RASSEGNA STAMPA

14 NOVEMBRE 1999
MARIO DEAGLIO
L'economia vista da una babysitter
Crisi globale e capitalismo nelle teorie di Krugman
Torna la depressione? Nel suo nuovo saggio il guru del Mit disegna gli scenari del futuro
Il verdetto, sfavorevole alla Microsoft, di un tribunale americano ha solo incrinato il valore del titolo di Bill Gates e sicuramente non è riuscito ad affondare la Borsa di New York. Di questo gigantesco mercato finanziario ha però, altrettanto sicuramente, fatto aumentare la paranoia. Con maggio, l'indice Dow Jones, autentico termometro-bandiera del capitalismo americano, ha interrotto la salita trionfale che l'ha condotto non solo a sfiorare la mitica "quota diecimila" ma a portarsi addirittura ben al di sopra di "quota undicimila"; a partire da agosto non solo scende moderatamente, smentendo l'"ala dura" degli analisti finanziari che crede in una crescita pressoché continua, ma inoltre le sue convulsioni sono aumentate. Ormai cambia orientamento e direzione diverse volte in una seduta, come se traducesse nelle svolte di un grafico una sorta di angoscia esistenziale, avvertibilissima nell'economia americana. È l'angoscia di una sfida alle leggi di gravità dell'economia, un'espansione spettacolare, un aumento della produttività incredibile eppur difficile da descrivere e da localizzare con precisione quello che sta vivendo l'America e con essa tutto il capitalismo. Da un lato, l'entusiasmo della scoperta di nuovi orizzonti di vita e di produzione, per cui le "autostrade elettroniche" di Internet sembrano ormai avere un'importanza paragonabile a quella delle ferrovie al momento della loro introduzione; con la differenza che le grandi trasformazioni, che a quel tempo richiesero decenni, ora si svolgono in pochi trimestri.
Dall'altro, l'oscura sensazione di pattinare su un ghiaccio sempre più sottile, sotto il quale c'è il baratro dell'insicurezza sociale e della crisi economica, della perdita dei valori e della scomparsa dei posti di lavoro. A dare veste ragionata a queste sensazioni confuse è il nuovo libro di Paul Krugman, Il ritorno dell'economia della depressione, tradotto in italiano per i tipi della Garzanti. Krugman, professore al prestigioso Mit, il Massachusetts Institute of Technology, è diventato l'enfant terrible dell'economia americana perché a un tempo bravissimo e arrogante, poco rispettoso delle regole formali dell'accademia, ottimo scrittore e gran narcisista. Krugman ha rivoluzionato la teoria dello sviluppo, attribuendo un ruolo totalmente nuovo ai fattori geografici ed è stato pressoché l'unico economista a prevedere la crisi asiatica, tra l'incredulità e il dileggio dei suoi colleghi, ai quali - specie ai fautori estremi dell'economia di mercato - non risparmia frecciate durissime. Krugman mantiene un sito su Internet sul quale, oltre ai suoi moltissimi articoli scientifici e giornalistici, si può consultare la migliore documentazione al mondo sulle economie dell'Asia. Vi si possono anche contemplare le fattezze del professore in due fotografie distinte: una "in uniforme", ossia con giacca e cravatta su uno sfondo di grattacieli, e l'altra "in abiti civili", ossia con le maniche corte sullo sfondo di un corridoio universitario.
Ne Il ritorno dell'economia della depressione, Krugman fornisce una spiegazione dei recenti, tormentatissimi sviluppi dell'economia mondiale che è brillante, piuttosto convincente e molto chiara. "Come economista di una certa fama sono assolutamente in grado di scrivere cose che nessuno può leggere", afferma con una buona dose di tracotanza, "ma il mondo ha bisogno di decidere sulla base di informazioni concrete; di conseguenza, le idee devono essere rese accessibili a tutti gli interessati e non solo ai professori di economia". Ecco allora il professor Krugman sfoderare le sue virtù di saggista, chiarissimo e graffiante. Utilizza come esempio le ipotetiche vicende di una cooperativa di babysitter di Washington per portare il lettore in giro per il mondo, dalla crisi messicana del 1995 alla crisi brasiliana di fine 1998; si sofferma sul lungo e oscuro male del Giappone a su quell'ancora più oscura caduta di un'oscura moneta, il bath thailandese, che diede il via alla più grave crisi del capitalismo contemporaneo, all'ombra dei festeggiamenti per il ritorno di Hong Kong alla Cina, nel "luglio dorato" del 1997. Non ama molto il Fondo Monetario, accusato di aver creato, nel terribile autunno del 1998, "il peggiore dei mondi possibili" per aver difeso, a un costo enorme, i tassi di cambio senza riuscire a porre alcun limite alle speculazioni in caso di fallimento. Di conseguenza "per la prima volta in due generazioni, la debolezza della domanda è diventata una limitazione alla prosperità di una parte importante del pianeta", come i batteri, spiega Krugman, che una volta portavano malattie mortali, per un certo periodo furono sconfitti dalla medicina e ora sembrano tornati. E così sette sistemi economici, dai quali ha origine un quarto della produzione mondiale, hanno vissuto una caduta produttiva che assomiglia molto a quella degli Anni Trenta. Tutto questo non vuol dire che sia ritornata una depressione mondiale, è tornata però l'economia della depressione; si è riaffacciato, cioè, lo stesso problema che stava alla base della depressione degli Anni Trenta. "La scarsità della domanda è ormai diventata un chiaro ostacolo al benessere in gran parte del mondo", dice Krugman, con un chiaro riferimento ai problemi affrontati da Keynes, le cui teorie però fanno efficacemente da sfondo alle difficoltà attuali. Non si arriverà però necessariamente a una crisi di quella durezza né vi si deve uscire con una replica della Seconda guerra mondiale. Per evitare conseguenze gravi, secondo Krugman, occorre liberarsi di vecchi modi di pensare e affrontare problemi nuovi in maniera nuova. Come il vecchio detto del liberismo americano secondo cui "nessun pasto è gratis"; in realtà in certe situazioni "si potrebbe effettivamente mangiare senza pagare perché ci sono risorse non sfruttate che aspettano solo di esserlo". E soprattutto occorre pensare in maniera nuova, "giocare con le idee" perché "le persone austere, senza una vena di stravaganza, non sono quasi mai in grado di avere buone intuizioni". In fondo, non ha fatto così anche Bill Gates con la creazione e lo sviluppo della sua Microsoft? Sarà per questo che il professor Krugman mantiene su Internet un sito blandamente anticonvenzionale e si considera "in uniforme" quando veste giacca e cravatta. Forse anche questo è un modo per combattere la vecchiaia del capitalismo e la paranoia delle Borse.
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