Elogio degli infedeliParla Remo Bodei che ha scritto "Le logiche del delirio" un saggio filosofico assai ricco di spunti freudiani "Non mi piacciono certe vestali della psicoanalisi Il maestro viennese è un classico e non il Vangelo" |
| Remo Bodei fa filosofia, come professione, da intellettuale
equilibrato e competente che non si strugge per le luci della
ribalta, preferisce i suoi studi al gran circo mediatico. Il
pubblico colto - non solo quello accademico - lo ama
molto, e in particolare negli ambienti psicoanalitici l'originale
traiettoria del suo pensiero viene seguita con un'attenzione
quasi devota. Non a caso al recente congresso sul sogno
della Società freudiana, la sua è stata una delle relazioni più
brillanti e applaudite, ed è improbabile che un analista di
qualche spessore non abbia letto almeno la Geometria delle
passioni (Feltrinelli), un libro folgorante per la capacità di
sistematizzare quei sentimenti - come l'amore, l' odio,
l'invidia, il rancore - difficilmente imbrigliabili dalla ragione,
decisivi per la vita interiore e le dinamiche evidenti o più
spesso sotterranee tra le persone.
Docente di Storia della filosofia all'università di Pisa, Remo
Bodei ha ultimato Le logiche del delirio (sottotitolo
"Ragione, affetti, follia"), un breve saggio che stabilisce un
rapporto di forte continuità con lo studio appena citato,
sulle passioni, e sarà Laterza a pubblicare. Bodei l'ha
presentato di recente, nella forma delle "Lezioni italiane" che
la Fondazione Sigma-Tau ha organizzato presso l'università
di Pavia.
E' una ricerca affascinante, Le logiche del delirio: limpida e rigorosa, ricca di "spunti" freudiani, in cui il sapere filosofico è però soprattutto intrecciato con la psichiatria del
Novecento. Ne parleremo con l'autore nel corso di questa
intervista, ma non solo: a sessant'anni dalla morte di Freud,
alla fine del '99 che ha segnato il centenario della
psicoanalisi, Bodei ci è sembrato uno straordinario
interlocutore per riflettere criticamente sul significato
dell'opera del visionario viennese, sulla potenza totemica
della sua persona, sulla tenace influenza delle sue idee che
sopravvivono a ogni guerra contro la psicoanalisi, alla moda
stucchevole d'intonarne il requiem o di sentenziare una sua
frettolosa liquidazione.
| Giovanni Jervis, che ha curato per Bollati Boringhieri Il
secolo della psicoanalisi, considera Freud come fenomeno
storico e culturale, ma per quello che riguarda l' aspetto
clinico - la capacità degli analisti di fronteggiare la
sofferenza psichica, di curare i pazienti - è sempre molto
scettico. Condivide quest'atteggiamento, professor Bodei? |
"Credo che sia un po' riduttivo... Non sono un analista e
non mi azzarderei a pronunciare frasi solenni su un terreno
che mi è estraneo, ma a me pare che Freud abbia avuto un
ruolo importante anche dal punto di vista della terapia,
tenendo conto che la psicoanalisi è diventata una famiglia
molto numerosa e non si può quindi ricondurre sempre tutto
ai padri fondatori, a Freud o a Jung, ignorando che è
passato un secolo, appunto... Certo, è un periodo che tira
una brutta aria per la psicoanalisi, Freud è sotto attacco, è
trattato come un cane morto, come una volta si diceva per
Spinoza. Negli Stati Uniti è visto addirittura come un
complice dei pedofili perché avrebbe considerato le
aggressioni sessuali ai bambini semplici fantasie... Insomma,
una carogna".
| Lei dice "è un periodo"... Per Jervis, il declino della
psicoanalisi è cominciato già dagli anni Settanta. |
"Jervis esagera, anche se ha ragione quando dice che la
scolastica freudiana - aver preso il verbo di Freud come
Vangelo - ha fatto perdere di contundenza al pensiero
psicoanalitico, non sempre capace di adattarsi alle nuove
paure, ai conflitti della contemporaneità che sono assai
diversi da quelli d'inizio secolo. Se una volta imperversava
l'isteria, oggi dilaga la depressione... La psicoanalisi
invecchia se ignora l'evoluzione del pensiero psichiatrico del
Novecento, che in ogni caso la ridimensiona. E capisco
anche che ci sia un fattore di stanchezza, di saturazione, che
si dica basta con la psicoanalisi come officina di riparazioni
dell'anima a buon mercato".
| Non proprio a buon mercato... |
"Già, ma il fatto che ci siano tanti mestatori dell'anima non
implica che un certo lascito debba essere abbandonato".
