RASSEGNA STAMPA

29 DICEMBRE 1999
FRANCO MARCOALDI
Spinoza una via alla felicità
Il primo lavoro sistematico sul pensatore olandese la cui vita è in larga parte avvolta nel mistero
Era un uomo di media statura, dai lineamenti gradevoli e la carnagione scura
Affabile e benvoluto fino a che scoprirono le sue idee eretiche
Tra le vicende dei grandi pensatori occidentali, quella di Baruch Spinoza è senz'altro una delle più controverse e affascinanti. Pochi filosofi hanno rivestito un ruolo altrettanto centrale e dirompente nel cammino dell'uomo verso l'emancipazione della modernità, eppure la strada di questo marrano del Seicento olandese è stata sempre in salita. Il suo pensiero ha sempre fatto fatica a farsi largo. Sia in vita (quando l'accusa di eresia religiosa mossagli dalla comunità ebraica di appartenenza lo costrinse a ritirarsi progressivamente dai commerci sociali), sia post-mortem: i secoli passavano ma la sua filosofia continuava (e in certa misura continua ancor oggi) a risultare troppo radicale, troppo rivoluzionaria. Per buoni motivi, naturalmente. Senza andare troppo indietro nel tempo, si prenda in esame il nostro Novecento: difficilmente è dato individuare un periodo storico connotato così marcatamente da grandi speranze utopiche e da grandi paure individuali e collettive; guarda caso i due sentimenti dell'animo umano contro cui Spinoza massimamente si batte, ritenendo che proprio in essi si annidi il cuore di tenebra della nostra schiavitù. Rebus sic stantibus non ci vuol molto a capire perché il suo pensiero - che pure ha fortemente influenzato tanta cultura innovativa dell'Otto-Novecento (da Goethe a Heine, da Marx a Nietzsche, da Freud a Einstein) - stenti ancor oggi a diventare parte del nostro idem sentire. Per contro, proprio l'esito fallimentare e tragico di questa secolare mescolanza di speranza e paura, dovrebbe spingerci con rinnovata attenzione a prendere in serissima considerazione le parole rasserenanti di chi come lui individuò nell'esercizio della razionalità critica (altra moneta poco in voga nel mondo di oggi) l'unica possibile fonte di vero benessere, di vera felicità.
Come scriveva Remo Bodei nel suo indimenticato La geometria delle passioni (Feltrinelli), "Spinoza combatte su due fronti, cercando di decapitare l'aquila bicipite dell'impero teologico- politico: contro la paura in quanto ostile alla ragione, e contro la speranza in quanto, di norma, fuga dal mondo, alibi della vita, strumento di rassegnazione e di obbedienza. Finché durano, paura e speranza dominano non solo il corpo ma l'immaginazione e la mente degli individui, gettandoli in balia dell'incertezza e rendendoli disponibili alla rinuncia e alla passività. Non appena cessano, essi ridiventano liberi". Detto altrimenti: opporsi alla paura significa respingere l'assolutismo politico e la ragion di Stato; opporsi alla speranza, colpire al cuore la religione e la sua promessa di un regno ulteriore, disvelando in tal modo le servitù cui i fedeli vengono chiamati per raggiungere tale risultato.
Ovvio, non siamo più nel Seicento. Non viviamo agli albori della modernità. La secolarizzazione si è imposta (per certi versi sembra addirittura avere esaurito il suo corso); lo Stato democratico liberale si è diffuso in larga parte del pianeta; la libertà di religione e di pensiero è valore largamente condiviso; la scienza, sotto la forma della tecnica, spadroneggia. Insomma, su molti dei terreni che videro Spinoza anticipare la rivoluzione dei Lumi, quel solitario battistrada l'ha avuta vinta. Ma come per l'appunto dimostra l'intatta centralità sociale della paura e della speranza (nemici acerrimi della ragione), altrettanto dirimenti sono i punti sui quali le sue parole "pacate e terribili" non hanno trovato ascolto. Il mito della religione è tutt'altro che scalfito, l'illusione del libero arbitrio permane, la millenaria superstizione sul valore assoluto del bene e del male ha ancora basi solidissime. Vedete dunque che di motivi per tornare a un autore il quale - come scriveva il grande Giorgio Colli - richiede sì "lettori non pigri e discretamente dotati... ma in cambio svela l'enigma della vita e indica la via della felicità, due doni che nessuno può disprezzare", ce ne sono a bizzeffe. Siccome però il pensiero filosofico del Nostro è, come noto, piuttosto ostico, suggerirei un avvicinamento graduale e progressivo. Magari a partire da un libro di Steven Nadler da poco uscito negli Stati Uniti (Spinoza, A life, pagg. 400, Cambridge University Press); libro che mi auguro possa essere presto tradotto in italiano. Si tratta, credo, del primo tentativo di biografia sistematica di Spinoza; un tentativo (non a caso tardivo) motivato dalla semplicissima ragione che la vita del pensatore olandese è da sempre avvolta nel più grande mistero. Naturalmente anche Nadler non può far luce su un'infinità di aspetti, centrali e laterali, della medesima. Ma lavorando su un ricchissimo materiale di archivio, e soprattutto collocando quella vicenda esistenziale e filosofica nel cuore del tumultuoso mondo politico, sociale, intellettuale e religioso della giovane repubblica olandese, finisce per restituirci un medaglione più che sostanzioso.
