Il lungo sonno dei laici
di Giorgio Triani
Gazzetta di Parma - 8 maggio 2000
La cultura laica e i laici esistono ancora a Parma? Da tempo l'interrogativo mi gira per la
testa. Ma se oggi lo pongo alla vostra attenzione è perché sollecitato da alcuni amici e
lettori di orientamenti politici e culturali diversi. E dispersi. Ma tutti interessati a
riavviare il filo di un discorso comune che per quanto riguarda la cultura laica sembra
essersi da un po' d'anni interrotto. Di contro al permanere invece di una vitale cultura
religiosa - non solo cattolica – e al manifestarsi dì nuovi integralismi che accompagnano il
proliferare di interessi costituiti in movimenti (di solito "contro" qualcosa o qualcuno). Gruppi
che, quale sia la consistenza e il campo d'azione, pretendono dì rappresentare "l'opinione
pubblica". E in forza di ciò sono indisponibili a scendere a compromessi accettabili con chi
la pensa come loro, insomma ad avere un orientamento tollerante, perciò. Laico, appunto.
Tranquilli, però: non ho intenzione di partire da Voltaire, ma solo dalla necessità di ridare
testa e gambe ai valori laici. A una cultura che oggi è mal rappresentata sia a sinistra sia a
destra degli schieramenti politici. Se è vero ad esempio che si fa un fascio di termini fra
loro inconciliabili dal suffisso "lib" (liberale, liberista, libertario, per usare uno slogan);
che sia in Rifondazione sia nei Ds c'è una buona rappresentanza di "cattocomunisti" - per usare
un'espressione di maniera ma efficace -; che in Forza Italia ci sono molti liberali classici
ma ancor più militanti che vogliono rifare la Dc; che al "centro" della politica, che tutti
vogliono occupare, perché è lì che sta il "paese dei due terzi", ovvero che ha un lavoro, un
reddito e buoni livelli dì consumi, quasi nessuno parli più di "libertà civili" e tutti si
faccia molta fatica a riconoscersi nei diritti di cittadinanza che hanno fondato la moderna
democrazia e sono riassumibili nella triade "libertà, uguaglianza e fraternità".
Oggi infatti si ha l'impressione che le questioni di libertà ineriscano la "Par condicio": la
qualcosa la si consideri negatrice o affermatrice della "libertà di spot", è assai riduttiva.
Nondimeno l'idea generalizzata che la libertà sia essenzialmente il diritto di farsi i fatti
propri è anch'essa abbastanza sconfortante. Allo stesso modo chi identifica la libertà con la
difesa intransigente di interessi costituiti (anche di lavoratori e di pensionati e non solo
di imprenditori e professionisti) dimentica che nella società dei due terzi che sta bene c'è
sempre un terzo che deve essere ancora liberato dalla povertà. Ma più in generale si assiste al
crescere di un sentimento che vede gran parte della gente interessata non a liberarsi, bensì a
reprimere le libertà altrui. Ovvero non a cercare di ridurre le proprie servitù, ma viceversa
gli spazi di tolleranza individuale e collettiva. Forse perché la libertà continua a essere
considerata un privilegio. Un fantasma.
E' altresì evidente che la "solidarietà" che oggi viene invocata ha poco a che fare con la
fraternità, mentre l'uguaglianza è un valore che si colloca ai gradini bassi della scala
socio-culturale. Considerato che tutti si nutre la pretesa di "essere più degli altri",
comunque meritevoli di un "occhio di riguardo" che consenta dì evitare la fila al Cup, il
sorteggio per la "classe giusta", l'ultima fila a teatro. In ogni caso quella che era una
"scuola di uguaglianza", ovvero la vita di partito e la partecipazione politica, è scomparsa.
E qui sono cominciati i problemi per la cultura laica e i laici, che storicamente prima nei
club, poi nei circoli e nei partiti hanno trovato i luoghi per esprimersi, confrontarsi,
crescere, anche come capacità di attrazione delle proprie idee di progresso: parola, anche
questa, che ha subito una forte erosione dì senso.
Il risultato è che a Parma, città di forti passioni civili, si assiste da anni al perdurante sonno della cultura laica, Non so se per effetto di una diaspora che ha colpito tutte le forze politiche o per il forte ripiegamento nel privato degli ultimi due decenni. Certo è che l'aumento dell'intolleranza e della litigiosità anche per futili motivi da qui è scaturito e si alimenta. Con una caduta verticale di progettualità pubblica che preoccupa soprattutto perché nessuno sembra preoccuparsene. Vogliamo cominciare a parlarne seriamente?
| Gentile dr. Triani,
dopo la lettura del suo articolo “Il sonno dei laici”, apparso sulla “Gazzetta di Parma” di lunedì
8 maggio, esaurita la prima reazione di imitare quel filosofo greco che per contestare la tesi
dell'impossibilità del moto di Zenone di Elea - "Ah Zenon, ta fléche immote" recita Paul
Valery - gli si mise davanti e cominciò a passeggiare avanti e indietro, non è infatti piace piacevole
vedere notificata, nero su bianco, l'inconsistenza e l'impotenza, se non espressamente propria, dei
gruppi di appartenenza, non posso che concordare con Lei sui fatti, mi permane tuttavia qualche
perplessità sul merito.