"Freud è un classico, non si può chiedere più di tanto, il suo
pensiero è in parte caduco ma in parte rifiorisce come un
albero dopo ogni potatura. Lui ci dice continuamente: la
nostra ignoranza è grande, la ragione è un lumicino, ma sia
maledetto chi lo spegne, e io sono del tutto simpatetico con
espressioni del genere... E' chiaro che, senza la psicoanalisi,
noi non saremmo gli stessi e, dal punto di vista della cultura,
questo secolo sarebbe inimmaginabile".
| Un'accusa che viene rivolta agli analisti è di riproporre, con
una buona dose di pigrizia intellettuale, schemi precostituiti
d'interpretazione. E' un'accusa fondata? |
"Non so come lavori un analista, ma uno bravo dovrebbe
essere un piccolo Socrate, avere anche una certa capacità
d'improvvisazione perché ogni caso è una storia di vita
unica e irripetibile. Applicare degli schemi, basarsi sull'ipse
dixit significherebbe fare torto a Freud oltre che al
"malato"... Sempre i discepoli devono essere infedeli ai
maestri, non si può ammettere che uno si trinceri dietro un
dito perché l' ha detto Freud, e ben vengano tutte le
confutazioni perché è di questo che una teoria vive, ma non
condivido neppure questo disfattismo per cui si prendono
sempre come esempio i peggiori... Le vestali della
psicoanalisi non mi piacciono, ma neppure mi piacciono
quelli che amano intonare i cori funebri".
| Si dice: la psicoanalisi ha cambiato il modo di pensare, la
sessualità, l'educazione dei bambini, o anche il rapporto tra
normalità e anormalità... Ma questo è ovvio. Per lei, qual è
l'apporto principale che la psicoanalisi ha dato alla cultura
del Novecento? |
"Quello di sconvolgerci, in senso letterale, di farci saltare
tutti i parametri che avevamo, di costringerci a guardare
dentro di noi. Al di qua dei conflitti sociali e di classe, Freud
ha scoperto un altro focolaio di conflittualità: la casa, con il
suo impasto di gerarchie e di affetti, di violenza e di
protezione, di sessualità e competizione, di passioni e di
interessi, di matrimonio e di patrimonio, trasformando la
famiglia - una zona considerata semplicemente di affetti - in
un groviglio di conflitti giganteschi, di rapporti non sempre
sentimentali e sempre di potere".
| E' qui che sta il carattere sconvolgente della psicoanalisi? |
"Sì, nel senso che il suo carattere esplosivo è stato quello di
mostrare come la crescita di ciascuno passi attraverso il
conflitto. Né un uomo né una civiltà si sviluppano senza
ostacoli da superare. Il loro terreno è la lotta, non solo
quella reale, constatabile all'esterno, ma anche la
gigantomachia interiore di pulsioni, fantasie, ricordi, affetti,
che condiziona tutte le forme di esistenza umana, riuscite o
mancate. E' del resto quello che scrivo, nel mio ultimo
libro".
| Nelle Logiche del delirio - libro molto complesso che non si
può certo ridurre a qualche battuta in un'intervista - lei
riprende Freud, quanto alla discontinuità della nostra vita
psichica, per sottolineare l'importanza della "trascrizione"
del tempo, di "ridonare senso" alle fasi trascorse della vita
per non rischiare appunto di cadere nel delirio... Il passato,
insomma, va messo al suo posto, non deve sporgere sul
futuro. |
"Quando il passato sta incollato al presente, quando il
passato non passa può tornare ogni qualvolta un trauma
attuale lo rimette in gioco... Il passato va metamorfizzato in
un presente che avanza e che è in grado di considerarlo
trascorso. Qui sta forse una forma di "guarigione": in un
passato che viene "staccato" dal presente, che non mi
preme più nel duplice senso che non mi fa pressione e non
mi sta più a cuore. Solo allora non si è schiacciati dai ricordi
e dall'assenza di futuro, da un mondo che si tinge del colore
nero della perdita delle possibilità".
| Il passato, perché passi, va dunque sempre elaborato, mai
rimosso... |
"Non possiamo fare come quelle cattive massaie che
nascondono la polvere sotto i tappeti... Con il passato
bisogna farci i conti, affrontando il dolore che - seppure
senza esaltarlo - serve a crescere. Come dicevano i greci, i
dolori sono insegnamenti".
| I greci dicevano così, ma oggi chi lo dice più? La tendenza
è un'altra: è quella di sfuggire, non dico al dolore, ma anche
al più generico stato di mestizia... Non sarà il trionfo dei
farmaci a mettere in soffitta Freud? |
"Adorno diceva: nella psicoanalisi non c'è niente di vero se
non le sue esagerazioni: quella lente d'ingrandimento posta
su piccole cose scialbe, apparentemente irrilevanti, della
quotidianità. Ecco, le "esagerazioni" della psicoanalisi non
andranno in soffitta a causa dei farmaci perché l'anestesia
della coscienza può dare un sollievo nel tempo breve ma
alla lunga è ottundente... Il rapporto tra aspetto corporeo e
psichico non va preso alla maniera platonico-cristiana di
un'anima separata dal corpo. Potremmo dire, con
Merleau-Ponty, che il sorriso non si può ridurre a una
semplice contrazione di muscoli ignorandone i significati
sociali e comunicativi. Sarebbe infatti un'operazione
riduttiva. E però non possiamo neanche fare come in Alice
dove c'è il sorriso del gatto senza il gatto". |