RASSEGNA STAMPA

22 NOVEMBRE 1999
editoriale
Infibulazione e sanità
Un convegno a Roma
In Italia vivono 38mila donne infibulate o escisse e 20mila bambine appartenenti a culture in cui per loro sono tradizionalmente previste una o entrambe le mutilazioni. Le donne, intanto, si rivolgono alle strutture sanitarie italiane spesso solo per le emergenze. Di solito si tratta di neo mamme che, nel rispetto della pratica che le trasforma in donne rispettabili e adatte al matrimonio, chiedono a chi le ha fatte partorire, e che le ha deinfibulate, di venire richiuse. I dati sono contenuti in uno studio curato da Aldo Morrone e Gennaro Franco, che sarà presentato al sesto incontro internazionale "Cultura, Salute, Immigrazione" che si svolgerà a Roma questa settimana. Negli anni 90, in Italia sono arrivate molte somale, etiopiche, eritree, egiziane: tutti paesi dove la donna viene infibulata (e l'Egitto è in testa, con il 97% delle donne che ha subito la mutilazione). Medici e ostetriche italiane si trovano quindi di fronte ad una nuova realtà. La pratica è implicitamente vietata in Italia (si tratta, ovviamente, di lesioni gravi, punite penalmente) però, secondo Morrone, anche da noi ci sono casi in cui, di nascosto, si interviene lo stesso. Altro problema è quello delle donne che chiedono ai medici italiani di riparare i danni dei violenti interventi ai quali sono state sottoposte nei paesi di origine. Casi di questo tipo sono quelli di bambine adottate in Italia da piccole ma che avevano già subito l'infibulazione. Nessuna legge o divieto, concludono i due esperti, potrà risolvere il problema, bisogna invece preparare i medici."La deinfibulazione durante la gravidanza - si legge nella relazione - non è una decisione semplice e, se la donna è legata alla comunità di origine, non essere ricucita dopo il parto, anche se vive a Roma o a Milano, significa ancora un marchio di vergogna".
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