L'anomalia - che non è circoscritta alla realtà di Parma - non è tanto il disimpegno o l'emarginazione dei laici, quanto, a mio parere, l'eccesso di sovraesposizione di chi in qualche modo si riferisce, e non sempre in modo proprio, al mondo cattolico.
Anche se credo di aver compreso come lei intenda il termine “laico”, non credo inutile una ulteriore precisazione. Poco tempo fa sono stato nominato come componente laico nel Comitato Etico per la sperimentazione farmaceutica, ma non in quanto “laico”. Il paradossale in questa affermazione, come in quella famosa di Comma 84: "per guidare i bombardieri ci vogliono dei matti, i “matti” però non possono guidare i bombardieri" dipende dal fatto che molti termini hanno un significato d'uso che muta secondo il contesto, e, nelle espressioni citate sopra, il contesto, all'interno della stessa proposizione subisce uno slittamento.
Di qui perciò l'uso delle virgolette per cercare di differenziare i due significati.
Fra i componenti del Comitato Etico è prevista la prevista la presenza di una persona non esperta, estranea all'Ordinamento, sul tipo dei membri laici del CSM, un laico perciò e senza virgolette, non però necessariamente “laico”, con le virgolette ora, espressione cioè di una precisa identità culturale che ha come punti cardinali, il riconoscimento del pluralismo dei valori, l'autonomia della persona e l'aconfessionalità rispetto a qualsiasi credenza esclusiva.
Gian Enrico Rusconi in un articolo di poche settimane fa apparso sul La Stampa pone alla base della laicità l'affermazione etsi deus non daretur (come se dio non fosse), che non è affatto ateistica ma risale a Grozio ed è stata usata dai teologi del '600 per dare un fondamento razionalista all'etica cristiana, intendo con ciò contrapporre la “laicità” ai vari fondamentalismi, dove deus è volta a volta interpretato dalla natura, dalla comunità, dal mercato ecc.
Una “laicità” più che contrapposta al "cattolico", in aperto confronto con la "non laicità".
Chiarito ciò non credo di sbagliare che, nell'articolo, Lei intendesse riferirsi ai “laici” nell'accezione fra
virgolette. Le motivazioni del disimpegno dei “laici” sono molteplici, comprese quelle che oggi
essere “laico” non è più gratificante di termini di riconoscimenti, incarichi, consulenze ecc.; e se il
presidente del consiglio si dichiara, non si sa se con più cinismo o civetteria, "laico ma fans del Papa"
in quanti tendono sempre a chiarire di non essere però laicisti.
Fra le altre motivazioni, in particolare è opportuno soffermarsi sulle due che reputo predominanti e che in un certo senso sono complementari.
In primo luogo il “laico” ha una certa difficoltà ha inquadrarsi in formazioni politiche totalizzanti, il
principio di autonomia a cui si ispira lo fa riguardare con diffidenza alla burocrazia degli apparati, dove
la scelta individuale e lo spirito critico devono essere sacrificato alla gestione del consenso verso
l'autorità del leader di turno.
Scrive Giovanni Ferrara – senatore del PRI - in “Apologia dell'uomo laico” (Rizzoli, 1983) "L'uomo
laico è eminentemente sociale, ma in lui si conserva sempre una traccia indelebile di dilettantismo ed
anarchismo", evidenziando in ciò la difficoltà, quasi di carattere antropologico, di sintetizzare i due
aspetti della politica, l'essere nel sociale e la gestione o la ricerca del potere.
Se a ciò aggiungiamo che in un contesto di rapporti economici e sociali è sempre più palese l'impotenza della politica (in fin
dei conti l'assenteismo elettorale, a meno che vogliamo considerare tutto l'elettorato alla stregua di un
parco buoi, non deriva forse dalla sensazione che molti cittadini hanno, che il mondo della politica
operi in una sfera estranea a ciò che considerano i loro veri interessi) è abbastanza chiaro che
l'impegno dei “laici” tende più a rivolgersi ai luoghi della società civile.
