molti aspetti accondiscende all’evoluzione dei «fondamentali» religiosi più di quanto non sia disposta ad ammettere. Impercettibilmente il suo ruolo è sempre meno quello di depositaria di contenuti dogmatici vincolanti (in tema di salvezza, redenzione, espiazione, punizione) e sempre più quello di consulente morale, soprattutto nel privato e nell’ambito familiare. I dati dogmatici tradizionali fungono da semplice corredo illustrativo per istruzioni morali, che attingono a risorse dottrinali tradizionali che non sono più attrezzate alle nuove sfide. Il risultato è talvolta sconcertante, come nella problematica della biologia, della demografia e in generale dell’ambiente biofisico, dove la Chiesa rischia di reagire con una dottrina della sacralità della vita che sfiora il naturalismo biologistico.
    Che cosa c’entra la laicità dello Stato in tutto questo, nelle difficoltà speculari di laici e cattolici? E’ ovvio che lo Stato laico non può intervenire d’autorità, schierandosi da una parte o dall’altra: può soltanto garantire istituzionalmente i valori fondamentali condivisi. Tocca quindi ai cittadini, con le loro specifiche identità e opzioni politiche, impegnarsi in discorsi e iniziative pubbliche per la messa in pratica dei loro valori, tramite procedure democratiche. Ma è proprio qui, nella creazione di uno spazio di discorso e di etica pubblica che il principio della laicità si ripropone nella formula etsi Deus non daretur . Laicità significa dibattere, argomentare e agire «come se Dio non ci fosse», prescindendo cioè da ogni credo religioso. Il credente partecipa a pieno titolo al processo democratico di formazione della volontà collettiva, ma non usa argomenti che rimandano ad un principio d’autorità che è esterno al processo discorsivo stesso (del tipo «così vuole la Sacra Scrittura, così insegna il magistero della Chiesa»). Contrariamente a quanto ritengono molti uomini di Chiesa, la formula etsi D eus non daretur non ha affatto assunti ateistici o agnostici. Al contrario: costruire il mondo etico personale, civile e politico prescindendo dall’ipotesi-Dio è la versione più coerente e radicale dell’assunto teologico della piena responsabilità morale dell’uomo e della donna. Chi si comporta etsi Deus non daretur prende sul serio il postulato del’autonomia morale e razionale dell’uomo e della donna di fronte alla spiegazione del mondo fisico e alla costruzione del suo universo etico-politico.
    Soltanto in apparenza questa posizione è più costosa per il credente che non per il laico. Che cosa c’è infatti di più gratificante per il credente che trarre forza dalla sua fede per argomentare etsi Deus non daretur , cioè senza introdurre nel discorso pubblico argomenti dogmatici d’autorità? Se si assume questa sfida, né il religioso né il laico possono pretendere di avere qualcosa di più o di meno rispetto all’altro. Questa è laicità.
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    Avvenire - 26 aprile 2000
    Ma chi ha detto che il vero «laico» dev'essere ateo?
    Porre tra parentesi Dio rischia di mettere nelle mani dell'uomo i confini del bene e del male. Risposta a Rusconi
    Lo Stato è aconfessionale, non «neutrale»
    di Vittorio Possenti
    Che cosa significa essere laici? Se lo domanda nuovamente Gian Enrico Rusconi su La Stampa di ieri, osservando che la distinzione laico-cattolico diventa oggi più importante di quella tra destra e sinistra. I problemi della bioetica, della famiglia, degli omosessuali, eccetera, mostrano l'acuta difficoltà di trovare un punto d'incontro. Come procedere allora? Il professore torinese suggerisce che sarebbe possibile trovare una composizione soddisfacente a quei conflitti, a patto che i credenti nella piazza pubblica procedessero etsi Deus non daretur, ossia agissero «come se Dio non ci fosse», prescindendo da qualsiasi credo religioso. La proposta merita di essere discussa almeno sotto due aspetti: l'idea di laicità che veicola; la probabilità che il metodo dell'etsi conduca a esiti nel discorso pubblico.
