ALLARME WWF Il suicidio ecologico I dati dell'Indice del pianeta vivente |
| DA oggi disponiamo di un Indice del Pianeta Vivente, il Living Planet
Index, elaborato da una équipe di studiosi del Wwf Internazionale (tra
i quali Jorgen Randers coautore del rapporto "I limiti della crescita" e
"Oltre i limiti della crescita") del World Conservation Monitoring
Centre e della New Economics Foundation. Queste tre istituzioni
hanno cercato di rispondere in maniera quantitativa ad una domanda
che interessa tutti: a quale velocità la natura sta scomparendo dalla
faccia della terra?
Inoltre il gruppo di ricercatori, nell'apposito rapporto dal titolo appunto
di "Living Planet Report", cerca di descrivere come la pressione
umana sugli ambienti naturali vada mutando nel tempo e come questi
effetti variano tra le diverse nazioni.
Il Living Planet Index, che quest'anno è alla sua seconda edizione
dopo quella inaugurale dello scorso anno, si basa su tre dati: l'area
ancora occupata dalle foreste e le popolazioni delle differenti specie
presenti nei mari e nelle acque dolci. L'analisi è svolta con dati che
partono dal 1970 e che individuano lo stato di salute della ricchezza
naturale da allora ad oggi.
Dal 1970 al 1995 il Living Planet Index è sceso del 30% il che
significa appunto che, nell'arco di questi 35 anni, il mondo ha perso il
30% di ricchezza naturale; pensate il 30% nello spazio di una
generazione. Dal 1970 al 1995 la copertura di foreste naturali del
mondo si è ridotta del 10% (ad una copertura complessiva di 32
milioni di Kmq) con una decrescita di circa 0,5% l'anno. Un'area
perduta ogni anno, di circa 150.000 Kmq (quanto la Grecia, il
Bangladesh o la Florida). La fauna dei mari è andata declinando del
35% nello stesso periodo mentre la fauna delle acque interne si è
ridotta del 45%. L'analisi dedicata alla pressione umana esercitata
sugli ambienti naturali nel tempo ci fornisce altri dati estremamente
preoccupanti.
Oggi solo un quarto della superficie abitabile del pianeta può
definirsi "fisicamente" indisturbato; oltre in terzo è invece dominato
dalla nostra presenza. Il consumo di cemento è analizzato dal
rapporto come un indicatore, sebbene indiretto, del tasso al quale
terre forestali, agricole, e altri ambienti vengono distrutti ogni anno
per far posto all'espansione urbana ed allo sviluppo delle
infrastrutture (è evidente che il cemento viene utilizzato anche dove
già esistono aree urbanizzate). Il consumo di cemento è salito di
almeno cinque volte dal 1960 ed al 1996 la media annuale di
consumo di cemento pro capite è di circa 260 Kg (il nostro Paese ha
una media di 587 kg pro capite annui).
Ormai gli allarmi della scienza ambientale sono sempre più ricchi di
dati e analisi ed esigono una risposta concreta da parte del mondo
dei politici e dei decisori. E' di tutta evidenza che andare avanti così,
con un'economia basata solo sulla crescita quantitativa e che si
focalizza esclusivamente su pochissimi indicatori (Pil, tasso di
inflazione e tasso di disoccupazione) è impossibile. |