HEIDEGGER UN'INTERVISTA TELEVISIVA AL FILOSOFO| Il colloquio, che fu trasmesso dall'emittente
tedesca nel 1969
alla vigilia del suo
ottantesimo compleanno,
viene riproposto stasera
a Roma, in un ciclo
di conferenze dedicato
al Novecento |
| Il colloquio di Heidegger con Wisser - trasmesso dalla
televisione tedesca il 24 settembre 1969, due giorni prima
del suo ottantesimo compleanno - è un documento di
straordinario interesse: fu una delle rarissime occasioni in cui
Heidegger accettò la presenza delle telecamere. L'intervista
è dunque da vedere, oltre che da leggere, perché malgrado
la scarsa qualità tecnica il filmato trasmette l'aura che questo
"sciamano" del pensiero e della parola emanava. E
immortale tra l'altro il malizioso sorriso con cui egli
accompagnava certe sue provocazioni linguistiche e
concettuali, alla maniera di un Picasso della filosofia che,
stanco delle tecniche tradizionali, si divertiva a
sperimentarne di nuove.
Si era nel mezzo dei rivolgimenti del Sessantotto. Tra la
sorpresa generale, dal suo ritiro nella Selva Nera Heidegger
si lasciò interrogare su temi di attualità. Per esempio
sull'allora molto discusso rapporto fra teoria e prassi.
Geniale è qui la sua osservazione sull'undicesima Tesi di
Feuerbach di Marx: "I filosofi hanno soltanto interpretato il
mondo in modi diversi; si tratta invece di trasformarlo".
Heidegger non cita questa, che è la versione più nota,
pubblicata da Engels, bensì il manoscritto originale di Marx,
che non ha l'avversativo "invece" (aber). E osserva: nel
contrapporre la trasformazione (pratica) all'interpretazione
(teorica) ci si dimentica che ogni trasformazione della realtà
presuppone un'idea della stessa, quindi un'interpretazione.
L'intervista mostra inoltre che Heidegger, pur negando una
funzione sociale o politica alla filosofia, possiede una
profonda sensibilità per i problemi fondamentali del nostro
tempo. A preoccuparlo è soprattutto la perenne tentazione
del possibile che la scienza e la tecnica mettono in atto su
scala planetaria. Con lungimiranza egli avvertiva già allora
che le capacità di manipolazione dell'ingegneria genetica
sarebbero entrate in conflitto con i valori tradizionali
dell'umanesimo. Al tempo stesso assume un atteggiamento
improntato alla cautela, evita ricette e soluzioni a buon
mercato. Si limita a reclamare un pensiero che rifletta su ciò
che fin da principio si sottrae alla tentacolare presa della
tecnica, e che rappresenta il radicalmente altro rispetto a
tutto ciò che è artefatto: la "Natura", l'Essere nel suo
spontaneo venire alla presenza e nel suo nascondersi senza
perché. Rinunciando alla pretesa di determinarlo, egli
sperimenta vari modi per "rammemorarlo" nella sua
ineffabilità. Fino a cancellare la parola "Essere", nel
momento stesso in cui la scrive, con una barratura a croce. |