| UNA STRONCATURA SORPRENDENTE |
| Sören Kierkegaard, "Dalle carte di uno ancora in vita, edite
contro il suo volere da Sören Kierkegaard", a cura di Dario
Borso, Morcelliana, pagine 137, lire 15.000 | Basta il titolo - Dalle carte di uno ancora in vita, edite
contro il suo volere da Sören Kierkegaard (a cura di Dario
Borso, Morcelliana, pagine 137, lire 15.000) - per
riconoscere la mano dell'autore. Dopodiché si passa al
prologo, firmato da un fantomatico editore "alter idem"
dell'autore del saggio (che dopo averlo scritto non aveva
nessuna intenzione di pubblicarlo), e la burla monta
ulteriormente: "Siamo quasi sempre di opinione diversa e
perpetuamente in lotta l'uno contro l'altro, mentre però
restiamo avvinti insieme da profondi, sacrissimi,
indissolubilissimi legami; sì, pur divergendo spesso a guisa di
magneti, siamo però nel senso più assoluto inseparabili,
anche se i nostri comuni conoscenti solo raramente, forse
mai, ci hanno visti insieme". Infine, quattro righe di poscritto
"per i lettori cui dovesse far male il chiarimento: possono
ben saltarlo, e saltassero così lungo da saltare insieme il
saggio, sarebbe ancora uguale". Il gioco è fatto. Sören
Kierkegaard ha scelto la strada di sempre: quella della
satira, dell'ironia, del paradosso.
Ma le sorprese non sono affatto finite. Anzi, il bello arriva
soltanto quando veniamo a conoscenza dell'oggetto di
questo acuminato saggio: una stroncatura in piena regola del
celeberrimo Hans Christian Andersen; proprio lui, l'autore
di fiabe (e non solo), famoso in tutto il mondo.
Dalle carte di uno ancora in vita fu il primo libro pubblicato
(nel 1838) da Kierkegaard. E se ora lo possiamo finalmente
leggere in lingua italiana, il merito è di uno studioso di
talento, Dario Borso, che da tempo - con acribia e fantasia
- sta riportando alla luce svariati tasselli della dissimulata
opera kierkegaardiana. Il curatore-traduttore dapprima ci
introduce al clima culturale in cui il saggio vede la luce; poi
ci rammenta la fase teorico-esistenziale del filosofo
venticinquenne al momento della scrittura, e infine
ricostruisce la travagliata (tanto per cambiare!) vicenda
editoriale che accompagna il testo, conclusasi con la
decisione di Kierkegaard di pubblicare in proprio il libro, e
di farlo precedere da quel bizzarro sottotitolo e da
quell'esilarante prologo di cui abbiamo riferito.
Il clima culturale è contrassegnato da un hegelismo
montante e pervasivo; quanto alla fase teorico-esistenziale
di Kierkegaard, siamo giusto agli inizi della sua
tormentatissima carriera, ma una cosa gli è chiara sin da
allora: l'assoluta avversione verso i grandi sistemi filosofici,
che poco o punto hanno a che fare con l'esistenza reale del
singolo individuo. "Conta trovare una verità che sia verità
per me, trovare l'idea per cui io voglia vivere e morire. E a
che mai gioverebbe escogitare una cosiddetta verità
oggettiva, misurarmi coi sistemi dei filosofi e poterli passare
casomai in rassegna sì da poter svelare incoerenze entro
ogni singola sfera? A che mi gioverebbe poter sviluppare
una teoria politica e dai vari pezzi raccattati ovunque
combinare una totalità, costruire un mondo in cui a mio
turno non vivrei, ma che terrei semplicemente esposto alla
vita altrui? A che mi gioverebbe poter sviluppare il
significato del cristianesimo, poterne spiegare tanti singoli
fenomeni, se non avesse qualche significato più profondo
per me stesso e per la vita mia? (...) Non voglio negare no
che ammetto ancora un imperativo della conoscenza e che
mediante essa si possa anche agire sugli uomini, ma allora
dev'essere assunta viva in me, ed è questa che ora
riconosco come l'essenziale".
Resta, infine, la controversia editoriale. Dapprima
Kierkegaard decide di affidare il suo saggio a Perseus, la
rivista dell'hegeliano Heiberg. Ma dopo svariate
scaramucce tra autore e direttore su possibili tagli e
aggiustamenti, il saggio non esce. Ciò che non impedirà
comunque ad Andersen di confondere ulteriormente le
acque, quando, per vendicarsi della stroncatura subìta,
raffigurerà lo stesso Kierkegaard (proprio lui!) come un
parrucchiere hegeliano nel vaudeville Una commedia in
campagna.
