RASSEGNA STAMPA

24 NOVEMBRE 1999
GIANFRANCO BOLOGNA
ALLARME WWF
Il suicidio ecologico
I dati dell'Indice del pianeta vivente
DA oggi disponiamo di un Indice del Pianeta Vivente, il Living Planet Index, elaborato da una équipe di studiosi del Wwf Internazionale (tra i quali Jorgen Randers coautore del rapporto "I limiti della crescita" e "Oltre i limiti della crescita") del World Conservation Monitoring Centre e della New Economics Foundation. Queste tre istituzioni hanno cercato di rispondere in maniera quantitativa ad una domanda che interessa tutti: a quale velocità la natura sta scomparendo dalla faccia della terra? Inoltre il gruppo di ricercatori, nell'apposito rapporto dal titolo appunto di "Living Planet Report", cerca di descrivere come la pressione umana sugli ambienti naturali vada mutando nel tempo e come questi effetti variano tra le diverse nazioni. Il Living Planet Index, che quest'anno è alla sua seconda edizione dopo quella inaugurale dello scorso anno, si basa su tre dati: l'area ancora occupata dalle foreste e le popolazioni delle differenti specie presenti nei mari e nelle acque dolci. L'analisi è svolta con dati che partono dal 1970 e che individuano lo stato di salute della ricchezza naturale da allora ad oggi. Dal 1970 al 1995 il Living Planet Index è sceso del 30% il che significa appunto che, nell'arco di questi 35 anni, il mondo ha perso il 30% di ricchezza naturale; pensate il 30% nello spazio di una generazione. Dal 1970 al 1995 la copertura di foreste naturali del mondo si è ridotta del 10% (ad una copertura complessiva di 32 milioni di Kmq) con una decrescita di circa 0,5% l'anno. Un'area perduta ogni anno, di circa 150.000 Kmq (quanto la Grecia, il Bangladesh o la Florida). La fauna dei mari è andata declinando del 35% nello stesso periodo mentre la fauna delle acque interne si è ridotta del 45%. L'analisi dedicata alla pressione umana esercitata sugli ambienti naturali nel tempo ci fornisce altri dati estremamente preoccupanti. Oggi solo un quarto della superficie abitabile del pianeta può definirsi "fisicamente" indisturbato; oltre in terzo è invece dominato dalla nostra presenza. Il consumo di cemento è analizzato dal rapporto come un indicatore, sebbene indiretto, del tasso al quale terre forestali, agricole, e altri ambienti vengono distrutti ogni anno per far posto all'espansione urbana ed allo sviluppo delle infrastrutture (è evidente che il cemento viene utilizzato anche dove già esistono aree urbanizzate). Il consumo di cemento è salito di almeno cinque volte dal 1960 ed al 1996 la media annuale di consumo di cemento pro capite è di circa 260 Kg (il nostro Paese ha una media di 587 kg pro capite annui). Ormai gli allarmi della scienza ambientale sono sempre più ricchi di dati e analisi ed esigono una risposta concreta da parte del mondo dei politici e dei decisori. E' di tutta evidenza che andare avanti così, con un'economia basata solo sulla crescita quantitativa e che si focalizza esclusivamente su pochissimi indicatori (Pil, tasso di inflazione e tasso di disoccupazione) è impossibile.
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