Presentando in una intervista a "Repubblica" il "Lessico della politica" che cura per il Mulino, Carlo Galli (docente di storia del pensiero politico a Bologna, autore dell'importante monografia su Carl Schmitt "Genealogia della politica", direttore della rivista "Filosofia politica" nonché editorialista
prima del "Messaggero" e ora del "Secolo XIX") ha giustamente riportato la crisi della politica di cui tutti patiamo le schegge quotidiane alla radicalità della crisi di un linguaggio. Non è questione, per dirla in breve, di formule o di tecniche e nemmeno di ideologie che non funzionano più. Il problema è che non funzionano più le parole e i concetti del lessico politico moderno: non corrispondono più alle cose, non dicono la realtà, non significano quello che hanno significato lungo un'epoca da esse stesse connotata.
Se questa è - ed è questa - la diagnosi, le terapie conseguenti dovrebbero essere altrettanto radicali.
Per dirne una, chi fa informazione politica potrebbe seguire con meno acribia le battute e i retroscena
del palazzo, e con più passione gli slittamenti di senso e di contesto che rendono sempre più
incomprensibile e meno efficace la comunicazione politica. Un esempio, le ultime dispute su
comunismo e libertà: che cosa significano (e che cosa "non" significano) oggi questi due termini, a
quali contesti si riferivano e a quali si riferiscono, quale immaginario evocavano e quale evocano? E
varrebbero ugualmente altri esempi meno solenni: un ascolto pacatamente decostruttivo delle
confuse parole della politica risulterebbe oggi probabilmente più costruttivo, perdonate il gioco di
parole, delle sfide che su di esse si imbastiscono continuando a pronunciarle e impugnarle come dei
pieni laddove sono più spesso dei vuoti, o dei contenitori molto incerti.
Questo lavoro di decostruzione che sulla cronaca non facciamo, la collana diretta da Galli lo fa sulla storia dei concetti della politica. Li prende uno per uno (finora sono uscite quattro voci,
"Costituzione" di Maurizio Fioravanti, "Libertà" di Mauro Barberis, "Rappresentanza" di Bruno Accarino, "Stato" di Pierpaolo Portinaro, e sono annunciati "Democrazia", "Autorità", "Interesse"), li
smonta, li racconta nel loro farsi storico, nei contesti che li hanno generati, nei destinatari che hanno avuto, e nei buchi di significato di cui ora soffrono. Personalmente ne ho letti due e assai utilmente,
quello sulla rappresentanza e quello sulla libertà; sul primo avrei poco da aggiungere a quanto qui a
fianco scrive Sandro Mezzadra, al secondo avrei da rimproverare una interpretazione del concetto
di libertà troppo schierata sulla sua accezione liberale e sulla lettura oggi corrente del secolo,
secondo la quale l'89 ha significato il trionfo dell'unica libertà possibile contro l'incubo del
totalitarismo, dello statalismo e del collettivismo.
Qui però non voglio entrare in tutto il merito dei due libri ma porre una sola questione che riguarda
entrambi (e l'intera collana), e li riguarda appunto nel merito oltreché nel metodo. L'uno e l'altro
ignorano rigorosamente la critica portata sia al concetto di libertà sia al concetto di rappresentanza
da quella tradizione (sarà bene cominciare a chiamarla così, vista la sua mole, i suoi rimandi interni e
suo costante dialogo con la "Main Tradition" filosofico-politica) che va sotto il nome di pensiero
della differenza sessuale in Italia e di "gender theory" nei paesi anglosassoni. Per la precisione,
Barberis la ignora tout court, Accarino la sfiora: ma la sfiora al ribasso, contestando - giustamente - la proposta delle quote di rappresentanza femminile di una parte del femminismo, ma guardandosi
bene dal mettere all'opera il pensiero della differenza sui nodi della crisi della rappresentanza sui quali
di più ha detto e che lo stesso autore indica come i più scottanti: rapporto fra rappresentanza e
rappresentazione, crisi dell'universalismo, limiti delle critiche identitarie (cui il pensiero della
differenza, almeno quello italiano, "non" è ascrivibile), eccetera.
Quanto al concetto di libertà, eliminando dalla sua storia non dico le molte filosofe della
differenza che in materia si sono esercitate negli ultimi decenni, ma una come Virginia Woolf, si
elimina il problema non da poco di rideclinare la libertà "anche" rispetto alla storia del patriarcato e
all'originaria esclusione femminile dal contratto sociale moderno e dallo statuto del soggetto morale:
problema sul quale forse sarebbe tempo che anche gli uomini si esercitassero, o no?
Il "Lessico della politica" viene da un gruppo di studiosi di valore e di rigore (cui peraltro non manca
la frequentazione di teoriche della differenza sessuale come Adriana Cavarero, che fa parte della
direzione di "Filosofia politica"). Cos'è dunque questa (l'ho già chiesto a Bruno Accarino, al quale mi
legano un'amicizia e una collaborazione di vecchia data): una scelta, una svista, una rimozione, un
giudizio implicito di disvalore? O semplicemente un malcostume italiano, tanto più eclatante se
paragonato alla politically correct meticolosità con cui gli accademici d'oltremanica e d'oltreoceano si
misurano con i risultati della ricerca sul gender?
Non sto facendo (le detesto quanto le quote) una rivendicazione di rappresentanza. E' che mi stanno
a cuore le sorti della politica e del suo vocabolario moderno. E se quest'ultimo è scompaginato e
invecchiato, io e molte altre siamo convinte che questo c'entri qualcosa col fatto che due secoli fa
poteva parlare di e a un solo sesso, mentre adesso ne ha davanti ineluttabilmente due. |