RASSEGNA STAMPA

28 NOVEMBRE 1999
ANTONIO GNOLI
Esce "Repubblicanesimo" di Maurizio Viroli, una dottrina da cui discende il liberalismo
Quando la politica è una questione di giustizia
Maurizio Viroli, " Repubblicanesimo", Laterza, pagg. 125, lire 20.000
Esiste una originalità storica e concettuale della politica (o almeno di una delle maniere della politica) di cui, in qualche modo, l' Italia sia depositaria? A giudicare dalla lettura di Repubblicanesimo di Maurizio Viroli (Laterza, pagg. 125, lire 20.000) verrebbe voglia di dire sì. Il fatto, poi, di essercene dimenticati dimostrerebbe semplicemente, come dire?, la scarsissima considerazione che gli intellettuali italiani hanno in larga parte mostrato per le vicende remote e onorate di questo paese.
Repubblicanesimo è un libro di teoria politica e soprattutto di speranza attorno al futuro della politica. Una speranza che non ha la forma dell' utopia classica, ma si consegna in quello spazio in cui il bene pubblico ha un peso e un'importanza maggiori rispetto all'interesse privato. Si direbbe che qui il repubblicanesimo voglia fare i conti con il liberalismo e in particolare con la sua storia così visibilmente segnata dal primato dell'individuo. Se volete una parola chiave per entrare in questa disamina tenetene a mente soprattutto una: virtù. Che non è, ci rammenta l'autore, una condizione morale astratta, ma qualcosa di possibile e perfino attraente per chi la pratica.
Viroli, che insegna Teoria Politica a Princeton, ci consegna una piccola e agile storia del repubblicanesimo moderno, le cui radici egli individua per lo più in Italia. Che cosa sono infatti le repubbliche - Firenze, Venezia, Genova, Lucca, Siena, ma anche le minori - se non un terreno su cui nel Quattro e Cinquecento si incontrano e si scontrano idee, progetti, sogni anche rischiosi? La Città stessa è il laboratorio della politica. In quello spazio si misura la potenza delle oligarchie, si assaggia il tallone della tirannide, ma altresì si inaugurano esperimenti di governo in cui il popolo, con la sua rappresentanza, partecipa al potere sovrano. I teorici del repubblicanesimo classico - e fra costoro Machiavelli, Guicciardini, Giannotti - nonostante tutte le differenze, ritengono che un buongoverno sia tale solo se sappia fronteggiare e impedire la nascita di un potere arbitrario. Il repubblicanesimo è dunque un modo di combattere la sopraffazione attraverso le leggi; ad esse, e solo ad esse, gli individui - grandi o piccoli, potenti o deboli - devono assoggettarsi.
Che ne è di questa acquisizione fondamentale, la cui storia sembra a un certo punto essersi confusa con altre esperienze politiche e dottrinarie? I nuovi teorici del repubblicanesimo, la cui pianta ha attecchito soprattutto negli Stati Uniti, tendono a cogliere le differenze tra la loro dottrina e il liberalismo e la democrazia. Queste ultime due esperienze avevano, per così dire, offuscato e inglobato l'eredità repubblicana. Merito di Viroli è ribadire che a questa tradizione appartiene ancora una vitalità e un senso che sembravano perduti.
Da questo punto di vista, liberalismo e democrazia sono colti come "versioni impoverite del repubblicanesimo". O, che è lo stesso, liberalismo e democrazia sono sfidati dal repubblicanesimo sul terreno della libertà politica. Dove per la concezione liberale classica, libertà significa fondamentalmente "libertà dagli impedimenti", per il repubblicanesimo la libertà non è solo libertà dalle interferenze, ma altresì dal dominio, in altre parole, dall'uso arbitrario del potere. E dove per la democrazia la libertà è principalmente il consenso che i cittadini esprimono a quelle leggi che essi stessi si danno, per i teorici repubblicani si è liberi solo se la legge non è arbitraria, cioè, solo se rispetta le norme dell'universalità.
Si dirà che è questione di sfumature, ma tanto meglio si apprezzerà la libertà repubblicana, quanto più si capirà che essa ruota principalmente attorno al problema della giustizia.
Non c'è libertà, insomma, se non c'è giustizia; e dove manchi essa, lì è minacciata la dignità del cittadino e dell'intero popolo.
Essere degni, d'altra parte, non implica solo una valutazione morale, ma anche un rapporto con la propria storia e le proprie radici. Senza quell'humus, fatto di tradizioni, e di richiamo ai simboli che le rappresentano, la dignità finirebbe col diventare un vuoto simulacro. Di qui, l'appello alla patria come a un valore più compatto e meno ambiguo del concetto di nazione.
In larga parte condivisibile, la ricostruzione che Viroli offre dell'idea di repubblicanesimo ci sembra tuttavia viziata da un eccesso di storicismo. C'è da chiedersi, insomma, se quelle virtù civiche messe in primo piano, soprattutto dall'umanesimo fiorentino, siano trasferibili di peso in questo tumultuoso Novecento. Come pure, non è irrilevante domandarsi se la città, punto di riferimento del buon governo, sia ancora un modello politico applicabile alle complesse metropoli di cui ciascuno ha una evidente e caotica esperienza diretta. L'autore, del resto, ha ben presente le riserve che il concetto di "virtù civica" ha suscitato in studiosi come Michael Walzer in America e Gian Enrico Rusconi in Italia. E a proposito ci ricorda che l'essere virtuosi non richiede il sacrificio delle proprie passioni. Non è, insomma, a un popolo di santi o di eroi, o più semplicemente di fanatici, quello a cui Viroli pensa. Egli immagina un mondo dove la corruzione venga punita, la sopraffazione battuta, le illecite ricchezze ridimensionate. Verrebbe voglia di dirgli bravo, perché questa appunto è stata l'Italia dei nostri anni, consegnata in larga parte all'arbitrio. Ma resta la sensazione di un programma teorico sul quale non si vorrebbe essere scettici, se non fosse che già altre volte l'idea astratta di una rinascita civile ha conosciuto qui da noi il sapore della polvere e della sconfitta.
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vedi anche
Filosofia (e) politica