Tanto più che il campo d'azione dei “laici”, non si esaurisce nel confronto con il magistero
ecclesiastico sui temi della bioetica o della scuola, ma è rivolto innanzi tutto verso le problematiche che
l'innovazione scientifica, tecnologica ed economica comportano sul piano dell'etica e della
responsabilità individuale.
Poco meno di un anno fa, in seguito alla scomparsa del senatore Libero Gualtieri si è andati alle
elezioni suppletive per il collegio senatoriale di Cesena, un collegio tradizionalmente repubblicano ed
ora sufficientemente blindato per l'area di centrosinistra. Ebbene il prof. Carlo Flamigni, primario di
ginecologia a Bologna e ricercatore di fama mondiale nel campo della fecondazione assistita, “laico”
doc (è stato coestensore del 1996 del “Manifesto di bioetica laica”), rispetto al laticlavio ha preferito
la designazione nel Comitato Nazionale di Bioetica, in quanto ha ritenuto più importante il confronto in
un organismo consultivo.
Tutti ci auguriamo che Parma possa essere la sede dell'Authority alimentare, ma se così fosse interlocutori dell'Authority per i problemi della salute saranno quei consiglieri comunali e provinciali che hanno proposto “Parma città antitrasgenica” (possibile che dopo l'azione positiva svolta dai cartelli “Comune denuclearizzato” al tempo di Chernobyl, vi sia ancora qualcuno che non riesce a scorgere il ridicolo di certe espressioni), quei
conferenzieri da condominio che raccontano le ultime leggende metropolitane oppure il “Biosciences High
Level Group”, un comitato di scienziati insediato la settimana scorsa dalla Commissione Europea.
Ciò su cui occorre riflettere, forse più del disimpegno “laico”, è il disimpegno in generale, e della società politica
in particolare, a confrontarsi sui temi della modernizzazione e dell'innovazione, non tanto dal punto di
vista delle applicazioni tecnologiche, quanto dal punto di vista dei conflitti con credenze e interessi
radicati.
Il vero confronto oggi non è fra “laico” e “cattolici”, ma fra la razionalità “cattolica” e “laica” e un
melting pot culturale che tende sempre più sfumare i confini tra tecnologismo ed ecologismo,
fra spiritualismo new age ed edonismo consumista, e così via.
Nel concludere le voglio significare che nonostante tutto, lo scetticismo che sembra pervadere questa
mie righe, non mi ha ancora fatto dimenticare quella passione civile che, citando Mazzini, vuole
che "Non tendiamo a sopprimere, ma a migliorare".
Con la mia più sincera stima
Ing. Vittorio Bertolini
|
La Stampa - 25 aprile 2000
LAICITA come se Dio non ci fosse
Nel clima culturale di oggi la distinzione tra laici e cattolici
diventa più importante di quella tra destra e sinistra
di Gian Enrico Rusconi
Che cosa significa oggi essere laici? Nella congiuntura politico-culturale che si sta delineando, la distinzione tra laici e cattolici diventa più importante di quella tra sinistra e destra. Laici e cattolici in Italia sono in rotta di collisione su punti eticamente e politicamente sensibili: dalle questioni della bioetica e dello statuto della famiglia ai diritti civili degli omosessuali, al problema del finanziamento della scuola privata-confessionale. Sarebbe tragico se la composizione di questi conflitti fosse affidata esclusivamente ai tatticismi e ai calcoli dalleanza politica contingente. Talvolta in campo cattolico ricompare una concezione puramente strumentale della politica e quindi della laicità dello Stato, vista come un accidente storico reversibile, anziché come un valore in sé. Ma specularmente i laici spesso si irrigidiscono in posizioni di pura esegesi difensiva del dettato costituzionale che rispecchia una congiuntura storico-culturale che è chiusa, anche se ci lascia una eredità irrinunciabile. La posta in gioco oggi è la ridefinizione della laicità nella società civile e quindi dello Stato - ridefinizione che interessa a pari titolo laici e cattolici, sulla base della loro comune cittadinanza democratica. Le immagini del laico e del cattolico sono frutto di autodefinizioni, di proiezioni e di aspettative reciproche. Un primo tipo di laico è quello che si dichiara incompetente nelle cose religiose; è privo di cognizioni teologiche, anche se possiede approssimative tracce di una educazione religiosa infantile o adolescenziale. Questo tipo di laico è disarmato di fronte alle argomentazioni dottrinali della Chiesa; è impacciato e intimidito di fronte a quelle che gli vengono presentate come le risposte ai grandi problemi etici di cui la Chiesa si presenta come la sola depositaria. Il secondo tipo di laico, dominante soprattutto nella pubblicistica, è quello che si ritiene culturalmente qualificato per un dialogo attivo con alcuni esponenti (ben selezionati) del cattolicesimo ufficiale: un dialogo ricercato e sostenuto spesso in unottica paritaria di «fede laica», di ispirazione genericamente neo-umanistica. In via di estinzione appare invece il laico tradizionale di scuola liberale, idealistica o vetero-socialista e comunista, il laico illuminista radicale, che tracciava confini netti e polemici nei confronti