Nato ad Amsterdam il 24 novembre 1632 (ma nessun documento attesta ufficialmente la veridicità di tale data), Baruch proviene da una famiglia di agiati commercianti ebrei profughi della penisola iberica, convertiti a forza al cattolicesimo, e tornati alla religione dei padri una volta arrivati in Olanda. Gli Spinoza abitano a due passi dalla sinagoga, e Baruch frequenta con successo la scuola ebraica, conosce e apprezza gli stoici, non nasconde il proprio "libertinismo" intellettuale. La comunità vuole evitare lo scandalo per eresia, e a tal fine gli offre una congrua pensione annua perché seguiti a far professione di fedeltà alla religione ebraica. Lui però rifiuta; e l'espulsione - accompagnata dal tentativo di omicidio ad opera di un fanatico - è inevitabile. Baruch abbandona Amsterdam e si ritira a a Rijnsburg - sono proprio queste le pagine più belle del libro di Nadler - dove si dedica all'ottica: approntando lenti per cannocchiali e microscopi. La nuova, travolgente passione per la scienza, sembra sposarsi perfettamente a quell'ideale di vita meditativa che - abbandonate le chimere dell'onore, del denaro e dei piaceri della carne - spinge irresistibilmente verso la comprensione del significato ultimo delle cose, e perciò stesso verso la felicità.
Tutto qui? Dunque quest'uomo di media statura, dai lineamenti gradevoli e la carnagione scura, benvoluto in paese per la sua modestia e la sua affabilità, diventerà "maledetto" soltanto per l'indefessa perseveranza nel combinare razionalità e pienezza vitale? Più o meno sì. Il fatto è che per arrivare a tanto, egli sovverte alla radice credenze ultramillenarie. Sottopone a esame critico la veridicità delle fonti bibliche, rifiuta la dottrina del "popolo eletto" e della religione rivelata, congegna quella che Yirmiyahu Yovel chiama una "compiuta filosofia dell'immanenza": la realtà è l'unico orizzonte dell'essere, l'unica risorsa di normatività e di valori politici e morali. Non esiste alcun aldilà, Dio è identico alla totalità della natura, e i suoi decreti non sono scritti nella Bibbia ma nelle leggi della religione naturale. Da qui bisogna partire, per ottenere la salute e l'emancipazione umana.
Spinoza però sa altrettanto bene che l'uomo è un animale desiderante, mosso da appetiti e passioni: i quali non vanno irrisi o detestati, ma piuttosto indagati geometricamente.
Perché ira, invidia e odio non sono vizi, ma "proprietà dell'anima". Così come caldo e freddo sono proprietà dell'atmosfera. Ne consegue che il bene e il male si identificano in realtà con l'utile e il dannoso. E dunque la massima virtù è la ricerca del proprio utile, cui tanto più ci avviciniamo quanto più sappiamo rischiarare le passioni con la luce della ragione. Le conseguenze di questo assunto sono rivoluzionarie, tanto sul piano politico quanto su quello morale: l'individuo razionale non fa le cose buone perché imposte dalla legge, ma per il beneficio che ne trae. E difatti, più i regimi si fondano sulla paura e sulla speranza, più crescono superstizioni e passioni malvagie. Al contrario, "più l'uomo è guidato dalla ragione, più è libero, più sarà fedele al diritto dello Stato ed eseguirà i comandi della somma potestà di cui è suddito".
Il marrano di origine portoghese, l'ebreo eretico, il solitario molitore di lenti, va costruendo in silenzio il suo poderosissimo edificio filosofico mattone dopo mattone. E via via che la mirabile speculazione prende forma, egli sottrae agli occhi del mondo un ulteriore tratto della sua privata esistenza, dissimulandola progressivamente fino a disperderla in una nube di totale anonimato. Steven Nadler, che pure ad essa ha dedicato anni e anni di ricerca, onestamente lo ammette: "è tanto poco il materiale, si conosce talmente poco della sua vita, che possiamo soltanto speculare sul suo sviluppo intellettuale ed emotivo e sulle circostanze materiali che l'hanno condizionato. Ma quale ricco terreno per la speculazione, offre un soggetto come lui!".
Mancando informazioni sulla vita, il biografo in questo caso è costretto a speculare partendo dall'opera, la cosa più duratura che di sé ci ha lasciato il grande Spinoza, e tornano così alla mente le parole di Sigmund Freud, che quando gli verrà conferito il premio Goethe nel 1930, lo accoglierà con queste parole: "Nessuna biografia può spiegare l'enigma del dono miracoloso del creatore, né ci aiuterà a capire meglio il valore e l'effetto della sua opera". Freud stesso aveva attivamente scoraggiato chi come Zweig volesse biografarlo. Pur sapendo che tuttavia "la biografia ci serve".
Essa infatti soddisfa un insopprimibile bisogno: il bisogno di avvicinarci agli uomini che ammiriamo, e che vogliamo assumere - da ogni punto di vista - come esempio ideale.
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vedi anche
Storia della filosofia