Martin Heidegger in TvIl profeta recita se stesso Ieri a Roma la proiezione dell'unica
intervista televisiva al filosofo |
| Martin Heidegger che reclina il capo su un testo originale di Marx fatto scivolare da uno scaffale. O che recita un passo di Von Kleist, compitandolo sulla pagina. Ma soprattutto la voce di Heidegger. Quel falsetto stentoreo e un po' stanco. E gli occhietti ironici. Da totem impenetrabile e bonario, ma "in ascolto". Ecco, sono queste le impressioni che lascia lo "Heidegger in Tv", ripescato ieri altro a Roma alla Galleria comunale di Arte Moderna, in una serata organizzata dall'Assessorato alle politiche culturali. A presentare il documento unico, recuperato dalla Tv tedesca e risalente al 24 settembre l969 c'erano, davanti a folto pubblico, l'assessore Gianni Borgna e Giacomo Marramao in veste di "heideggerista non heidegeriano", come lo studioso ha precisato.
Un piccolo evento. Ma a ritroso. Senza nulla di spettacolare, perché anzi l'intervista, condotta all'epoca dal prof. Richard Wisser, non concede nulla ai profani. E per di più nell'epoca della contestazione dov'è apparire ben strana se non incomprensibile al pubblico. Infatti, fin dalle prime battute Heidegger richiesto su filosofia e società - "distrugge" filosoficamente
Marx: "Per trasformare il mondo ci vuole una ben precisa interpretazione. Perciò il principio anti-filosofico della prassi marxista si rivela infondato". Oggi sembra quasi una banalità, e pensieri analoghi li formulò anche Gentile. Dirlo allora però, in pieno 68 tedesco... Altro nucleo dell'intervista: la questione della Tecnica. "Non sono un teorico della decadenza - argomenta il filosofo - né maledico la tecnica come inganno, o caduta dalla verità... ". Vale a dire, incalza Wisser? "La tecnica è destino. Necessità di un evento. Dell'evento che imprime il suo impianto totale sul mondo. Fabbricando addirittura l'uomo con la biofisica ... ".D'accordo, oggi diremo "genetica", e non "biofisica". Ma fa lo stesso. E allora tanto di cappello alla profezia del professore di Messkirch, benché avvolta di imperscrutabile "destino". Di misteriosi "disvelamenti" dalle tenebre di ciò che è in attesa del "non nascondimento" ( "Verità come a-letheia". Ancora Heidegger. "La scienza non pensa". Ed è la frase già celebre di Heidegger che fece sobbalzare l'Accademia. Ripetuta a bella posta. Ma per spiegare: "La scienza s'è affidata allo sviluppo dell'essenza della tecnica moderna. E usa quindi i concetti di spazio e tempo, che pure sono di natura filosofica. La scienza in quanto tecnica non pensa se stessa, né può farlo ... ".Qui però ha ragione Marramao, che nel chiosare rileva: "No, la scienza è parte del pensiero filosofico, da sempre. Del resto, l'orizzonte della relatività, con l'annessa trasformazione di spazio e tempo, fu la scienza moderna a dischiuderlo, e non la filosofia". Già, e il
discorso varrebbe pure per Kant, che in quanto "epistemologo" non a caso rielaborava lo spazio-tempo newtoniano.
Ma allora, a conti fatti, che rimane di questo Heidegger, che in Tv rilancia e "custodisce", da oracolare eroe televisivo, la sua dottrina "negativa"? La profezia sulla tecnica, detto. E poi l'attacco alla "sostanzialità contrapposta" dell'Essere, inteso come "oggetto". Realtà invece in Heidegger inafferrabile e fluida, che si rivela nella "finitezza" dell'uomo. "Originarietà" che - dopo i palpiti esistenziali del primo Heidegger ("l'autentico come essere-per-la morte") - si mostra solo come "linguaggio". Quel linguaggio che "parla" l'uomo e gli dà senso, gettandolo nelle diverse trame linguistico-epocali. Di nuovo ha buon gioco Marramao. Nel mostrare la profonda affinità tra questo Heidegger (l'ultimo) e Wittgenstein, quello delle "Ricerche filosofiche", entrambi resi interpreti di quella "svolta linguistica" così centrale nelle idee del Novecento. E dunque in Heidegger, "verità" come disvelatezza dell'Indefinito. Sotto la coltre del linguaggio. In Wittgenstein, verità come infiniti "giochi linguistici". Con il "Mistico" che aleggia fuori dalla porta. Insomma, in entrambi, "pensiero negativo". ecostruttivo. Che però in Heidegger allude a qualcosa di più e di "ultrametafisico": l'Essere, appunto. E cos'era questo Essere di Heidegger, sempre evocato e cancellato? Forse, per dirla con l'allievo Löwith, la Natura greca. L'ineffabile ritorno del molteplice. L'energia del possibile, che è poi il legame mobile e vuoto tra le cose. Il Tao? Forse. Resta ahimé che nel tentativo di esibire quell'Essere, lo Heidegger dei primi anni trenta, incorse in un dramma: il nazismo. E cioè: la tecnica mondiale mostrava, a suo dire, in Germania un volto tradizionale. E un padrone benefico. Capace di scongiurare l'alienazione cosmopolita russo-americana. Incidente di percorso? Sì, ma gravissimo. E che ha gettato a lungo un'ombra sui meriti e sui limiti di Heidegger. |