RASSEGNA STAMPA

30 DICEMBRE 1999
LUCIANA SICA
Elogio degli infedeli
Parla Remo Bodei che ha scritto "Le logiche del delirio" un saggio filosofico assai ricco di spunti freudiani
"Non mi piacciono certe vestali della psicoanalisi
Il maestro viennese è un classico e non il Vangelo"
Remo Bodei fa filosofia, come professione, da intellettuale equilibrato e competente che non si strugge per le luci della ribalta, preferisce i suoi studi al gran circo mediatico. Il pubblico colto - non solo quello accademico - lo ama molto, e in particolare negli ambienti psicoanalitici l'originale traiettoria del suo pensiero viene seguita con un'attenzione quasi devota. Non a caso al recente congresso sul sogno della Società freudiana, la sua è stata una delle relazioni più brillanti e applaudite, ed è improbabile che un analista di qualche spessore non abbia letto almeno la Geometria delle passioni (Feltrinelli), un libro folgorante per la capacità di sistematizzare quei sentimenti - come l'amore, l' odio, l'invidia, il rancore - difficilmente imbrigliabili dalla ragione, decisivi per la vita interiore e le dinamiche evidenti o più spesso sotterranee tra le persone.
Docente di Storia della filosofia all'università di Pisa, Remo Bodei ha ultimato Le logiche del delirio (sottotitolo "Ragione, affetti, follia"), un breve saggio che stabilisce un rapporto di forte continuità con lo studio appena citato, sulle passioni, e sarà Laterza a pubblicare. Bodei l'ha presentato di recente, nella forma delle "Lezioni italiane" che la Fondazione Sigma-Tau ha organizzato presso l'università di Pavia.
E' una ricerca affascinante, Le logiche del delirio: limpida e rigorosa, ricca di "spunti" freudiani, in cui il sapere filosofico è però soprattutto intrecciato con la psichiatria del Novecento. Ne parleremo con l'autore nel corso di questa intervista, ma non solo: a sessant'anni dalla morte di Freud, alla fine del '99 che ha segnato il centenario della psicoanalisi, Bodei ci è sembrato uno straordinario interlocutore per riflettere criticamente sul significato dell'opera del visionario viennese, sulla potenza totemica della sua persona, sulla tenace influenza delle sue idee che sopravvivono a ogni guerra contro la psicoanalisi, alla moda stucchevole d'intonarne il requiem o di sentenziare una sua frettolosa liquidazione.
Giovanni Jervis, che ha curato per Bollati Boringhieri Il secolo della psicoanalisi, considera Freud come fenomeno storico e culturale, ma per quello che riguarda l' aspetto clinico - la capacità degli analisti di fronteggiare la sofferenza psichica, di curare i pazienti - è sempre molto scettico. Condivide quest'atteggiamento, professor Bodei?
"Credo che sia un po' riduttivo... Non sono un analista e non mi azzarderei a pronunciare frasi solenni su un terreno che mi è estraneo, ma a me pare che Freud abbia avuto un ruolo importante anche dal punto di vista della terapia, tenendo conto che la psicoanalisi è diventata una famiglia molto numerosa e non si può quindi ricondurre sempre tutto ai padri fondatori, a Freud o a Jung, ignorando che è passato un secolo, appunto... Certo, è un periodo che tira una brutta aria per la psicoanalisi, Freud è sotto attacco, è trattato come un cane morto, come una volta si diceva per Spinoza. Negli Stati Uniti è visto addirittura come un complice dei pedofili perché avrebbe considerato le aggressioni sessuali ai bambini semplici fantasie... Insomma, una carogna".
Lei dice "è un periodo"... Per Jervis, il declino della psicoanalisi è cominciato già dagli anni Settanta.
"Jervis esagera, anche se ha ragione quando dice che la scolastica freudiana - aver preso il verbo di Freud come Vangelo - ha fatto perdere di contundenza al pensiero psicoanalitico, non sempre capace di adattarsi alle nuove paure, ai conflitti della contemporaneità che sono assai diversi da quelli d'inizio secolo. Se una volta imperversava l'isteria, oggi dilaga la depressione... La psicoanalisi invecchia se ignora l'evoluzione del pensiero psichiatrico del Novecento, che in ogni caso la ridimensiona. E capisco anche che ci sia un fattore di stanchezza, di saturazione, che si dica basta con la psicoanalisi come officina di riparazioni dell'anima a buon mercato".
Non proprio a buon mercato...
"Già, ma il fatto che ci siano tanti mestatori dell'anima non implica che un certo lascito debba essere abbandonato".
Quale lascito?
"Freud è un classico, non si può chiedere più di tanto, il suo pensiero è in parte caduco ma in parte rifiorisce come un albero dopo ogni potatura. Lui ci dice continuamente: la nostra ignoranza è grande, la ragione è un lumicino, ma sia maledetto chi lo spegne, e io sono del tutto simpatetico con espressioni del genere... E' chiaro che, senza la psicoanalisi, noi non saremmo gli stessi e, dal punto di vista della cultura, questo secolo sarebbe inimmaginabile".
