RASSEGNA STAMPA

14 DICEMBRE 1999
RICHARD WISSER
Una filosofia per il talk show
Marx esigeva, sulla scorta di Feuerbach, che il mondo non andasse più interpretato ma trasformato. Un principio che si è dimostrato infondato
Io non mi sono mai espresso contro la tecnica e nemmeno contro il suo aspetto demoniaco. Io cerco piuttosto di comprenderne l'essenza
Una delle rare interviste televisive che Martin Heidegger ha rilasciato verrà riproposta e introdotta da Giacomo Marramao, stasera alle ore 18, nel ciclo sul Novecento organizzato dal Comune di Roma presso la Galleria comunale d'Arte moderna e contemporanea, via Reggio Emilia 54. Ne anticipiamo una parte.
Lei vede un compito sociale della filosofia?
"No! In questo senso, non si può parlare di un compito sociale. Se si vuole rispondere a questa domanda, ci si deve chiedere innanzi tutto: "che cos'è la società?", e si deve riflettere sul fatto che la società di oggi non è altro che l'assolutizzazione della soggettività moderna, e che, di conseguenza, una filosofia che ha superato il punto di vista della soggettività, non può avere alcuna voce in capitolo. Un'altra domanda è fino a che punto si possa parlare di una trasformazione della società. La questione circa l'esigenza di una trasformazione del mondo riconduce ad una frase molto citata delle Tesi su Feuerbach di Karl Marx. "Voglio citarla con esattezza e leggerla: "I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; ma si tratta di cambiarlo". Nel citare questa frase e nel metterla in pratica si trascura il fatto che una trasformazione del mondo presuppone un mutamento della rappresentazione del mondo, e che una rappresentazione del mondo si può conseguire solo col fatto che si interpreti sufficientemente il mondo. Ciò vuol dire che Marx, per esigere la "trasformazione" del mondo, si deve basare su una ben determinata interpretazione di esso, e perciò quel principio si dimostra infondato. Esso suscita l'impressione che sia pronunciato decisamente contro la filosofia, mentre nella sua seconda parte è implicitamente presupposta proprio l'esigenza di una filosofia".
Hanno ragione quei suoi critici che sostengono che Martin Heidegger si è talmente concentrato sull'"essere", da aver rinunciato a occuparsi della conditio humana e dell'essere dell' uomo nella società e in quanto persona?
"Questa critica rappresenta un grande equivoco! Infatti la questione dell'essere e lo sviluppo di questa questione presuppongono proprio un'interpretazione dell'esserci, cioè una determinazione dell'essenza dell'uomo. E l'idea fondamentale del mio pensiero è appunto questa: l'essere o, meglio, la manifestatività dell'essere, ha bisogno dell'uomo; e viceversa l'uomo è uomo solo in quanto sta nella manifestatività dell'essere.
"Basterebbe questo a liquidare la domanda su fino a che punto io mi sia occupato soltanto dell'essere e abbia dimenticato l'uomo. Non ci si può interrogare sull'essere senza interrogarsi sull'essenza dell'uomo".
Nietzsche una volta ha detto che il filosofo è la cattiva coscienza del suo tempo. Ma, se si considera il suo tentativo di smascherare la storia della filosofia fino ad ora come una storia di decadenza riguardo all'essere, e perciò di "decostruirla" qualcuno forse potrebbe essere tentato di chiamare Martin Heidegger la cattiva coscienza della filosofia occidentale. In che cosa lei vede il segno più caratteristico, per non dire il monumento più tipico, di ciò che chiama "oblio dell'essere" e "abbandono dell'essere"?
"Prima di tutto, devo in parte correggere la sua domanda, là dove lei parla di una "storia di decadenza". Questa non è intesa negativamente! Io non parlo di una storia di decadenza, ma soltanto di destino dell'essere, in quanto esso si ritrae sempre di più in confronto alla manifestatività dell'essere presso i Greci - fino al dispiegarsi dell'essere come mera oggettualità per la scienza e oggi come mero fondo (Bestand) per il dominio tecnico del mondo. Quella in cui noi ci troviamo non è, dunque, una storia di decadenza, ma si tratta di un ritrarsi dell'essere".
E che cosa intende, quando afferma che un pericolo più grande di quello della bomba atomica è per l'umanità di oggi la legge (Ge-setz) della tecnica, l'"impianto" (Ge-stell), come lei chiama il tratto fondamentale della tecnica, cioè il disvelare il reale, nel modo dell'impiego, come fondo, ovvero, in altre parole, il far dipendere ogni cosa e ognuno dal premere un pulsante?
"Per quando riguarda la tecnica, la mia definizione dell'essenza della tecnica, che finora non è stata mai accolta, è che - per dirla in termini concreti - la moderna scienza naturale è fondata sullo sviluppo dell'essenza della tecnica moderna, e non viceversa.
"Innanzi tutto va detto che io non sono contro la tecnica.
Non mi sono mai espresso contro la tecnica e nemmeno contro il cosiddetto aspetto demoniaco della tecnica. Io cerco piuttosto di comprendere l'essenza della tecnica.
Quando lei ricorda l'idea della pericolosità della bomba atomica e di una pericolosità ancora maggiore della tecnica, io penso a quello che è oggi lo sviluppo della biofisica, al fatto che noi, in un prossimo futuro, saremo in grado di fare l' uomo, cioè di costruirlo nel suo puro essere organico così come se ne avrà bisogno: abile o non abile, intelligente o stupido. A questo punto si arriverà!"
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