    Se la questione della laicità rimane notevole, il modo di percepirla è in rapido mutamento, poiché vi sono vari modi di essere cattolici e ancor più numerosi di essere laici. La cultura laica (al singolare) appare sempre più una finzione, una rete buttata in fretta su contenuti disparatissimi. La generalizzata repulsione verso l'elemento dottrinale, che riguarda anche i cattolici, tocca in special modo i laici. Di fronte alle cento e cento culture laiche, il riferimento politico e civile al modulo liberale non è sufficiente a creare omogeneità. Conseguentemente, vengono messe all'incanto molte e disparate idee sulla laicità dello Stato, tra cui una assume appunto l'equazione laicità = procedere come se Dio non ci fosse.
    Sebbene la proposta non sia inedita e anzi venga ogni tanto regolarmente ripresentata, nei dibattiti che dettero vita alla nostra Carta costituzionale non se ne trova eco. Da essi emerse invece il disegno di uno Stato laico come uno Stato aconfessionale, le cui istituzioni - mentre non esprimono una propria autonoma produzione di valori, imposta alla società - hanno uno scopo e un fondamento nell'uomo e nei suoi diritti e doveri. Lo Stato laico non è uno Stato neutrale e agnostico.
    Al cuore dello Stato laico sta una immensa e drammatica controversia sull'uomo, oggi non meno vivida di 50 anni fa. Uomo, chi sei? Che cosa dici di te stesso? L'esemplificazione offerta da Rusconi conferma con abbondanza, che i più delicati problemi vertenti sulla bioetica, la famiglia, gli omosessuali, veicolano una radicale domanda sull'uomo. Una quota non piccola delle culture laiche attuali cerca di rimpiazzare un'idea filosofico-religiosa dell'uomo con una suggerita dalla scienza e spesso collegata a una banale etica utilitaristica. Sembra veramente contro-intuitivo domandare al credente di operare nel pubblico come se Dio e l'idea di uomo che vi si lega, non vi fossero. Perché, rimosso Dio, sarebbe più facile trovare un consenso? Comprendo bene che Rusconi voglia garantire la responsabilità morale dell'uomo: concordo. Non invece sul fatto che il riferimento a Dio e alla religione nel pubblico significhi introdurvi argomenti dogmatici. Il richiamo a Dio è luce e apertura, non blocco. Né dall'ateismo, né dall'agnosticismo militante sono venute grandi luci per l'uomo.
    Naturalmente il credente dovrà sostenere le sue posizioni in modo onesto e limpido, facendo tesoro dei guadagni della ragione: in effetti i temi citati da Rusconi sono antropologici e morali più che esclusivamente religiosi. Il fideismo che imperversa tra i cattolici, e la degnazione con cui per lo più si guarda alle questioni filosofiche e all'idea di verità pongono in effetti un serio problema. Anch'essi partecipano sconsideratamente alla perenne tavola rotonda mediatica, dove si chiacchiera di tutto meno che del vero. Tuttavia il compito del cristianesimo non è di garantire la felicità agli uomini, ma di dire loro la verità.
    La formula del prescindere da Dio, presa sul serio, allontana quest'ultimo dalla costruzione della civiltà: un allontanamento particolarmente distruttivo nel caso dell'etica, poiché il silenzio su Dio nella morale viene a sminuire la sua figura come unico legislatore etico e a porre nelle sole mani dell'uomo i confini del bene e del male. Mettere tra parentesi Dio nel discorso pubblico non opera perciò parità, assomiglia a un sotterfugio, non crea ordine nuovo. Meditando su problemi non tanto diversi dai nostri Giorgio La Pira individuò un criterio opposto. Domandando dove la coscienza credente potesse trovare ispirazione per edificare la polis scrisse che occorreva contemplare l'architettura della città di Dio, per trarre da ciò ammaestramento per delineare l'architettura della città dell'uomo. Questa potrebbe essere la piena formula di una laicità aperta e promotrice.
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    Avvenire - 29 aprile 2000
    Garelli: ma il credente difende i valori di tutti
    Il ritorno alla morale non tocca la censura degli intellettuali sulle grandi questioni di Dio e dell'uomo. No alla ipocrisia del pensiero «neutro»
    di Maurizio Cecchetti
    La prospettiva del dialogo tra laici e cattolici secondo Gian Enrico Rusconi impone al cattolico di negare una parte di sé stesso, di rinunciare alle certezze della fede limitandosi a quelle che possono venire dalla ragione. La laicità, insomma, è una sfida «più costosa per il credente che non per il laico».