Se la sua reazione è così scomposta e malcongegnata, vuol
dire che la ferita doveva bruciargli, e molto. Del resto pare
che l'uomo fosse di una vanità pari soltanto alla propria
paranoia: il successo di pubblico gli arrideva da un bel
pezzo, ma come sovente accade in questi casi, Andersen
anelava disperatamente un analogo omaggio da parte della
critica. E poiché quest'ultimo stentava ad arrivare, sperò
molto proprio nell'apprezzamento del giovane filosofo, che
al contrario finì per servirgli la più avvelenata delle polpette.
Il romanzo che Kierkegaard prende in esame per demolire
l'intero impianto dell'opera andersiana è Nient'altro che un
suonatore ambulante, le cui complicatissime vicende,
riassunte per noi da Borso, alludono chiaramente alla
biografia dell'autore, soprattutto nella prima parte: "Christian
è bambino poverissimo che segue una sua vocazione
musicale in situazioni quanto mai avverse: il padre parte
soldato, vien dato per morto mentre in effetti si fa frate; la
madre si risposa e poi in un incendio muore il patrigno; il
padrino si rivela un serial-killer, padre naturale di Naomi, la
fanciulla ebrea compagna di giochi, che però deve partire
dopo l'incendio della casa sua...". E mi fermo qui, anche se
siamo appena a un terzo del racconto.
Già sulle fiabe - iniziate a uscire con cadenza annuale a
partire dal Natale 1835 - Kierkegaard aveva detto parole
definitive: "Andersen non ha idea di cosa sia una fiaba, ha
un buon cuore e basta, ma cosa c'entra con la poesia?".
Adesso si appresta a usare la stessa durezza nei confronti di
questo fluviale romanzo.
Tanto per cominciare lo urta terribilmente quel crogiolarsi
bamboccesco nell'apologia del genio, bisognoso - per
diventare tale - di coccole e di affetto: "Il genio non è un
lumicino che si spegne al primo soffio, bensì un incendio che
la bufera solo attizza", mentre qui ci viene proposto soltanto
"un frignone del quale si assicura che è un genio". Il
pericoloso sovrapporsi tra i desiderata personali e la
creazione artistica, del resto, è una costante dell'opera
andersiana: "Quando muore l'eroe, Andersen muore insieme
e strappa tutt'al più al lettore come ultima impressione un
sospiro su entrambi".
Anche da un punto di vista linguistico, l'esercizio di
straniamento da sé e di immedesimazione nel personaggio, è
quanto mai approssimativo: "Se va a descrivere l'infanzia,
non ci vengono incontro frasi che siano state per così dire
attinte da un'intera coscienza infantile (...) O vengono fuori
reminiscenze indigeste di una singola infanzia concreta,
oppure si parla come un anziano dell'impressione di vita, e
poi si aggiunge a intervalli appositi che bisogna rammentare
(...) la grande forza creativa della fantasia infantile - a farla
breve si offre una garanzia esteriore per la giustezza della
concezione, si mette una chiave di soprano in testa a una
chiave di tenore".
Altra ossessione di Andersen, i paragoni. "Un paragone ha
ovviamente la sua importanza solo fintantoché riporta
indietro a una comprensione più profonda di ciò per cui
apparve. In altro modo finisce col sovraccaricare la nostra
memoria e lasciare un deficit totale di visione; che infatti io
dica che una città di qui è come una città d'Italia a me ignota
o che una città d'Italia è come una città di Danimarca senza
delinearle meglio, con ciò non sono divenuto affatto più
sapiente".
Poi la stoccata finale, sempre relativa alla presupposta
eccezionalità del personaggio (e dunque - indirettamente -
dell'autore del romanzo): "Tra le cose che solitamente più
contraddistinguono il genio e gli danno la sua supremazia sul
mondo, c'è un orgoglio che suole rafforzarsi nell'avversità e
che perciò anche spesso riesce a mantenere l'individuo in
piedi. Con Christian invece tutto è vanità. Ciò che gli preme
è attirare l'attenzione su di sé, venire ammirato; sì, si
accontenta addirittura di un ossequio che al fondo sa però
celare scherno in sé, se solo può goderlo un attimo".
Il colpo è mortale. E dunque ben si capisce la reazione
inviperita del malcapitato Andersen. Meno, francamente, le
sue attese di una benevola attenzione da parte di
Kierkegaard. Avrebbe dovuto sapere, un narratore di fiabe
come lui, che cosa vagheggiava da bambino il suo futuro
stroncatore: "Lo chiamavano "Forchetta". Stando al
racconto di sua sorella, veniva dal fatto che, interrogato su
cosa avrebbe voluto essere, rispose: "Una forchetta".
Perché? "Be, così potrei inforchettare tutto quello che vorrei
sul tavolo". "Sì, ma se noi arriviamo dopo di te?". "Allora
infilzo voi"". |