del cattolicesimo, con la convinzione di possedere solidi argomenti competitivi e forti certezze. Il risultato complessivo di questa situazione è il successo della Chiesa presso il laico italiano medio, sulla base di una sorta di ecumenismo dei grandi principi: primato dei diritti umani, coesistenza e dialogo di tutte le culture, lotta ad ogni forma di esclusione e discriminazione, augurabilità del modello politico democratico. Ma questo ecumenismo dei valori lascia nel vago e nellindeterminato il mondo delle certezze e le loro formulazioni che un tempo si sarebbero dette filosofiche e/o teologiche. Tra laico e religioso si stabiliscono così conversazioni morali che evitano accuratamente di confrontarsi su quello che per secoli era il discorso sulle verità che qualificavano le differenze tra laico e religioso. Per il filosofo laico post-moderno tutto questo è ovvio. Ma incorre così in una singolare contraddizione. Quando partecipa alla Tavola rotonda dellecumenismo dei valori, dice di non sapere «che cosa è luomo», ma ne raccomanda il rispetto assoluto; dice di non sapere «che cosa è la natura» o «la vita», ma ne fa motivi di impegno intransigente; dice di non sapere «nulla di Dio», ma considera le religioni portatrici di valori fondanti. Da parte sua il religioso va incontro a difficoltà di altra natura, ma non meno serie. Tutte le religioni storiche, infatti, hanno alla loro base atteggiamenti e vissuti antropologici, identificabili nellidea di salvezza e di redenzione, di colpa personale e collettiva, attesa del castigo e del premio, ecc. Se vengono meno questi vissuti fondamentali (che il teologo Bonhoeffer chiamava «a priori religioso») che succede alle religioni storiche e alle loro dottrine? Pensiamo ad esempio al crescere dei dubbi sullesistenza o sul senso dellinferno o del Diavolo. Sfuggire a questi dubbi o gettare discreto su chi fa queste domande, che si riferiscono a questioni che per secoli sono state parti essenziali del mondo delle certezze cristiane, è uno dei maggiori segni di debolezza del magistero ecclesiastico odierno. In realtà la religione-di-chiesa per molti aspetti accondiscende allevoluzione dei «fondamentali» religiosi più di quanto non sia disposta ad ammettere. Impercettibilmente il suo ruolo è sempre meno quello di depositaria di contenuti dogmatici vincolanti (in tema di salvezza, redenzione, espiazione, punizione) e sempre più quello di consulente morale, soprattutto nel privato e nellambito familiare. I dati dogmatici tradizionali fungono da semplice corredo illustrativo per istruzioni morali, che attingono a risorse dottrinali tradizionali che non sono più attrezzate alle nuove sfide. Il risultato è talvolta sconcertante, come nella problematica della biologia, della demografia e in generale dellambiente biofisico, dove la Chiesa rischia di reagire con una dottrina della sacralità della vita che sfiora il naturalismo biologistico. Che cosa centra la laicità dello Stato in tutto questo, nelle difficoltà speculari di laici e cattolici? E ovvio che lo Stato laico non può intervenire dautorità, schierandosi da una parte o dallaltra: può soltanto garantire istituzionalmente i valori fondamentali condivisi. Tocca quindi ai cittadini, con le loro specifiche identità e opzioni politiche, impegnarsi in discorsi e iniziative pubbliche per la messa in pratica dei loro valori, tramite procedure democratiche. Ma è proprio qui, nella creazione di uno spazio di discorso e di etica pubblica che il principio della laicità si ripropone nella formula etsi Deus non daretur . Laicità significa dibattere, argomentare e agire «come se Dio non ci fosse», prescindendo cioè da ogni credo religioso. Il credente partecipa a pieno titolo al processo democratico di formazione della volontà collettiva, ma non usa argomenti che rimandano ad un principio dautorità che è esterno al processo discorsivo stesso (del tipo «così vuole la Sacra Scrittura, così insegna il magistero della Chiesa»). Contrariamente a quanto ritengono molti uomini di Chiesa, la formula etsi D eus non daretur non ha affatto assunti ateistici o agnostici. Al contrario: costruire il mondo etico personale, civile e politico prescindendo dallipotesi-Dio è la versione più coerente e radicale dellassunto teologico della piena responsabilità morale delluomo e della donna. Chi si comporta etsi Deus non daretur prende sul serio il postulato delautonomia morale e razionale delluomo e della donna di fronte alla spiegazione del mondo fisico e alla costruzione del suo universo etico-politico. Soltanto in apparenza questa posizione è più costosa per il credente che non per il laico. Che cosa cè infatti di più gratificante per il credente che trarre forza dalla sua fede per argomentare etsi Deus non daretur , cioè senza introdurre nel discorso pubblico argomenti dogmatici dautorità? Se si assume questa sfida, né il religioso né il laico possono pretendere di avere qualcosa di più o di meno rispetto allaltro. Questa è laicità. ritorno inizio pagina
Avvenire - 26 aprile 2000
Ma chi ha detto che il vero «laico» dev'essere ateo?