    Sarà così? La Fides et Ratio, scritta dal Papa meno di due anni fa, riproponeva invece la posizione tomista di una fede che non nega la ragione e quindi presuppone di poter parlare delle cose del mondo con una «laicità» che ha come termine ultimo di riferimento non se stessa, ma la verità. Il sociologo Franco Garelli si stupisce della sortita di Rusconi che definisce «strana», nel senso che sembra presupporre che «il credente dalla fede ricavi una verità valida generalmente per tutti gli aspetti di questo mondo, senza sottintendere che nel suo giudizio vi è comunque una mediazione culturale»
    Rusconi affronta anche la posizione del «filosofo laico post-moderno» che pubblicamente fa professione di incertezza su tutto e poi finisce per fare di questa incertezza un dogma. Questo filosofo dice di non sapere che cosa è l'uomo, che cosa è la natura o la vita, confessa di ignorare tutto di Dio, e poi considera le religioni «portatrici di valori fondanti». Ma - preso atto di questo - si affretta Rusconi a mettere in chiaro che il credente non è meno incerto del laico. Dunque? Garelli replica che questa posizione dello storico torinese denuncia un problema diffuso «sia tra i laici che tra i credenti» ed è - continua - «la questione di ripensare radicalmente il rapporto tra natura e cultura, oltre le contingenze o i giudizi dati a spanna, affrontando il tema sul piano strutturale». Quando si parla di laicità ci si riferisce, solitamente, alla questione della convivenza in uno Stato nazionale (o sovrannazionale) e in una società civile ben precisa, nella quale sono vive molteplici concezioni dell'etica e della politica, della cultura e della religiosità. Per Garelli è evidente che «tutto il contendere riguarda, alla fine, delle scelte concrete che vanno fatte e che poi devono strutturare la vita sociale e pubblica, per cui è naturale che su temi, per esempio, come quelli della scuola, della bioetica, della famiglia, da parte cattolica intervenga un giudizio improntato ai principi che determinano una particolare visione del mondo e dei rapporti umani. Se prendiamo il discorso sulla famiglia, è evidente che da credenti non si può imporre un vincolo a chi non ha la fede. Non c'è nessuna cecità da parte cattolica su questo: semmai si tiene conto che l'eccessiva labilità delle famiglie di fatto, la loro potenziale e frequente discontinuità che le porta a formarsi e a rompersi con ritmi molto accelerati, può essere un elemento che finisce per indebolire l'istituto stesso della famiglia. In ragione di ciò, un credente lotta affinché questo istituto sia il più possibile salvaguardato e protetto con una politica precisa. Ma in questo non ci trovo nulla di fideistico».
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    La Stampa - 3 maggio 2000
    IL PAPA E AMATO, TRAMONTO DELL'ETICA LAICA
    di Gian Enrico Rusconi
    «Tutti sanno che sono un fan del Papa» - dice Giuliano Amato. Quel che non sappiamo è quanto innocua sia la punta di esibizionismo che accompagna la sua affermazione da ciò che resta della cultura laica di questo Paese. Mentre si moltiplicano gli atti di deferenza pubblica verso la Chiesa, filosofi professionali e dilettanti riprendono ad alta voce il confronto su temi religiosi. Teologi e moralisti sono ospiti fissi delle Tavole rotonde lusingati dell'attenzione loro prestata. Poco importa che gli argomenti portati in campo da laici e da cattolici siano nella sostanza quelli di sempre. Anzi sono tanto più solidi quanto più storicamente collaudati. Ma il grande pubblico non lo sa. Del resto, il punto non è la fondatezza delle ragioni messe a confronto, ora con franca fermezza ora con un tono di mondano ecumenismo. Ciò che conta sono i motivi che portano oggi alla «pubblicità» dei discorsi sulla religione e il loro assestarsi secondo il formato di Porta a porta .
