Spinoza una via alla felicitàIl primo lavoro sistematico sul pensatore olandese la cui vita è in larga parte avvolta nel mistero Era un uomo di media statura, dai lineamenti gradevoli e la carnagione scura Affabile e benvoluto fino a che scoprirono
le sue idee eretiche |
| Tra le vicende dei grandi pensatori occidentali, quella di
Baruch Spinoza è senz'altro una delle più controverse e
affascinanti. Pochi filosofi hanno rivestito un ruolo altrettanto
centrale e dirompente nel cammino dell'uomo verso
l'emancipazione della modernità, eppure la strada di questo
marrano del Seicento olandese è stata sempre in salita. Il
suo pensiero ha sempre fatto fatica a farsi largo. Sia in vita
(quando l'accusa di eresia religiosa mossagli dalla comunità
ebraica di appartenenza lo costrinse a ritirarsi
progressivamente dai commerci sociali), sia post-mortem: i
secoli passavano ma la sua filosofia continuava (e in certa
misura continua ancor oggi) a risultare troppo radicale,
troppo rivoluzionaria. Per buoni motivi, naturalmente.
Senza andare troppo indietro nel tempo, si prenda in esame
il nostro Novecento: difficilmente è dato individuare un
periodo storico connotato così marcatamente da grandi
speranze utopiche e da grandi paure individuali e collettive;
guarda caso i due sentimenti dell'animo umano contro cui
Spinoza massimamente si batte, ritenendo che proprio in
essi si annidi il cuore di tenebra della nostra schiavitù. Rebus
sic stantibus non ci vuol molto a capire perché il suo
pensiero - che pure ha fortemente influenzato tanta cultura
innovativa dell'Otto-Novecento (da Goethe a Heine, da
Marx a Nietzsche, da Freud a Einstein) - stenti ancor oggi a diventare parte del nostro idem sentire. Per contro, proprio l'esito fallimentare e tragico di questa secolare mescolanza di speranza e paura, dovrebbe spingerci con rinnovata attenzione a prendere in serissima considerazione le parole rasserenanti di chi come lui individuò nell'esercizio della razionalità critica (altra moneta poco in voga nel mondo di oggi) l'unica possibile fonte di vero benessere, di vera
felicità.
Come scriveva Remo Bodei nel suo indimenticato La
geometria delle passioni (Feltrinelli), "Spinoza combatte su
due fronti, cercando di decapitare l'aquila bicipite
dell'impero teologico- politico: contro la paura in quanto
ostile alla ragione, e contro la speranza in quanto, di norma,
fuga dal mondo, alibi della vita, strumento di rassegnazione
e di obbedienza. Finché durano, paura e speranza
dominano non solo il corpo ma l'immaginazione e la mente
degli individui, gettandoli in balia dell'incertezza e rendendoli disponibili alla rinuncia e alla passività. Non appena cessano, essi ridiventano liberi". Detto altrimenti: opporsi alla paura significa respingere l'assolutismo politico e la ragion di Stato; opporsi alla speranza, colpire al cuore la
religione e la sua promessa di un regno ulteriore, disvelando
in tal modo le servitù cui i fedeli vengono chiamati per
raggiungere tale risultato.
Ovvio, non siamo più nel Seicento. Non viviamo agli albori
della modernità. La secolarizzazione si è imposta (per certi
versi sembra addirittura avere esaurito il suo corso); lo
Stato democratico liberale si è diffuso in larga parte del
pianeta; la libertà di religione e di pensiero è valore
largamente condiviso; la scienza, sotto la forma della
tecnica, spadroneggia. Insomma, su molti dei terreni che
videro Spinoza anticipare la rivoluzione dei Lumi, quel
solitario battistrada l'ha avuta vinta. Ma come per l'appunto
dimostra l'intatta centralità sociale della paura e della
speranza (nemici acerrimi della ragione), altrettanto dirimenti
sono i punti sui quali le sue parole "pacate e terribili" non
hanno trovato ascolto. Il mito della religione è tutt'altro che
scalfito, l'illusione del libero arbitrio permane, la millenaria
superstizione sul valore assoluto del bene e del male ha
ancora basi solidissime.
Vedete dunque che di motivi per tornare a un autore il quale
- come scriveva il grande Giorgio Colli - richiede sì "lettori
non pigri e discretamente dotati... ma in cambio svela
l'enigma della vita e indica la via della felicità, due doni che
nessuno può disprezzare", ce ne sono a bizzeffe. Siccome
però il pensiero filosofico del Nostro è, come noto,
piuttosto ostico, suggerirei un avvicinamento graduale e
progressivo. Magari a partire da un libro di Steven Nadler
da poco uscito negli Stati Uniti (Spinoza, A life, pagg. 400,
Cambridge University Press); libro che mi auguro possa
essere presto tradotto in italiano. Si tratta, credo, del primo
tentativo di biografia sistematica di Spinoza; un tentativo
(non a caso tardivo) motivato dalla semplicissima ragione
che la vita del pensatore olandese è da sempre avvolta nel
più grande mistero. Naturalmente anche Nadler non può far
luce su un'infinità di aspetti, centrali e laterali, della
medesima. Ma lavorando su un ricchissimo materiale di
archivio, e soprattutto collocando quella vicenda esistenziale
e filosofica nel cuore del tumultuoso mondo politico,
sociale, intellettuale e religioso della giovane repubblica
olandese, finisce per restituirci un medaglione più che
sostanzioso.
