Esce "Repubblicanesimo" di Maurizio Viroli, una
dottrina da cui discende il liberalismo | Quando la politica
è una questione di giustizia |
| Esiste una originalità storica e concettuale della politica (o
almeno di una delle maniere della politica) di cui, in qualche
modo, l' Italia sia depositaria? A giudicare dalla lettura di
Repubblicanesimo di Maurizio Viroli (Laterza, pagg. 125,
lire 20.000) verrebbe voglia di dire sì. Il fatto, poi, di
essercene dimenticati dimostrerebbe semplicemente, come
dire?, la scarsissima considerazione che gli intellettuali
italiani hanno in larga parte mostrato per le vicende remote
e onorate di questo paese.
Repubblicanesimo è un libro di teoria politica e soprattutto
di speranza attorno al futuro della politica. Una speranza
che non ha la forma dell' utopia classica, ma si consegna in
quello spazio in cui il bene pubblico ha un peso e
un'importanza maggiori rispetto all'interesse privato. Si
direbbe che qui il repubblicanesimo voglia fare i conti con il
liberalismo e in particolare con la sua storia così visibilmente
segnata dal primato dell'individuo. Se volete una parola
chiave per entrare in questa disamina tenetene a mente
soprattutto una: virtù. Che non è, ci rammenta l'autore, una
condizione morale astratta, ma qualcosa di possibile e
perfino attraente per chi la pratica.
Viroli, che insegna Teoria Politica a Princeton, ci consegna
una piccola e agile storia del repubblicanesimo moderno, le
cui radici egli individua per lo più in Italia. Che cosa sono
infatti le repubbliche - Firenze, Venezia, Genova, Lucca,
Siena, ma anche le minori - se non un terreno su cui nel
Quattro e Cinquecento si incontrano e si scontrano idee,
progetti, sogni anche rischiosi? La Città stessa è il
laboratorio della politica. In quello spazio si misura la
potenza delle oligarchie, si assaggia il tallone della tirannide,
ma altresì si inaugurano esperimenti di governo in cui il
popolo, con la sua rappresentanza, partecipa al potere
sovrano.
I teorici del repubblicanesimo classico - e fra costoro
Machiavelli, Guicciardini, Giannotti - nonostante tutte le
differenze, ritengono che un buongoverno sia tale solo se
sappia fronteggiare e impedire la nascita di un potere
arbitrario. Il repubblicanesimo è dunque un modo di
combattere la sopraffazione attraverso le leggi; ad esse, e
solo ad esse, gli individui - grandi o piccoli, potenti o deboli
- devono assoggettarsi.
Che ne è di questa acquisizione fondamentale, la cui storia
sembra a un certo punto essersi confusa con altre
esperienze politiche e dottrinarie? I nuovi teorici del
repubblicanesimo, la cui pianta ha attecchito soprattutto
negli Stati Uniti, tendono a cogliere le differenze tra la loro
dottrina e il liberalismo e la democrazia. Queste ultime due
esperienze avevano, per così dire, offuscato e inglobato
l'eredità repubblicana. Merito di Viroli è ribadire che a
questa tradizione appartiene ancora una vitalità e un senso
che sembravano perduti.
Da questo punto di vista, liberalismo e democrazia sono
colti come "versioni impoverite del repubblicanesimo". O,
che è lo stesso, liberalismo e democrazia sono sfidati dal
repubblicanesimo sul terreno della libertà politica. Dove per
la concezione liberale classica, libertà significa
fondamentalmente "libertà dagli impedimenti", per il
repubblicanesimo la libertà non è solo libertà dalle
interferenze, ma altresì dal dominio, in altre parole, dall'uso
arbitrario del potere. E dove per la democrazia la libertà è
principalmente il consenso che i cittadini esprimono a quelle
leggi che essi stessi si danno, per i teorici repubblicani si è
liberi solo se la legge non è arbitraria, cioè, solo se rispetta
le norme dell'universalità.
Si dirà che è questione di sfumature, ma tanto meglio si
apprezzerà la libertà repubblicana, quanto più si capirà che
essa ruota principalmente attorno al problema della giustizia.
Non c'è libertà, insomma, se non c'è giustizia; e dove
manchi essa, lì è minacciata la dignità del cittadino e dell'intero popolo.
Essere degni, d'altra parte, non implica solo una valutazione
morale, ma anche un rapporto con la propria storia e le
proprie radici. Senza quell'humus, fatto di tradizioni, e di
richiamo ai simboli che le rappresentano, la dignità finirebbe
col diventare un vuoto simulacro. Di qui, l'appello alla patria
come a un valore più compatto e meno ambiguo del
concetto di nazione.
In larga parte condivisibile, la ricostruzione che Viroli offre
dell'idea di repubblicanesimo ci sembra tuttavia viziata da un
eccesso di storicismo. C'è da chiedersi, insomma, se quelle
virtù civiche messe in primo piano, soprattutto
dall'umanesimo fiorentino, siano trasferibili di peso in questo
tumultuoso Novecento. Come pure, non è irrilevante
domandarsi se la città, punto di riferimento del buon
governo, sia ancora un modello politico applicabile alle
complesse metropoli di cui ciascuno ha una evidente e
caotica esperienza diretta. L'autore, del resto, ha ben
presente le riserve che il concetto di "virtù civica" ha
suscitato in studiosi come Michael Walzer in America e
Gian Enrico Rusconi in Italia. E a proposito ci ricorda che
l'essere virtuosi non richiede il sacrificio delle proprie
passioni. Non è, insomma, a un popolo di santi o di eroi, o
più semplicemente di fanatici, quello a cui Viroli pensa. Egli
immagina un mondo dove la corruzione venga punita, la
sopraffazione battuta, le illecite ricchezze ridimensionate.
Verrebbe voglia di dirgli bravo, perché questa appunto è
stata l'Italia dei nostri anni, consegnata in larga parte
all'arbitrio. Ma resta la sensazione di un programma teorico
sul quale non si vorrebbe essere scettici, se non fosse che
già altre volte l'idea astratta di una rinascita civile ha
conosciuto qui da noi il sapore della polvere e della
sconfitta. |