    Teologi e filosofi professionali non si sentano sminuiti da questo accostamento (ammesso che si sentono sminuiti!). Qui non si parla infatti della serietà dei loro argomenti, ma della loro traduzione e traducibilità nel linguaggio pubblico. E quindi degli effetti indotti nella comunicazione massmediale e politica. E' in questa ottica infatti che va vista la ripresa dell'interesse per la religione in Italia oggi. L'attenzione per le cose religiose non nasce dal desiderio di conoscenza teologica ma dal bisogno di orientamento pratico. Non riguarda «la faccia di Dio» ma la ricerca di motivi che giustificano un comportamento piuttosto che un altro. Non è domanda di teologia ma di etica. So che questo modo di parlare si presta ad equivoci: ma è un invito a teologi e filosofi perché mettano questo problema al centro delle loro conversazioni.
    In Italia la distinzione tra laici e cattolici sta diventando sempre più importante e problematica di quella tra sinistra e destra. La religione-di-Chiesa (la versione tutta italiana del monoculturalismo religioso) intasca i dividendi dell'estinzione della cultura laica di tipo tradizionale e gode di grande influenza in entrambi gli schieramenti politici. Quindi mira legittimamente a trasformare questa influenza in risorsa politica diretta su temi cruciali di etica pubblica. In questo contesto la cultura laica, se vuole riguadagnare forza, non deve limitarsi a ribadire le ragioni del suo «credere» o «non credere», ma deve mettere a fuoco il punto eluso da molti suoi interlocutori cattolici: che in democrazia la piattaforma dell'etica pubblica non può essere che laica. Al di là del credere/non credere. E' basata cioè sullo scambio di argomenti e sull'osservanza di procedure, secondo il principio etsi Deus non daretur , ovvero «come se Dio non ci fosse». Questo non è affatto un principio surrettiziamente ateistico (come lamentano i cattolici) ma è l'assunto secondo cui l'etica pubblica si fonda sullo scambio di ragioni dotate di capacità di reciproco convincimento, non sul riferimento d'autorità, per quanto prestigiosa essa sia. Questo atteggiamento laico da noi è tutt'altro che ben argomentato. E' qui invece che si gioca la laicità.
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    Repubblica - 3 maggio 2000
    I modi per dirsi laico
    Parla il politologo
    di S. G.
    Ogni generazione ha il suo modo di vivere il laicismo. Gian Enrico Rusconi, classe 1938, studioso di scienze politiche, accetta volentieri di parlare del proprio, a partire dallo scritto di Bobbio.
    "Bobbio dice in sostanza: "Nonostante tutto, io seguito a non credere". La sua cristallina sincerità mi appare invidiabile per l'essenzialità, ma povera rispetto alle tematiche di oggi. Siamo a una svolta e in politica la distinzione tra laici e cattolici mi pare divenuta più importante di quella tra destra e sinistra.
    "Quando il Presidente del Consiglio si definisce "fan del papa", quali conseguenze politiche dobbiamo trarne? Le vecchie distinzioni tra laici e cattolici, che hanno informato il patto costituzionale, non hanno più senso. I laici avevano altre certezze e pensavano che la religione non li riguardasse. Ma oggi abbiamo il dovere di affrontare intellettualmente le tematiche religiose perché oggi la battaglia politica è sulla bioetica, sugli omosessuali, sulla famiglia, sulla scuola. Il confine tra pubblico e privato si è incrinato; il luogo dei sentimenti e della religione non è più solo il privato, né il luogo della politica è solo il pubblico.
    "Nel '68 si disse "il privato è politico", ma non si andò oltre lo slogan. Ora alla politica tocca gestire il confine incerto tra privato e pubblico, e ricostruirlo, al fine di costruire una nuova etica pubblica.
    "Prendiamo la scuola : è allo sfascio e poiché non c'è nessuna ipotesi laica per ricostruirla, e nessuno sa darle un'anima, i cattolici dicono: dateci il nostro pezzo. Li sostiene la scuola liberale che afferma: chi paga le tasse ha diritto alla sua scuola. Qui io mi differenzio dal laicismo di La Malfa che cita la Costituzione; non mi disturba che si diano i soldi alle scuole cattoliche; sono pronto a cambiare le regole del gioco purché ciò avvenga all'interno di una etica pubblica capace di ridefinire i diritti, i doveri, le reciprocità.
