RASSEGNA STAMPA

9 NOVEMBRE 1999
FRANCO MARCOALDI
UNA STRONCATURA SORPRENDENTE
Come Kierkegaard infilzò Andersen
Sören Kierkegaard, "Dalle carte di uno ancora in vita, edite contro il suo volere da Sören Kierkegaard", a cura di Dario Borso, Morcelliana, pagine 137, lire 15.000
Basta il titolo - Dalle carte di uno ancora in vita, edite contro il suo volere da Sören Kierkegaard (a cura di Dario Borso, Morcelliana, pagine 137, lire 15.000) - per riconoscere la mano dell'autore. Dopodiché si passa al prologo, firmato da un fantomatico editore "alter idem" dell'autore del saggio (che dopo averlo scritto non aveva nessuna intenzione di pubblicarlo), e la burla monta ulteriormente: "Siamo quasi sempre di opinione diversa e perpetuamente in lotta l'uno contro l'altro, mentre però restiamo avvinti insieme da profondi, sacrissimi, indissolubilissimi legami; sì, pur divergendo spesso a guisa di magneti, siamo però nel senso più assoluto inseparabili, anche se i nostri comuni conoscenti solo raramente, forse mai, ci hanno visti insieme". Infine, quattro righe di poscritto "per i lettori cui dovesse far male il chiarimento: possono ben saltarlo, e saltassero così lungo da saltare insieme il saggio, sarebbe ancora uguale". Il gioco è fatto. Sören Kierkegaard ha scelto la strada di sempre: quella della satira, dell'ironia, del paradosso.
Ma le sorprese non sono affatto finite. Anzi, il bello arriva soltanto quando veniamo a conoscenza dell'oggetto di questo acuminato saggio: una stroncatura in piena regola del celeberrimo Hans Christian Andersen; proprio lui, l'autore di fiabe (e non solo), famoso in tutto il mondo.
Dalle carte di uno ancora in vita fu il primo libro pubblicato (nel 1838) da Kierkegaard. E se ora lo possiamo finalmente leggere in lingua italiana, il merito è di uno studioso di talento, Dario Borso, che da tempo - con acribia e fantasia - sta riportando alla luce svariati tasselli della dissimulata opera kierkegaardiana. Il curatore-traduttore dapprima ci introduce al clima culturale in cui il saggio vede la luce; poi ci rammenta la fase teorico-esistenziale del filosofo venticinquenne al momento della scrittura, e infine ricostruisce la travagliata (tanto per cambiare!) vicenda editoriale che accompagna il testo, conclusasi con la decisione di Kierkegaard di pubblicare in proprio il libro, e di farlo precedere da quel bizzarro sottotitolo e da quell'esilarante prologo di cui abbiamo riferito.
Il clima culturale è contrassegnato da un hegelismo montante e pervasivo; quanto alla fase teorico-esistenziale di Kierkegaard, siamo giusto agli inizi della sua tormentatissima carriera, ma una cosa gli è chiara sin da allora: l'assoluta avversione verso i grandi sistemi filosofici, che poco o punto hanno a che fare con l'esistenza reale del singolo individuo. "Conta trovare una verità che sia verità per me, trovare l'idea per cui io voglia vivere e morire. E a che mai gioverebbe escogitare una cosiddetta verità oggettiva, misurarmi coi sistemi dei filosofi e poterli passare casomai in rassegna sì da poter svelare incoerenze entro ogni singola sfera? A che mi gioverebbe poter sviluppare una teoria politica e dai vari pezzi raccattati ovunque combinare una totalità, costruire un mondo in cui a mio turno non vivrei, ma che terrei semplicemente esposto alla vita altrui? A che mi gioverebbe poter sviluppare il significato del cristianesimo, poterne spiegare tanti singoli fenomeni, se non avesse qualche significato più profondo per me stesso e per la vita mia? (...) Non voglio negare no che ammetto ancora un imperativo della conoscenza e che mediante essa si possa anche agire sugli uomini, ma allora dev'essere assunta viva in me, ed è questa che ora riconosco come l'essenziale". Resta, infine, la controversia editoriale. Dapprima Kierkegaard decide di affidare il suo saggio a Perseus, la rivista dell'hegeliano Heiberg. Ma dopo svariate scaramucce tra autore e direttore su possibili tagli e aggiustamenti, il saggio non esce. Ciò che non impedirà comunque ad Andersen di confondere ulteriormente le acque, quando, per vendicarsi della stroncatura subìta, raffigurerà lo stesso Kierkegaard (proprio lui!) come un parrucchiere hegeliano nel vaudeville Una commedia in campagna.
