FERMAT Ora l'enigma è davvero risoltoUna équipe di quattro scienziati americani pone fine al mistero sul teorema del matematico del Seicento. Una saga non completamente conclusa nel 1994 da Andrew Wiles Un caso di alta divulgazione per raccontare un trionfo molto atteso |
| Tra i divulgatori di scienza occupano una posizione del tutto speciale, a giusto titolo, i rari eccellenti divulgatori di matematica. L'inglese Keith Devlin, attualmente direttore della School of Science del Saint Mary's College in California e ricercatore di punta in matematica ed in informatica all'Università di Stanford, è un maestro tra i maestri. Autore di oltre venti libri e di un usatissimo CD Rom per l'insegnamento dell'analisi matematica, Devlin pubblica regolarmente, dal
1983, un'apposita rubrica di problemi e curiosità in matematica sul quotidiano inglese "The Guardian", e una pagina mensile, intitolata "L'angolo di Devlin" (Devlin's Corner) sul giornale elettronico internazionale di alta divulgazione matematica "MAA Online", accessibile via Internet.
Costantemente presente, sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, in programmi radiofonici e televisivi, è a Devlin che subito si pensa, quando si vuole avere una spiegazione chiara e autorevole di quello che via via succede nell'imperscrutabile (ai comuni mortali) universo dell'alta matematica e della computer science. Conosco alcuni suoi ex studenti, ora professori, che ancora lo ricordano con
nostalgia, fatto piuttosto raro in genere, e ancora di più per gli insegnanti di matematica. Non è un caso, quindi, che le sue attuali ricerche si situino all'interfaccia tra matematica, linguaggio, informazione e calcolo elettronico. A me Keith è soprattutto caro per un impagabile libro di qualche
anno fa, intitolato "La nuova età dell'oro della matematica", da cui ho imparato moltissimo, divertendomi allo stesso tempo. L'espressione "nuova età dell'oro" risulta tutt'altro che esagerata, e il libro di Devlin riesce ad infondere anche nel lettore non specialista una scintilla del sacro fuoco
che consuma intimamente i ricercatori di punta nella branca del sapere che più si avvicina alla "pura" verità. In Italia è appena uscito (da Bollati Boringhieri) il suo recente "Il linguaggio della matematica", mentre si sta stampando negli Stati Uniti, e già traducendo in italiano, "The math gene" ("Il gene della matematica"), un saggio divulgativo sulla storia naturale delle nostre capacità
matematiche, in cui un intero capitolo tratta di certe circoscritte patologie cerebrali che compromettono specificamente la capacità di capire la matematica anche più elementare. (Un riflesso che ho constatato spesso, in chi apprende per la prima volta che tali mini-patologie cerebrali esistono, è quello di dire, probabilmente a torto: "Questa lesione ce la ho certamente anche io nel mio cervello!"). Dopo avere ammirato i suoi scritti per anni, ho infine conosciuto Keith di persona in ottobre, a una conferenza. Subito gli ho chiesto se è successo di recente, nel mondo
della matematica, qualcosa di tale importanza che la persona colta, seppur del tutto estranea, ne debba essere informata, almeno a grandi linee. Ovviamente, dato che anche la grande stampa ne ha parlato tanto in questi ultimissimi anni, ho fatto allusione alla soluzione di Andrew Wiles del
celeberrimo enigma di Fermat. Keith ha sorriso, ed ha subito aggiunto: "Già, proprio in questo campo adesso sta succedendo un altro fatto che ha straordinario interesse". Aveva in mano l'ultimo numero della rivista "Notices of the American Mathematical Society", contenente una indiscrezione ufficiale su questa notizia, ancora in corso di pubblicazione per i matematici di professione in forma estesa e completa. Per adesso, in esclusiva per i lettori del "Corriere",
ascoltiamo il semplice racconto di Devlin di questo recentissimo trionfo in matematica. |