    "Una nuova etica pubblica va costruita solo discutendo sul merito delle questioni, senza rifarsi ad alcun principio di autorità, "etsi Deus non daretur", come se Dio non esistesse: che non è un assunto ateistico, come può sostenere il cardinale Ratzinger, ma è quanto diceva il teologo Dietrich Bonhoeffer. L'espressione risale al 500, è della scuola di Grozio, è alla base dello Stato moderno che poté nascere - dopo le guerre di religione - mettendo tra parentesi le diatribe teologiche. Se il papa non ci sta, se si appella alla Bibbia o al concetto di "natura", dovremo costruire la nuova etica pubblica senza di lui".
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    Avvenire - 4 maggio 2000
    Elogio del «buon ateismo»
    Agire come se Dio non ci fosse: note su un confronto aperto fra credenti e non credenti
    di Del Rio
    Esiste «il buon ateismo»? La domanda potrà sembrare sciocca o tutt'al più paradossale, e tuttavia mi è venuta spontanea dopo il dibattito, su Avvenire della settimana scorsa, condotto da Vittorio Possenti, Giuseppe Angelini e Franco Garelli in merito all'articolo di Gian Enrico Rusconi su La Stampa, che invocava una «laicità» in base al canone metodologico etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Si sa che, intesa in un certo senso, era anche questa l'idea di Bonhoeffer, il quale chiedeva ai credenti di operare etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse, di non fare dell'esistenza di Dio (che per il credente è un dato incontrovertibile, ma per gli altri non riesce ad essere accettabile logicamente) una base di lavoro, perché significherebbe prevaricare sul prossimo. Qualche tempo fa Giovanni Paolo II rivolse un duro rimprovero agli uomini del nostro tempo, con le parole prese da Dostoévskij: «Voi vivete come se Dio non esistesse!». Era evidente la rampogna rivolta da Papa Wojtyla alla logica di un mondo che o rigetta Dio o pensa di farne a meno, cioè di far a meno dei suoi comandamenti, un mondo che crede alla propria redenzione, alla propria capacità di salvezza. Ma è possibile, per un credente, avere anche un'interpretazione spirituale proprio di quell'etsi Deus non daretur? Ci può essere, per avanzare la domanda iniziale, «il buon ateismo»? Martin Buber, il noto studioso ebreo, riporta in un suo libro una raccomandazione di rabbi Moshe Lob che, seguendo l'idea generale che ogni cosa proviene da Dio, così si interroga: «Ma a che sarà stato creato l'ateismo? Anch'esso ha la sua elevazione nell'atto di pietà. Poichè quando uno viene da te e ti chiede aiuto, allora tu non devi piamente raccomandargli: Abbi fiducia e rivolgi la tua pena a Dio. Ma devi agire come se non ci fosse Dio, come se in tutto il mondo di fosse uno solo che può aiutare quell'uomo, tu solo». Trovo un pensiero simile, riferito al Cristo che ha terminato la sua presenza fisica terrena, in Mario Pomilio, il quale scrive nel suo Il quinto Evangelio: «Cristo ci ha lanciati in un'avventura». Quale avventura? Ecco: «Cristo non ha più mani, ha soltanto le nostre mani per fare oggi le sue opere. Cristo non ha più piedi, ha soltanto i nostri piedi per andare oggi agli uomini. Cristo non ha più voce, ha soltanto la nostra voce per parlare oggi di sè. Cristo non ha più forze, ha soltanto le nostre forze per guidare gli uomini a sé. Cristo non ha più Vangeli che essi leggano ancora. Ma ciò che facciamo in parole e opere è l'Evangelio che si sta scrivendo». Ecco, «Cristo non ha più mani, ha soltanto le nostre mani...». Ha scritto padre David Maria Turoldo: «Dio sta anche nel cavo della tua mano».
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    precedenti
  • 31-4-2000 da homo sapiens a cosa che pensa
  • 31-3-2000 Filosofia nella scuola media
  • 15-3-2000 Chiedere perdono per Bronte
  • 29-2-2000 Chi sono io per poter giudicare
  • 15-2-2000 Quando la matematica è un'opinione