Porre tra parentesi Dio rischia di mettere nelle mani
dell'uomo i confini del bene e del male. Risposta a Rusconi
Lo Stato è aconfessionale, non «neutrale»
di Vittorio Possenti
Che cosa significa essere laici? Se lo domanda nuovamente Gian
Enrico Rusconi su La Stampa di ieri, osservando che la
distinzione laico-cattolico diventa oggi più importante di quella
tra destra e sinistra. I problemi della bioetica, della famiglia, degli
omosessuali, eccetera, mostrano l'acuta difficoltà di trovare un
punto d'incontro. Come procedere allora? Il professore torinese
suggerisce che sarebbe possibile trovare una composizione
soddisfacente a quei conflitti, a patto che i credenti nella piazza
pubblica procedessero etsi Deus non daretur, ossia agissero
«come se Dio non ci fosse», prescindendo da qualsiasi credo
religioso. La proposta merita di essere discussa almeno sotto due
aspetti: l'idea di laicità che veicola; la probabilità che il metodo
dell'etsi conduca a esiti nel discorso pubblico.
Se la questione della laicità rimane notevole, il modo di percepirla
è in rapido mutamento, poiché vi sono vari modi di essere
cattolici e ancor più numerosi di essere laici. La cultura laica (al
singolare) appare sempre più una finzione, una rete buttata in
fretta su contenuti disparatissimi. La generalizzata repulsione
verso l'elemento dottrinale, che riguarda anche i cattolici, tocca in
special modo i laici. Di fronte alle cento e cento culture laiche, il
riferimento politico e civile al modulo liberale non è sufficiente a
creare omogeneità. Conseguentemente, vengono messe all'incanto
molte e disparate idee sulla laicità dello Stato, tra cui una assume
appunto l'equazione laicità = procedere come se Dio non ci fosse.
Sebbene la proposta non sia inedita e anzi venga ogni tanto
regolarmente ripresentata, nei dibattiti che dettero vita alla nostra
Carta costituzionale non se ne trova eco. Da essi emerse invece il
disegno di uno Stato laico come uno Stato aconfessionale, le cui
istituzioni - mentre non esprimono una propria autonoma
produzione di valori, imposta alla società - hanno uno scopo e un
fondamento nell'uomo e nei suoi diritti e doveri. Lo Stato laico
non è uno Stato neutrale e agnostico.
Al cuore dello Stato laico sta una immensa e drammatica
controversia sull'uomo, oggi non meno vivida di 50 anni fa.
Uomo, chi sei? Che cosa dici di te stesso? L'esemplificazione
offerta da Rusconi conferma con abbondanza, che i più delicati
problemi vertenti sulla bioetica, la famiglia, gli omosessuali,
veicolano una radicale domanda sull'uomo. Una quota non
piccola delle culture laiche attuali cerca di rimpiazzare un'idea
filosofico-religiosa dell'uomo con una suggerita dalla scienza e
spesso collegata a una banale etica utilitaristica. Sembra
veramente contro-intuitivo domandare al credente di operare nel
pubblico come se Dio e l'idea di uomo che vi si lega, non vi
fossero. Perché, rimosso Dio, sarebbe più facile trovare un
consenso? Comprendo bene che Rusconi voglia garantire la
responsabilità morale dell'uomo: concordo. Non invece sul fatto
che il riferimento a Dio e alla religione nel pubblico significhi
introdurvi argomenti dogmatici. Il richiamo a Dio è luce e
apertura, non blocco. Né dall'ateismo, né dall'agnosticismo
militante sono venute grandi luci per l'uomo.
Naturalmente il credente dovrà sostenere le sue posizioni in modo
onesto e limpido, facendo tesoro dei guadagni della ragione: in
effetti i temi citati da Rusconi sono antropologici e morali più che
esclusivamente religiosi. Il fideismo che imperversa tra i cattolici,
e la degnazione con cui per lo più si guarda alle questioni
filosofiche e all'idea di verità pongono in effetti un serio
problema. Anch'essi partecipano sconsideratamente alla perenne
tavola rotonda mediatica, dove si chiacchiera di tutto meno che
del vero. Tuttavia il compito del cristianesimo non è di garantire
la felicità agli uomini, ma di dire loro la verità.
