Umanità violenta ma non per natura| Bisogna
affrontare il duplice problema della formazione ed educazione |
| Secondo Hobbes, uno dei padri del pensiero politico moderno, è la paura elementare di essere uccisi che spinge gli uomini a stipulare un contratto politico, ad unirsi in una società. E' dunque la violenza la madre di tutte le paure. Soprattutto la violenza fisica che non a caso le grandi mitologie personificano nelle divinità della guerra. E' il caso del greco Ares - per i Latini Marte - che ha per figli Fobos e Deimos, cioè la paura e il terrore.
Se questo grande fantasma - che qualcuno chiamava la grande levatrice della storia - è presente in tutte le società umane, tuttavia le sue forme culturali sono estremamente variabili, nello spazio e nel tempo. E per lo stesso motivo le definizioni e le stesse soglie di percezione della violenza mutano con gli scenari storici e culturali. Comportamenti che fino a poco meno di un secolo fa erano del tutto normali" oggi sarebbero considerati intollerabilmente violenti. Si pensi all'uso di picchiare mogli e figli o alle punizioni corporali inflitte nelle scuole agli alunni indisciplinati.
Proprio alle forme culturali della violenza è stato dedicato l'annuale Congresso nazionale dell'Aisea, l'associazione degli antropologi italiani, giunto ormai alla sua quinta edizione e svoltosi all'Università La Sapienza di Roma nei giorni scorsi.
Ricondurre la violenza alle sue radici storico culturali è uno dei contributi principali dell'antropologia su questo tema. Anche perché proprio attraverso l'analisi e lo studio della varietà delle forme e delle motivazioni dei comportamenti violenti è possibile mostrare l'infondatezza di quelle teorie che attribuiscono alla violenza un fondamento biologico facendone qualcosa di connaturato all'uomo, e quindi ineliminabile.
Da queste deliranti teorie gli antropologi hanno preso ufficialmente le distanze. Il presidente dell'associazione, Luigi M. Lombardi Satriani ha proposto infatti un documento che è stato votato all'unanimità in cui si rileva la pericolosità degli effetti politici, sociali e culturali che potrebbero derivare da una spiegazione della violenza, nonché di altri comportamenti umani, in termini meramente e riduttivamente fisiologici.
Parlare di violenza innata, quindi naturale, finisce infatti per legittimare la violenza stessa, deresponsabilizzandola e occultando nel contempo le sue ragioni storico ambientali. Ed è proprio in questo spostamento occultamento - ha detto ancora Lombardi Satriani - che si annida il carattere reazionario e al tempo stesso scientificamente discutibile di queste teorie.
Nello scenario del presente solcato da conflitti di ogni tipo, in cui le ombre di un passato arcaico e tribale riaffiorano mescolandosi alle durezze metropolitane si apre per l'antropologia un vasto compito di monitoraggio delle forme e delle grammatiche della violenza per ricercare nel passato storico o nella distanza geografica gli elementi di una cartografia della violenza utile per orientarsi nel dedalo attuale.
Di fronte al diffondersi di violenze etniche, religiose, generazionali, mediatiche, "di genere" è necessario porsi un duplice problema di formazione e di educazione. Tra i compiti principali di chi governa una realtà multietnica e multiculturale, fatta di differenze che si giustappongono, vi è quello di tenere in pace le "tribù". E per far questo è necessario rendere il più possibile reciprocamente compatibili i valori e i costumi.
Pertanto l'antropologia, proprio in quanto indagine sulle identità e sulle differenze diviene soprattutto analisi dei conflitti e dei di differenti modelli culturali della violenza. In particolare di quelle forme surrettizie in cui la violenza non è riconoscibile al primo sguardo e per questo è ancor più insidiosa.
Si pensi, fra i tanti esempi, al rapporto tra media e violenza, soprattutto dal punto di vista degli effetti che possono avere sui bambini le immagini violente che passano in televisione. La violenza "medica" che si annida spesso in maniera inavvertita dalle stesse vittime - in alcune modalità terapeutiche. La violenza sugli animali come specchio di una relazione malata fra uomini.
Giovanna Guerzoni dell'Università di Bologna ha presentato per esempio i risultati interessantissimi di una ricerca dell'Istituto Gramsci dell'Emilia-Romagna, diretta da Matilde Callari Galli e Gualtiero Haffison, e dedicata al rapporto tra programmi televisivi, modelli culturali e immaginario infantile. Forse. proprio la televisione rivela quel paradosso che fa della violenza nella società contemporanea, qualcosa di onnipresente e al tempo stesso di silente. Incessantemente rappresentata, esibita ma non elaborata, non mediata eticamente né pedagogicamente.
Ed è questo il compito formativo maggiore che si pone alle agenzie educative. Lavorare alla rimozione delle ragioni culturali della violenza - e della sinistra suggestione che esse esercitano - e, insieme, alla costruzione di modelli sociali positivi che mostrino gli effetti di una coesistenza fra individui e fra popoli.
Per ridisegnare un intreccio comune di umanità diverse l'antropologia può contribuire con il suo "sapere" e il suo "fare". Non onnicomprensivi ma specifici, quindi insostituibili. |