Se la sua reazione è così scomposta e malcongegnata, vuol dire che la ferita doveva bruciargli, e molto. Del resto pare che l'uomo fosse di una vanità pari soltanto alla propria paranoia: il successo di pubblico gli arrideva da un bel pezzo, ma come sovente accade in questi casi, Andersen anelava disperatamente un analogo omaggio da parte della critica. E poiché quest'ultimo stentava ad arrivare, sperò molto proprio nell'apprezzamento del giovane filosofo, che al contrario finì per servirgli la più avvelenata delle polpette. Il romanzo che Kierkegaard prende in esame per demolire l'intero impianto dell'opera andersiana è Nient'altro che un suonatore ambulante, le cui complicatissime vicende, riassunte per noi da Borso, alludono chiaramente alla biografia dell'autore, soprattutto nella prima parte: "Christian è bambino poverissimo che segue una sua vocazione musicale in situazioni quanto mai avverse: il padre parte soldato, vien dato per morto mentre in effetti si fa frate; la madre si risposa e poi in un incendio muore il patrigno; il padrino si rivela un serial-killer, padre naturale di Naomi, la fanciulla ebrea compagna di giochi, che però deve partire dopo l'incendio della casa sua...". E mi fermo qui, anche se siamo appena a un terzo del racconto. Già sulle fiabe - iniziate a uscire con cadenza annuale a partire dal Natale 1835 - Kierkegaard aveva detto parole definitive: "Andersen non ha idea di cosa sia una fiaba, ha un buon cuore e basta, ma cosa c'entra con la poesia?".
Adesso si appresta a usare la stessa durezza nei confronti di questo fluviale romanzo. Tanto per cominciare lo urta terribilmente quel crogiolarsi bamboccesco nell'apologia del genio, bisognoso - per diventare tale - di coccole e di affetto: "Il genio non è un lumicino che si spegne al primo soffio, bensì un incendio che la bufera solo attizza", mentre qui ci viene proposto soltanto "un frignone del quale si assicura che è un genio". Il pericoloso sovrapporsi tra i desiderata personali e la creazione artistica, del resto, è una costante dell'opera andersiana: "Quando muore l'eroe, Andersen muore insieme e strappa tutt'al più al lettore come ultima impressione un sospiro su entrambi". Anche da un punto di vista linguistico, l'esercizio di straniamento da sé e di immedesimazione nel personaggio, è quanto mai approssimativo: "Se va a descrivere l'infanzia, non ci vengono incontro frasi che siano state per così dire attinte da un'intera coscienza infantile (...) O vengono fuori reminiscenze indigeste di una singola infanzia concreta, oppure si parla come un anziano dell'impressione di vita, e poi si aggiunge a intervalli appositi che bisogna rammentare (...) la grande forza creativa della fantasia infantile - a farla breve si offre una garanzia esteriore per la giustezza della concezione, si mette una chiave di soprano in testa a una chiave di tenore".
Altra ossessione di Andersen, i paragoni. "Un paragone ha ovviamente la sua importanza solo fintantoché riporta indietro a una comprensione più profonda di ciò per cui apparve. In altro modo finisce col sovraccaricare la nostra memoria e lasciare un deficit totale di visione; che infatti io dica che una città di qui è come una città d'Italia a me ignota o che una città d'Italia è come una città di Danimarca senza delinearle meglio, con ciò non sono divenuto affatto più sapiente".
Poi la stoccata finale, sempre relativa alla presupposta eccezionalità del personaggio (e dunque - indirettamente - dell'autore del romanzo): "Tra le cose che solitamente più contraddistinguono il genio e gli danno la sua supremazia sul mondo, c'è un orgoglio che suole rafforzarsi nell'avversità e che perciò anche spesso riesce a mantenere l'individuo in piedi. Con Christian invece tutto è vanità. Ciò che gli preme è attirare l'attenzione su di sé, venire ammirato; sì, si accontenta addirittura di un ossequio che al fondo sa però celare scherno in sé, se solo può goderlo un attimo". Il colpo è mortale. E dunque ben si capisce la reazione inviperita del malcapitato Andersen. Meno, francamente, le sue attese di una benevola attenzione da parte di Kierkegaard. Avrebbe dovuto sapere, un narratore di fiabe come lui, che cosa vagheggiava da bambino il suo futuro stroncatore: "Lo chiamavano "Forchetta". Stando al racconto di sua sorella, veniva dal fatto che, interrogato su cosa avrebbe voluto essere, rispose: "Una forchetta".
Perché? "Be, così potrei inforchettare tutto quello che vorrei sul tavolo". "Sì, ma se noi arriviamo dopo di te?". "Allora infilzo voi"".
inizio pagina
vedi anche
Tracce biografiche