Nato ad Amsterdam il 24 novembre 1632 (ma nessun
documento attesta ufficialmente la veridicità di tale data),
Baruch proviene da una famiglia di agiati commercianti ebrei
profughi della penisola iberica, convertiti a forza al
cattolicesimo, e tornati alla religione dei padri una volta
arrivati in Olanda. Gli Spinoza abitano a due passi dalla
sinagoga, e Baruch frequenta con successo la scuola
ebraica, conosce e apprezza gli stoici, non nasconde il
proprio "libertinismo" intellettuale. La comunità vuole evitare lo scandalo per eresia, e a tal fine gli offre una congrua
pensione annua perché seguiti a far professione di fedeltà
alla religione ebraica. Lui però rifiuta; e l'espulsione -
accompagnata dal tentativo di omicidio ad opera di un
fanatico - è inevitabile. Baruch abbandona Amsterdam e si
ritira a a Rijnsburg - sono proprio queste le pagine più belle
del libro di Nadler - dove si dedica all'ottica: approntando
lenti per cannocchiali e microscopi. La nuova, travolgente
passione per la scienza, sembra sposarsi perfettamente a
quell'ideale di vita meditativa che - abbandonate le chimere
dell'onore, del denaro e dei piaceri della carne - spinge
irresistibilmente verso la comprensione del significato ultimo
delle cose, e perciò stesso verso la felicità.
Tutto qui? Dunque quest'uomo di media statura, dai
lineamenti gradevoli e la carnagione scura, benvoluto in
paese per la sua modestia e la sua affabilità, diventerà
"maledetto" soltanto per l'indefessa perseveranza nel
combinare razionalità e pienezza vitale? Più o meno sì. Il
fatto è che per arrivare a tanto, egli sovverte alla radice
credenze ultramillenarie. Sottopone a esame critico la
veridicità delle fonti bibliche, rifiuta la dottrina del "popolo
eletto" e della religione rivelata, congegna quella che
Yirmiyahu Yovel chiama una "compiuta filosofia
dell'immanenza": la realtà è l'unico orizzonte dell'essere,
l'unica risorsa di normatività e di valori politici e morali. Non
esiste alcun aldilà, Dio è identico alla totalità della natura, e i
suoi decreti non sono scritti nella Bibbia ma nelle leggi della
religione naturale. Da qui bisogna partire, per ottenere la
salute e l'emancipazione umana.
Spinoza però sa altrettanto bene che l'uomo è un animale
desiderante, mosso da appetiti e passioni: i quali non vanno
irrisi o detestati, ma piuttosto indagati geometricamente.
Perché ira, invidia e odio non sono vizi, ma "proprietà
dell'anima". Così come caldo e freddo sono proprietà
dell'atmosfera. Ne consegue che il bene e il male si
identificano in realtà con l'utile e il dannoso. E dunque la
massima virtù è la ricerca del proprio utile, cui tanto più ci
avviciniamo quanto più sappiamo rischiarare le passioni con
la luce della ragione. Le conseguenze di questo assunto
sono rivoluzionarie, tanto sul piano politico quanto su quello
morale: l'individuo razionale non fa le cose buone perché
imposte dalla legge, ma per il beneficio che ne trae. E difatti,
più i regimi si fondano sulla paura e sulla speranza, più
crescono superstizioni e passioni malvagie. Al contrario,
"più l'uomo è guidato dalla ragione, più è libero, più sarà
fedele al diritto dello Stato ed eseguirà i comandi della
somma potestà di cui è suddito".
Il marrano di origine portoghese, l'ebreo eretico, il solitario
molitore di lenti, va costruendo in silenzio il suo
poderosissimo edificio filosofico mattone dopo mattone. E
via via che la mirabile speculazione prende forma, egli
sottrae agli occhi del mondo un ulteriore tratto della sua
privata esistenza, dissimulandola progressivamente fino a
disperderla in una nube di totale anonimato. Steven Nadler,
che pure ad essa ha dedicato anni e anni di ricerca,
onestamente lo ammette: "è tanto poco il materiale, si
conosce talmente poco della sua vita, che possiamo
soltanto speculare sul suo sviluppo intellettuale ed emotivo e
sulle circostanze materiali che l'hanno condizionato. Ma
quale ricco terreno per la speculazione, offre un soggetto
come lui!".
Mancando informazioni sulla vita, il biografo in questo caso
è costretto a speculare partendo dall'opera, la cosa più
duratura che di sé ci ha lasciato il grande Spinoza, e tornano
così alla mente le parole di Sigmund Freud, che quando gli
verrà conferito il premio Goethe nel 1930, lo accoglierà con
queste parole: "Nessuna biografia può spiegare l'enigma del
dono miracoloso del creatore, né ci aiuterà a capire meglio
il valore e l'effetto della sua opera". Freud stesso aveva
attivamente scoraggiato chi come Zweig volesse
biografarlo. Pur sapendo che tuttavia "la biografia ci serve".
Essa infatti soddisfa un insopprimibile bisogno: il bisogno di
avvicinarci agli uomini che ammiriamo, e che vogliamo
assumere - da ogni punto di vista - come esempio ideale. |