La formula del prescindere da Dio, presa sul serio, allontana
quest'ultimo dalla costruzione della civiltà: un allontanamento
particolarmente distruttivo nel caso dell'etica, poiché il silenzio su
Dio nella morale viene a sminuire la sua figura come unico
legislatore etico e a porre nelle sole mani dell'uomo i confini del
bene e del male. Mettere tra parentesi Dio nel discorso pubblico
non opera perciò parità, assomiglia a un sotterfugio, non crea
ordine nuovo. Meditando su problemi non tanto diversi dai nostri
Giorgio La Pira individuò un criterio opposto. Domandando dove
la coscienza credente potesse trovare ispirazione per edificare la
polis scrisse che occorreva contemplare l'architettura della città di
Dio, per trarre da ciò ammaestramento per delineare l'architettura
della città dell'uomo. Questa potrebbe essere la piena formula di
una laicità aperta e promotrice. ritorno inizio pagina
Avvenire - 29 aprile 2000
Garelli: ma il credente difende i valori di tutti
Il ritorno alla morale non tocca la censura degli intellettuali
sulle grandi questioni di Dio e dell'uomo. No alla ipocrisia del
pensiero «neutro»
di Maurizio Cecchetti
La prospettiva del dialogo tra laici e cattolici secondo Gian Enrico
Rusconi impone al cattolico di negare una parte di sé stesso, di
rinunciare alle certezze della fede limitandosi a quelle che
possono venire dalla ragione. La laicità, insomma, è una sfida
«più costosa per il credente che non per il laico».
Sarà così? La Fides et Ratio, scritta dal Papa meno di due anni fa,
riproponeva invece la posizione tomista di una fede che non nega
la ragione e quindi presuppone di poter parlare delle cose del
mondo con una «laicità» che ha come termine ultimo di
riferimento non se stessa, ma la verità. Il sociologo Franco Garelli
si stupisce della sortita di Rusconi che definisce «strana», nel
senso che sembra presupporre che «il credente dalla fede ricavi
una verità valida generalmente per tutti gli aspetti di questo
mondo, senza sottintendere che nel suo giudizio vi è comunque
una mediazione culturale»
Rusconi affronta anche la posizione del «filosofo laico
post-moderno» che pubblicamente fa professione di incertezza su
tutto e poi finisce per fare di questa incertezza un dogma. Questo
filosofo dice di non sapere che cosa è l'uomo, che cosa è la natura
o la vita, confessa di ignorare tutto di Dio, e poi considera le
religioni «portatrici di valori fondanti». Ma - preso atto di questo
- si affretta Rusconi a mettere in chiaro che il credente non è meno
incerto del laico. Dunque? Garelli replica che questa posizione
dello storico torinese denuncia un problema diffuso «sia tra i laici
che tra i credenti» ed è - continua - «la questione di ripensare
radicalmente il rapporto tra natura e cultura, oltre le contingenze o
i giudizi dati a spanna, affrontando il tema sul piano strutturale».
Quando si parla di laicità ci si riferisce, solitamente, alla questione
della convivenza in uno Stato nazionale (o sovrannazionale) e in
una società civile ben precisa, nella quale sono vive molteplici
concezioni dell'etica e della politica, della cultura e della
religiosità. Per Garelli è evidente che «tutto il contendere
riguarda, alla fine, delle scelte concrete che vanno fatte e che poi
devono strutturare la vita sociale e pubblica, per cui è naturale che
su temi, per esempio, come quelli della scuola, della bioetica,
della famiglia, da parte cattolica intervenga un giudizio
improntato ai principi che determinano una particolare visione del
mondo e dei rapporti umani. Se prendiamo il discorso sulla
famiglia, è evidente che da credenti non si può imporre un vincolo
a chi non ha la fede. Non c'è nessuna cecità da parte cattolica su
questo: semmai si tiene conto che l'eccessiva labilità delle
famiglie di fatto, la loro potenziale e frequente discontinuità che
le porta a formarsi e a rompersi con ritmi molto accelerati, può
essere un elemento che finisce per indebolire l'istituto stesso della
famiglia. In ragione di ciò, un credente lotta affinché questo
istituto sia il più possibile salvaguardato e protetto con una
politica precisa. Ma in questo non ci trovo nulla di fideistico». ritorno inizio pagina
La Stampa - 3 maggio 2000
IL PAPA E AMATO, TRAMONTO DELL'ETICA LAICA
di Gian Enrico Rusconi
«Tutti sanno che sono un fan del Papa» - dice
Giuliano Amato. Quel che non sappiamo è quanto innocua sia la
punta di esibizionismo che accompagna la sua affermazione da ciò
che resta della cultura laica di questo Paese. Mentre si moltiplicano
gli atti di deferenza pubblica verso la Chiesa, filosofi professionali e
dilettanti riprendono ad alta voce il confronto su temi religiosi.
