RASSEGNA STAMPA

29 DICEMBRE 1999
PAOLO MASTROLILLI
DUEMILA SENZA DEMOCRAZIA?
Il modello fatica ad estendersi nel mondo: parla Richard Rorty
"A Seattle l'Occidente ha perso una chance decisiva"
"Non c'è ancora un governo mondiale che fermi i signori della guerra. E l'Iislam resta un'incognita"
Durante il suo secondo discorso di inaugurazione, nel gennaio del 1997, il presidente americano Bill Clinton annunciò con soddisfazione il superamento di un traguardo importante: "Per la prima volta nella storia dell'umanità, sul pianeta ci sono più persone che vivono sotto la democrazia, che sotto la dittatura". Il giornale New York Times fece un rapido calcolo e confermò che il capo della Casa Bianca aveva ragione: 3,1 miliardi di esseri umani erano governati secondo le regole democratiche, e 2,66 miliardi no. Forse negli ultimi quattro anni il risultato della somma è cambiato, considerando gli scontri in Indonesia, Russia, Jugoslavia, e i colpi di stato come quello avvenuto in Pakistan. La maggior parte di noi, però, continua a dare per scontato che la democrazia sarà la principale forma di governo anche nel prossimo secolo. E in questo modo commettiamo un errore che potrebbe costarci caro, almeno secondo il filosofo Richard Rorty. "La democrazia - spiega il professore della Stanford University - è a rischio, per diverse ragioni. Sul piano pratico, una depressione economica come quella avvenuta nel 1929 potrebbe metterla in ginocchio, e nella situazione attuale non si tratta di uno sviluppo impossibile. Nella prima metà del secolo, quella catastrofe aprì la strada a dittature sanguinarie, come quelle di Hitler e Stalin. Ora gli effetti di una crisi potrebbero essere altrettanto devastanti, soprattutto perché la globalizzazione ha generato una ramificazione delle connessioni economiche, che allargherebbe a tutto il mondo il contagio della depressione".
Anche ammettendo che un disastro del genere si realizzasse, perché non dovremmo essere in grado di contenerlo, senza pagare con la fine della democrazia?
"Perché è difficile trovare il coordinamento necessario a far muovere tutti i protagonisti nella direzione giusta. Basta guardare a cosa è successo durante il recente vertice del Wto di Seattle. I Paesi ricchi, e i loro sindacati, hanno dimostrato che non avevano nessuna intenzione di tenere presenti le esigenze dei Paesi in via di sviluppo, per ovvie ragioni di convenienza. E quindi la conferenza è fallita senza rimedio. Ma nel prossimo secolo avremo moltissimi problemi da affrontare, dalla tutela dell'ambiente, alla gestione delle risorse, a fronte di una popolazione che sta aumentando. E non si capisce come riusciremo a risolverli, visto che ormai per avere qualche efficacia, le decisioni che contano devono essere condivise da così tanti protagonisti. Trovare il consenso sarà difficile, e i fallimenti diventeranno sempre più pericolosi, a causa della diffusione delle armi di distruzione di massa".
Gli sforzi per contenere la proliferazione nucleare non la convincono?
"Direi proprio di no. Nessun Paese sta prendendo iniziative serie per evitare la diffusione delle armi atomiche, che già oggi possono finire nelle mani di signori della guerra senza scrupoli. La mancanza di coordinamento farà aumentare le occasioni di contrasto, e alcuni estremisti potrebbero approfittarne per scatenare conflitti molto devastanti".
Lo scenario è un po' truculento, ma ha già dimostrato di potersi realizzare, se pensiamo agli esperimenti nucleari in India e Pakistan, al potere crescente della Cina, alla semi-anarchia della Russia, alle costanti guerre dell'Africa, all'incertezza dell'Iran e dell'Iraq, e al terrorismo che continua ad avere santuari protetti come l'Afghanistan. Dunque quali sarebbero i possibili rimedi, per evitare di rimanere ostaggi del caos?
"L'unica soluzione possibile, secondo me, potrebbe essere la costituzione di una qualche forma di governo mondiale, in grado di affrontare in maniera coordinata tutti questi problemi che richiedono una collaborazione globale".
Le sembra una via percorribile, proprio alla luce di quanto è appena avvenuto a Seattle?
"In questo momento no. Nessun governo nazionale mi sembra pronto a cedere il suo potere, pur di favorire la sicurezza generale. Le cose però potrebbero cambiare, quando la minaccia di una crisi si farà più presente. Alcuni Paesi, del resto, hanno dato quanto meno l'impressione di comprendere l'emergenza".
A chi si riferisce?
"All'Unione Europea, che negli ultimi cinquant'anni ha camminato costantemente in questa direzione. In fondo, se ci pensate, all'inizio del secolo sarebbe stato impossibile immaginare un governo continentale unico, con una moneta uguale per tutti. Eppure siamo quasi arrivati a questo traguardo. L'Unione Europea è riuscita a mettere in pratica diverse politiche sociali, che hanno resistito anche al potere della grandi corporation internazionali. Non vedo perché un modello del genere non potrebbe essere esportato anche in altre zone del mondo".
E i Paesi islamici, per esempio, potrebbero accettare di partecipare ad un progetto del genere?
"Sarebbe utile che i Paesi islamici costituissero una loro federazione, in grado di garantire l'ordine. Poi questa struttura potrebbe dialogare con le altre. Il governo mondiale, infatti, non dovrebbe essere necessariamente un'istituzione monolitica.
Potrebbero comporlo diverse federazioni regionali, accomunate dall'obiettivo di garantire l'equilibrio internazionale".
Questa architettura, ammesso che sia realizzabile, dovrebbe difenderci dal caos. Ma cosa potrebbe garantirci che funzionerà secondo le regole della democrazia?
"Nulla. E questo è il rischio che corriamo. Forse i nuovi sistemi di comunicazione, tipo internet, favoriranno la circolazione delle idee, e freneranno i totalitarismi. Però potremmo trovarci anche nella condizione di dover scegliere tra il dispotismo o il caos".
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vedi anche
Filosofia (e) politica