Un'accusa che viene rivolta agli analisti è di riproporre, con una buona dose di pigrizia intellettuale, schemi precostituiti d'interpretazione. E' un'accusa fondata?
"Non so come lavori un analista, ma uno bravo dovrebbe essere un piccolo Socrate, avere anche una certa capacità d'improvvisazione perché ogni caso è una storia di vita unica e irripetibile. Applicare degli schemi, basarsi sull'ipse dixit significherebbe fare torto a Freud oltre che al "malato"... Sempre i discepoli devono essere infedeli ai maestri, non si può ammettere che uno si trinceri dietro un dito perché l' ha detto Freud, e ben vengano tutte le confutazioni perché è di questo che una teoria vive, ma non condivido neppure questo disfattismo per cui si prendono sempre come esempio i peggiori... Le vestali della psicoanalisi non mi piacciono, ma neppure mi piacciono quelli che amano intonare i cori funebri".
Si dice: la psicoanalisi ha cambiato il modo di pensare, la sessualità, l'educazione dei bambini, o anche il rapporto tra normalità e anormalità... Ma questo è ovvio. Per lei, qual è l'apporto principale che la psicoanalisi ha dato alla cultura del Novecento?
"Quello di sconvolgerci, in senso letterale, di farci saltare tutti i parametri che avevamo, di costringerci a guardare dentro di noi. Al di qua dei conflitti sociali e di classe, Freud ha scoperto un altro focolaio di conflittualità: la casa, con il suo impasto di gerarchie e di affetti, di violenza e di protezione, di sessualità e competizione, di passioni e di interessi, di matrimonio e di patrimonio, trasformando la famiglia - una zona considerata semplicemente di affetti - in un groviglio di conflitti giganteschi, di rapporti non sempre sentimentali e sempre di potere".
E' qui che sta il carattere sconvolgente della psicoanalisi?
"Sì, nel senso che il suo carattere esplosivo è stato quello di mostrare come la crescita di ciascuno passi attraverso il conflitto. Né un uomo né una civiltà si sviluppano senza ostacoli da superare. Il loro terreno è la lotta, non solo quella reale, constatabile all'esterno, ma anche la gigantomachia interiore di pulsioni, fantasie, ricordi, affetti, che condiziona tutte le forme di esistenza umana, riuscite o mancate. E' del resto quello che scrivo, nel mio ultimo libro".
Nelle Logiche del delirio - libro molto complesso che non si può certo ridurre a qualche battuta in un'intervista - lei riprende Freud, quanto alla discontinuità della nostra vita psichica, per sottolineare l'importanza della "trascrizione" del tempo, di "ridonare senso" alle fasi trascorse della vita per non rischiare appunto di cadere nel delirio... Il passato, insomma, va messo al suo posto, non deve sporgere sul futuro.
"Quando il passato sta incollato al presente, quando il passato non passa può tornare ogni qualvolta un trauma attuale lo rimette in gioco... Il passato va metamorfizzato in un presente che avanza e che è in grado di considerarlo trascorso. Qui sta forse una forma di "guarigione": in un passato che viene "staccato" dal presente, che non mi preme più nel duplice senso che non mi fa pressione e non mi sta più a cuore. Solo allora non si è schiacciati dai ricordi e dall'assenza di futuro, da un mondo che si tinge del colore nero della perdita delle possibilità".
Il passato, perché passi, va dunque sempre elaborato, mai rimosso...
"Non possiamo fare come quelle cattive massaie che nascondono la polvere sotto i tappeti... Con il passato bisogna farci i conti, affrontando il dolore che - seppure senza esaltarlo - serve a crescere. Come dicevano i greci, i dolori sono insegnamenti".
I greci dicevano così, ma oggi chi lo dice più? La tendenza è un'altra: è quella di sfuggire, non dico al dolore, ma anche al più generico stato di mestizia... Non sarà il trionfo dei farmaci a mettere in soffitta Freud?
"Adorno diceva: nella psicoanalisi non c'è niente di vero se non le sue esagerazioni: quella lente d'ingrandimento posta su piccole cose scialbe, apparentemente irrilevanti, della quotidianità. Ecco, le "esagerazioni" della psicoanalisi non andranno in soffitta a causa dei farmaci perché l'anestesia della coscienza può dare un sollievo nel tempo breve ma alla lunga è ottundente... Il rapporto tra aspetto corporeo e psichico non va preso alla maniera platonico-cristiana di un'anima separata dal corpo. Potremmo dire, con Merleau-Ponty, che il sorriso non si può ridurre a una semplice contrazione di muscoli ignorandone i significati sociali e comunicativi. Sarebbe infatti un'operazione riduttiva. E però non possiamo neanche fare come in Alice dove c'è il sorriso del gatto senza il gatto".
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Il mondo dell'uomo