Teologi e moralisti sono ospiti fissi delle Tavole rotonde lusingati
dell'attenzione loro prestata. Poco importa che gli argomenti portati
in campo da laici e da cattolici siano nella sostanza quelli di sempre.
Anzi sono tanto più solidi quanto più storicamente collaudati. Ma il
grande pubblico non lo sa. Del resto, il punto non è la fondatezza
delle ragioni messe a confronto, ora con franca fermezza ora con un
tono di mondano ecumenismo. Ciò che conta sono i motivi che
portano oggi alla «pubblicità» dei discorsi sulla religione e il loro
assestarsi secondo il formato di Porta a porta .
Teologi e filosofi professionali non si sentano sminuiti da questo
accostamento (ammesso che si sentono sminuiti!). Qui non si parla
infatti della serietà dei loro argomenti, ma della loro traduzione e
traducibilità nel linguaggio pubblico. E quindi degli effetti indotti
nella comunicazione massmediale e politica. E' in questa ottica
infatti che va vista la ripresa dell'interesse per la religione in Italia
oggi. L'attenzione per le cose religiose non nasce dal desiderio di
conoscenza teologica ma dal bisogno di orientamento pratico. Non
riguarda «la faccia di Dio» ma la ricerca di motivi che giustificano
un comportamento piuttosto che un altro. Non è domanda di teologia
ma di etica. So che questo modo di parlare si presta ad equivoci: ma è
un invito a teologi e filosofi perché mettano questo problema al
centro delle loro conversazioni.
In Italia la distinzione tra laici e cattolici sta diventando sempre più
importante e problematica di quella tra sinistra e destra. La
religione-di-Chiesa (la versione tutta italiana del monoculturalismo
religioso) intasca i dividendi dell'estinzione della cultura laica di tipo
tradizionale e gode di grande influenza in entrambi gli schieramenti
politici. Quindi mira legittimamente a trasformare questa influenza
in risorsa politica diretta su temi cruciali di etica pubblica. In questo
contesto la cultura laica, se vuole riguadagnare forza, non deve
limitarsi a ribadire le ragioni del suo «credere» o «non credere», ma
deve mettere a fuoco il punto eluso da molti suoi interlocutori
cattolici: che in democrazia la piattaforma dell'etica pubblica non
può essere che laica. Al di là del credere/non credere. E' basata cioè
sullo scambio di argomenti e sull'osservanza di procedure, secondo
il principio etsi Deus non daretur , ovvero «come se Dio non ci
fosse». Questo non è affatto un principio surrettiziamente ateistico
(come lamentano i cattolici) ma è l'assunto secondo cui l'etica
pubblica si fonda sullo scambio di ragioni dotate di capacità di
reciproco convincimento, non sul riferimento d'autorità, per quanto
prestigiosa essa sia. Questo atteggiamento laico da noi è tutt'altro
che ben argomentato. E' qui invece che si gioca la laicità. ritorno inizio pagina
Repubblica - 3 maggio 2000
I modi per dirsi laico
Parla il politologo
di S. G.
Ogni generazione ha il suo modo di vivere
il laicismo. Gian Enrico Rusconi, classe
1938, studioso di scienze politiche, accetta
volentieri di parlare del proprio, a partire
dallo scritto di Bobbio.
"Bobbio dice in sostanza: "Nonostante
tutto, io seguito a non credere". La sua
cristallina sincerità mi appare invidiabile
per l'essenzialità, ma povera rispetto alle
tematiche di oggi. Siamo a una svolta e in
politica la distinzione tra laici e cattolici
mi pare divenuta più importante di quella
tra destra e sinistra.
"Quando il Presidente del Consiglio si
definisce "fan del papa", quali conseguenze
politiche dobbiamo trarne? Le vecchie
distinzioni tra laici e cattolici, che hanno
informato il patto costituzionale, non
hanno più senso. I laici avevano altre
certezze e pensavano che la religione non li
riguardasse. Ma oggi abbiamo il dovere di
affrontare intellettualmente le tematiche
religiose perché oggi la battaglia politica è
sulla bioetica, sugli omosessuali, sulla
famiglia, sulla scuola. Il confine tra
pubblico e privato si è incrinato; il luogo
dei sentimenti e della religione non è più
solo il privato, né il luogo della politica è
solo il pubblico.
"Nel '68 si disse "il privato è politico", ma
non si andò oltre lo slogan. Ora alla
politica tocca gestire il confine incerto tra
privato e pubblico, e ricostruirlo, al fine di
costruire una nuova etica pubblica.
