Una filosofia per il talk showMarx esigeva, sulla scorta
di Feuerbach, che il mondo
non andasse più
interpretato ma trasformato. Un principio che si è dimostrato infondato Io non mi sono mai espresso
contro la tecnica
e nemmeno contro il suo aspetto demoniaco.
Io cerco piuttosto
di comprenderne l'essenza |
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| Una delle rare interviste televisive che Martin Heidegger ha
rilasciato verrà riproposta e introdotta da Giacomo
Marramao, stasera alle ore 18, nel ciclo sul Novecento
organizzato dal Comune di Roma presso la Galleria
comunale d'Arte moderna e contemporanea, via Reggio
Emilia 54. Ne anticipiamo una parte. |
| Lei vede un compito sociale della filosofia? |
"No! In questo
senso, non si può parlare di un compito sociale. Se si vuole
rispondere a questa domanda, ci si deve chiedere innanzi
tutto: "che cos'è la società?", e si deve riflettere sul fatto che
la società di oggi non è altro che l'assolutizzazione della
soggettività moderna, e che, di conseguenza, una filosofia
che ha superato il punto di vista della soggettività, non può
avere alcuna voce in capitolo. Un'altra domanda è fino a
che punto si possa parlare di una trasformazione della
società. La questione circa l'esigenza di una trasformazione
del mondo riconduce ad una frase molto citata delle Tesi su
Feuerbach di Karl Marx.
"Voglio citarla con esattezza e leggerla: "I filosofi hanno
soltanto diversamente interpretato il mondo; ma si tratta di
cambiarlo". Nel citare questa frase e nel metterla in pratica
si trascura il fatto che una trasformazione del mondo
presuppone un mutamento della rappresentazione del
mondo, e che una rappresentazione del mondo si può
conseguire solo col fatto che si interpreti sufficientemente il
mondo. Ciò vuol dire che Marx, per esigere la
"trasformazione" del mondo, si deve basare su una ben
determinata interpretazione di esso, e perciò quel principio
si dimostra infondato. Esso suscita l'impressione che sia
pronunciato decisamente contro la filosofia, mentre nella sua
seconda parte è implicitamente presupposta proprio
l'esigenza di una filosofia".
| Hanno ragione quei suoi critici che sostengono che Martin
Heidegger si è talmente concentrato sull'"essere", da aver
rinunciato a occuparsi della conditio humana e dell'essere
dell' uomo nella società e in quanto persona? |
"Questa critica rappresenta un grande equivoco! Infatti la
questione dell'essere e lo sviluppo di questa questione
presuppongono proprio un'interpretazione dell'esserci, cioè
una determinazione dell'essenza dell'uomo. E l'idea
fondamentale del mio pensiero è appunto questa: l'essere o,
meglio, la manifestatività dell'essere, ha bisogno dell'uomo;
e viceversa l'uomo è uomo solo in quanto sta nella
manifestatività dell'essere.
"Basterebbe questo a liquidare la domanda su fino a che
punto io mi sia occupato soltanto dell'essere e abbia
dimenticato l'uomo. Non ci si può interrogare sull'essere
senza interrogarsi sull'essenza dell'uomo".
| Nietzsche una volta ha detto che il filosofo è la cattiva
coscienza del suo tempo. Ma, se si considera il suo
tentativo di smascherare la storia della filosofia fino ad ora
come una storia di decadenza riguardo all'essere, e perciò
di "decostruirla" qualcuno forse potrebbe essere tentato di
chiamare Martin Heidegger la cattiva coscienza della
filosofia occidentale. In che cosa lei vede il segno più
caratteristico, per non dire il monumento più tipico, di ciò
che chiama "oblio dell'essere" e "abbandono dell'essere"? |
"Prima di tutto, devo in parte correggere la sua domanda, là
dove lei parla di una "storia di decadenza". Questa non è
intesa negativamente! Io non parlo di una storia di
decadenza, ma soltanto di destino dell'essere, in quanto
esso si ritrae sempre di più in confronto alla manifestatività
dell'essere presso i Greci - fino al dispiegarsi dell'essere
come mera oggettualità per la scienza e oggi come mero
fondo (Bestand) per il dominio tecnico del mondo. Quella in
cui noi ci troviamo non è, dunque, una storia di decadenza,
ma si tratta di un ritrarsi dell'essere".
| E che cosa intende, quando afferma che un pericolo più
grande di quello della bomba atomica è per l'umanità di oggi
la legge (Ge-setz) della tecnica, l'"impianto" (Ge-stell),
come lei chiama il tratto fondamentale della tecnica, cioè il
disvelare il reale, nel modo dell'impiego, come fondo,
ovvero, in altre parole, il far dipendere ogni cosa e ognuno
dal premere un pulsante? |
"Per quando riguarda la tecnica, la mia definizione
dell'essenza della tecnica, che finora non è stata mai accolta,
è che - per dirla in termini concreti - la moderna scienza
naturale è fondata sullo sviluppo dell'essenza della tecnica
moderna, e non viceversa.
"Innanzi tutto va detto che io non sono contro la tecnica.
Non mi sono mai espresso contro la tecnica e nemmeno
contro il cosiddetto aspetto demoniaco della tecnica. Io
cerco piuttosto di comprendere l'essenza della tecnica.
Quando lei ricorda l'idea della pericolosità della bomba
atomica e di una pericolosità ancora maggiore della tecnica,
io penso a quello che è oggi lo sviluppo della biofisica, al
fatto che noi, in un prossimo futuro, saremo in grado di fare
l' uomo, cioè di costruirlo nel suo puro essere organico così
come se ne avrà bisogno: abile o non abile, intelligente o
stupido. A questo punto si arriverà!" |