RASSEGNA STAMPA

9 NOVEMBRE 1999
FRANCESCO TOMATIS
I filosofi in subbuglio
Da giovedì a Firenze gli stati generali: i docenti chiedono che la materia non sia discriminata a scuola e all'università
Riconda: l'insegnamento va esteso a tutti gli istituti superiori, mantenendone però il carattere storico - Vitiello: meglio l'approccio problematico, invece che cronologico - Al centro della discussione anche il rapporto con la verità - Givone: in Italia siamo all'avanguardia - Vattimo: non possiamo ignorare la religione
I filosofi italiani scoprono la verità. Sembrerebbe una barzelletta, se non fosse che già un filosofo del calibro di Aristotele sostenesse che proprio nella capacità di sapersi stupire di ciò che ai più appare ovvio e scontato stia la qualità del filosofo, di chi ricerca la sapienza. Secondo Sergio Givone, dell'Università di Firenze, che non si è mai sottratto alla facile ironia a cui si espone quindi ogni vero filosofo, ad esempio intitolando un suo libro Storia del nulla (Laterza 1995), l'originalità dell'attuale filosofia italiana starebbe nell'aver trovato nell'ambito della corrente filosofica ermeneutica una via caratterizzata dalla riformulazione di un'autentica esigenza di verità. Givone richiama in proposito il magistero di Luigi Pareyson, filosofo cattolico divenuto soprattutto dopo la morte, nel 1991, sempre più al centro del dibattito filosofico italiano, con la sua "ontologia della libertà" consistente in una filosofia incentrata sull'esperienza religiosa cristiana, ma mette in luce anche formulazioni recenti di una prospettiva ermeneutica veritativa, quali quella di Paolo Parrini, dell'Università di Firenze, che ha saputo intrecciare tale indirizzo con la più recente epistemologia, oppure quella di Claudio Ciancio, dell'Università di Vercelli, dove sta per attivare un corso di specializzazione post-laurea in filosofia e teologia, il quale propone un pensiero che colga tragicamente la verità nel paradosso. Givone sostiene che "in Europa e nell'area anglosassone fra l'ermeneutica e le altre principali correnti filosofiche (filosofia analitica e teoria critica anzitutto) quasi non c'è stato dialogo e comunque la polemica ha prevalso sul confronto critico, invece in Italia, per certi aspetti in anticipo sui tempi, le tre prospettive sono state fatte interagire producendo talora interessanti compromessi e commistioni". Pur discostandosi dall'"ontologia del nulla" del pensiero tragico di Givone, in questa vera e propria riscoperta della verità sembra collocarsi a suo modo anche Gianni Vattimo, il filosofo italiano che più ha fatto conoscere in tutto il mondo la filosofia ermeneutica, ma nella forma di un "pensiero debole", non quindi forte, non veritativo nel senso della fondazione ultima, benché non dimentico dell'essere. Quale verità contempla la prospettiva filosofica di Vattimo? "Dal punto di vista di una radicalizzazione dell'ermeneutica come "storia dell'essere", che legga il farsi storico dell'essere come evento dischiudente un orizzonte di verità si ritrova anzitutto la verità della tradizione religiosa, la verità del cristianesimo, che non è certo eliminata da quei saperi che si ritengono più veri". Anche il filosofo cattolico Giuseppe Riconda, antesignano nel dialogo tra filosofia e religione, presidente dell'attivo "Centro studi filosofico-religiosi Luigi Pareyson", presso l'Università di Torino, sottolinea il legame fra possibilità della verità e richiamo alla tradizione religiosa cristiana, tuttavia prendendo le distanze dalla tesi - più vicina a Vattimo - della secolarizzazione, che dichiara come destino inesorabile quello della "morte di Dio" denunciata da Nietzsche. "Finché la gente grida che non c'è verità, non è possibile riproporla direttamente. Finché non si problematizzi la storia della filosofia, che è generalmente pensata nei termini della secolarizzazione, della "morte di Dio", il problema della verità non sussiste, perché non si può mantenere la verità senza mantenere Dio. Reintrodurre la verità significa reintrodurre Dio. La riproposta oggi di un pensiero in termini di verità è quindi legata alla reinterpretazione della storia del pensiero occidentale nei termini pascaliani della scommessa (nell'esistenza di Dio), anziché in quelli nietzschiani della "morte di Dio".