"Prendiamo la scuola : è allo sfascio e
poiché non c'è nessuna ipotesi laica per
ricostruirla, e nessuno sa darle un'anima, i
cattolici dicono: dateci il nostro pezzo. Li
sostiene la scuola liberale che afferma: chi
paga le tasse ha diritto alla sua scuola. Qui
io mi differenzio dal laicismo di La Malfa
che cita la Costituzione; non mi disturba
che si diano i soldi alle scuole cattoliche;
sono pronto a cambiare le regole del gioco
purché ciò avvenga all'interno di una etica
pubblica capace di ridefinire i diritti, i
doveri, le reciprocità.
"Una nuova etica pubblica va costruita
solo discutendo sul merito delle questioni,
senza rifarsi ad alcun principio di autorità,
"etsi Deus non daretur", come se Dio non
esistesse: che non è un assunto ateistico,
come può sostenere il cardinale Ratzinger,
ma è quanto diceva il teologo Dietrich
Bonhoeffer. L'espressione risale al 500, è
della scuola di Grozio, è alla base dello
Stato moderno che poté nascere - dopo le
guerre di religione - mettendo tra parentesi
le diatribe teologiche. Se il papa non ci sta,
se si appella alla Bibbia o al concetto di
"natura", dovremo costruire la nuova etica
pubblica senza di lui".
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Avvenire - 4 maggio 2000
Elogio del «buon ateismo»
Agire come se Dio non ci fosse: note su un
confronto aperto fra credenti e non credenti
di Del Rio
Esiste «il buon ateismo»? La domanda potrà sembrare sciocca o
tutt'al più paradossale, e tuttavia mi è venuta spontanea dopo il
dibattito, su Avvenire della settimana scorsa, condotto da Vittorio
Possenti, Giuseppe Angelini e Franco Garelli in merito all'articolo
di Gian Enrico Rusconi su La Stampa, che invocava una «laicità»
in base al canone metodologico etsi Deus non daretur, come se
Dio non esistesse. Si sa che, intesa in un certo senso, era anche
questa l'idea di Bonhoeffer, il quale chiedeva ai credenti di operare
etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse, di non fare
dell'esistenza di Dio (che per il credente è un dato
incontrovertibile, ma per gli altri non riesce ad essere accettabile
logicamente) una base di lavoro, perché significherebbe
prevaricare sul prossimo. Qualche tempo fa Giovanni Paolo II
rivolse un duro rimprovero agli uomini del nostro tempo, con le
parole prese da Dostoévskij: «Voi vivete come se Dio non
esistesse!». Era evidente la rampogna rivolta da Papa Wojtyla alla
logica di un mondo che o rigetta Dio o pensa di farne a meno, cioè
di far a meno dei suoi comandamenti, un mondo che crede alla
propria redenzione, alla propria capacità di salvezza. Ma è
possibile, per un credente, avere anche un'interpretazione
spirituale proprio di quell'etsi Deus non daretur? Ci può essere,
per avanzare la domanda iniziale, «il buon ateismo»? Martin
Buber, il noto studioso ebreo, riporta in un suo libro una
raccomandazione di rabbi Moshe Lob che, seguendo l'idea
generale che ogni cosa proviene da Dio, così si interroga: «Ma a
che sarà stato creato l'ateismo? Anch'esso ha la sua elevazione
nell'atto di pietà. Poichè quando uno viene da te e ti chiede aiuto,
allora tu non devi piamente raccomandargli: Abbi fiducia e rivolgi
la tua pena a Dio. Ma devi agire come se non ci fosse Dio, come
se in tutto il mondo di fosse uno solo che può aiutare quell'uomo,
tu solo». Trovo un pensiero simile, riferito al Cristo che ha
terminato la sua presenza fisica terrena, in Mario Pomilio, il quale
scrive nel suo Il quinto Evangelio: «Cristo ci ha lanciati in
un'avventura». Quale avventura? Ecco: «Cristo non ha più mani,
ha soltanto le nostre mani per fare oggi le sue opere. Cristo non ha
più piedi, ha soltanto i nostri piedi per andare oggi agli uomini.
Cristo non ha più voce, ha soltanto la nostra voce per parlare oggi
di sè. Cristo non ha più forze, ha soltanto le nostre forze per
guidare gli uomini a sé. Cristo non ha più Vangeli che essi
leggano ancora. Ma ciò che facciamo in parole e opere è
l'Evangelio che si sta scrivendo». Ecco, «Cristo non ha più mani,
ha soltanto le nostre mani...». Ha scritto padre David Maria
Turoldo: «Dio sta anche nel cavo della tua mano».
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