Questo mi sembra il legato, non ancora messo a frutto completamente, dei due pensatori religiosi italiani Del Noce e Pareyson". Ma mentre i filosofi italiani riscoprono la passione per la verità, il destino della filosofia nella scuola e nell'università sembra ben più incerto: dalla edulcorazione delle asprezze del dubbio filosofico in verità preconfezionate ad uso dello studente settorializato - che fa quindi sempre più rima con utente -, sino all'ipotesi dell'eliminazione della filosofia in quanto facoltà universitaria, ritenuta forse incapace di autonomia dalle cosiddette "scienze umane". Ma che oggi la filosofia italiana riproponga fortemente come propria esigenza quella della verità, non significa certamente che essa pretenda proporsi come sintesi ultima o fondamento primo di tutti i saperi, bensì come ambito ancora interrogativo, apertura spirituale altamente educativa, capace di rimediare alla estrema specializzazione dei saperi e del fare propria al relativismo della cultura contemporanea. Proprio allorquando i tanti saperi e le tante attività umane si specializzano sempre più incessantemente, la filosofia è tanto più necessaria per la sua capacità di interrogarsi sul senso del qualcosa e del tutto, per la problematicità in cui essa sa porre ogni confine troppo miopemente fissato. Secondo Vattimo, "la filosofia rimane un discorso di carattere trascendentale: è vuota, se non concerne qualcosa, dei saperi, delle esperienze possibili, ma a loro volta i saperi specifici sono ciechi se non sono coordinati, radicati, riferiti a un progetto che è fondamentalmente di carattere filosofico. Da questo punto di vista, bisognerebbe introdurre l'insegnamento della filosofia in tutte le facoltà universitarie e in tutte le scuole medie superiori. Ma non della filosofia specialistica, come se nelle facoltà tecniche si dovesse insegnare l'epistemologia, per spiegare agli scienziati cos'è o come deve essere la scienza. Bisogna insegnare Platone, fare un discorso di filosofia in generale, di visioni del mondo, di discussione dei valori, di filosofia della storia". Anche il filosofo napoletano Vincenzo Vitiello, forse in Italia il più attivo in questi ultimi anni nell'elaborare originalmente una propria prospettiva filosofica e nel farla conoscere oltre confine, è d'accordo sulla peculiarità della filosofia italiana, secondo la proposta speculativa di un discorso filosofico che, anche attraverso la contraddizione del dire, sappia mostrare in sé i limiti spaziali in cui si costituisce, secolarizzandosi, la tradizione filosofica. "Ciò che è specifico della filosofia italiana è l'attenzione alla storia e alla politica: da Machiavelli a Vico, Croce e Gentile, Paci e Pareyson, Rosmini, Gioberti e Del Noce. Attraverso un recupero delle sue origini più alte, cioè di Vico, la filosofia italiana potrebbe oggi riprendere il problema della costituzione della storia, e quindi della secolarizzazione come processo che la caratterizza: tema presupposto e tuttavia non indagato relativamente alle sue condizioni". Relativamente alla funzione formativa della filosofia Vitiello dà inoltre indicazioni assai puntuali: "Abbiamo la possibilità oggi riguardo alla scuola e all'università di costituire forme diverse di organizzazione degli studi. L'autonomia delle università significa che la concorrenza dovrà essere lasciata non solo al libero mercato degli studenti o dei docenti, ma all'offerta di orientamenti di studio diversi, che rendano caratteristiche le singole facoltà, facendo convergere discipline diverse (ad esempio attraverso attività seminariali comuni a più docenti) nella comprensione di temi interdisciplinari. Nelle scuole secondarie superiori occorrerà trasformare il modello di insegnamento della filosofia da storico a "topologico": le questioni filosofiche non procedono infatti cronologicamente, ma attraversano le epoche, avvicinano e ponendo a confronto autori di età diverse". Più tradizionalista di Vitiello pare invece in proposito Riconda: "L'insegnamento della filosofia, che estenderei ad ogni ordine di istituto superiore, è da mantenere: per il suo carattere di fondamento di libertà spirituale, di problematizzazione ultima e radicale che non può essere dato da nessun'altra disciplina. Insisterei però sulla necessità di mantenerne il suo carattere storico, secondo l'impostazione attuale, perché solo attraverso il mantenimento di questo carattere e un'interpretazione non unilaterale del tempo si giunge a enucleare le possibilità che si aprono all'uomo contemporaneo". Insomma, storica o topologica, ermeneutica o trascendentale, eventuale o paradossale, la verità ricercata dalla filosofia attraverso il dubbio, l'indugio, la libera interrogazione, è ciò di cui abbisogna non solo una civiltà in declino e ignara del proprio senso epocale, ma lo stesso futuro dell'istruzione italiana.
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Filosofia e scuola