INDIVIDUO E SOCIETA'| Criminali altamente responsabili |
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| Adriano Zamperini, "Psicologia sociale della responsabilità. Giustizia, politica, etica e altri scenari", Utet, Torino, pagg. 306, lire 32 mila | Ogni tanto la psicologia batte un colpo e scrive un libro intelligente, colto, documentato e di gradevolissima lettura.
Ne è autore Adriano Zamperini, ricercatore presso la facoltà di Psicologia dell'università di Padova. Il libro,
Psicologia sociale della responsabilità. Giustizia, politica, etica e altri scenari (Utet, Torino, pagg. 306, lire 32 mila).
Indaga quel passaggio, che ha avuto luogo nel nostro secolo, dal principio di obbedienza (dove un individuo, una
volta accettata la volontà dell'autorità, non si considera più
responsabile delle proprie azioni) al principio della
responsabilità dove un individuo è sollecitato a ritenersi
responsabile delle proprie azioni, senza però considerare se
in società complesse, come oramai sono diventate le nostre,
l'assunzione di queste responsabilità è davvero possibile.
Anche nella società dell'obbedienza, come ieri nella società
fascista, e oggi in quella ecclesiastica, in quella militare, in
quella gerarchica della scuola e del lavoro, in quella
burocratica, la responsabilità non è assente, ma è presente
solo come responsabilità di fronte al superiore, che è altra
cosa della responsabilità per le conseguenze delle proprie
azioni. La prima si riferisce a chi dobbiamo rispondere, la
seconda riguarda ciò che abbiamo o non abbiamo fatto.
Va da sé che chi si attiene alla prima forma di
responsabilità, quella di fronte al superiore, non si ritiene
responsabile delle proprie azioni. E questo non è solo il
caso del criminale nazista, ma, fatte le debite proporzioni,
che però investono solo i contenuti delle azioni e non la
forma, riguarda il prete che si attiene alla dottrina
moral-sessuale enunciata dalla sua autorità prescindendo
dalla condizione particolare dei suoi fedeli, riguarda il
giudice che si attiene alla lettera della legge senza
considerare le situazioni di volta in volta diverse in cui ha
luogo il reato, riguarda il professore che si attiene ai
programmi ministeriali, l'impiegato che si attiene alle norme
stabilite dall'organizzazione, il burocrate alle procedure.
Tutti costoro non si considerano responsabili delle proprie
azioni, ma limitano l'ambito della loro responsabilità
all'autorità che prescrive le azioni, collocandosi in una zona
di neutralità per non dire di irresponsabilità etica.
Se tutto ciò poteva funzionare nelle società autoritarie o
nelle società semplici, funziona molto meno nelle società
libere e per giunta complesse, a meno di non ipotizzare che
la legge sia in grado di prevedere in anticipo e coprire con i
suoi dispositivi legislativi tutti gli snodi della complessità. Ma
siccome questo non è possibile, quanti si attengono alla sola
responsabilità di fronte all'autorità, sono persone che, detto
chiaro e tondo, non vogliono assumersi delle responsabilità.
Sono quindi dei bambini, dei pavidi, e al limite degli
immorali.
Immorali, certo, ma, e qui il problema si complica, rispetto
a quale etica? Nella nostra cultura abbiamo conosciuto
fondamentalmente tre etiche: l'etica cristiana che si limita a
considerare la corretta coscienza e la sua buona intenzione,
per cui anche se le mie azioni hanno conseguenze
disastrose, se non ne avevo coscienza o intenzione, non ho
fatto nulla che mi sia moralmente imputabile. Esattamente
come capitò un giorno a coloro che hanno messo in croce
Gesù Cristo e che da lui sono stati perdonati: "Perché non
sanno quello che fanno". È evidente che in un mondo
complesso e tecnologizzato come il nostro, una morale di
questo genere è improponibile, perché gli effetti sarebbero
catastrofici e in molti casi addirittura irreversibili.
Quando nell'età moderna la società si laicizzò, apparve
un'etica laica che, messo sullo sfondo il riferimento a Dio,
con Kant formulò quel principio secondo cui: "L'uomo va
trattato sempre come un fine e mai come un mezzo". È
questo un principio che ancora attende di essere attuato, ma
nelle società complesse e tecnologicamente avanzate già
rivela tutta la sua insufficienza. Davvero, ad eccezione dell'
uomo da trattare sempre come un fine, tutti gli enti di natura
sono un semplice mezzo che noi possiamo utilizzare a
piacimento? E qui penso agli animali, alle piante, all'aria,
all'acqua. Non sono questi, nell'età della tecnica, altrettanti
fini da salvaguardare, e non semplici mezzi da usare e da
usurare?
Sia l'etica cristiana, sia l'etica laica sembra che si siano
limitate a regolare i rapporti tra gli uomini, senza avere
nessuna sensibilità, e quel che più conta senza disporre di
alcuno strumento né teorico né pratico per farci assumere
una qualche responsabilità nei confronti degli enti di natura il
cui degrado è sotto gli occhi di tutti. All'inizio del nostro
secolo Max Weber formulò l'etica della responsabilità,
recentemente riproposta da Hans Jonas ne Il principio
responsabilità (Einaudi). Secondo Weber chi agisce non
può ritenersi responsabile solo delle sue intenzioni, ma
anche delle conseguenze delle sue azioni. Senonché, subito
dopo aggiunge: "Fin dove le conseguenze sono prevedibili".
Questa aggiunta, peraltro corretta, ci riporta punto e a
capo, perché è proprio della scienza e della tecnica avviare
ricerche e promuovere azioni i cui esiti finali non sono
prevedibili. E, di fronte all'imprevedibilità, non c'è
responsabilità che tenga. Lo scenario dell'imprevedibile,
dischiuso dalla scienza e dalla tecnica, non è infatti
imputabile, come nell'antichità a un difetto di conoscenza,
ma a un eccesso del nostro potere di fare enormemente
maggiore rispetto al notro potere di prevedere, e quindi di
valutare e giudicare. L'imprevedibilità delle conseguenze che
possono scaturire dai processi tecnici rende quindi non solo
l'etica dell'intenzione (il Cristianesimo e Kant), ma anche
l'etica della responsabilità (Weber e Jonas) assolutamente
inefficaci, perché la loro capacità di ordinamento è
enormemente inferiore all'ordine di grandezza di ciò che si
vorrebbe ordinare.
L'ideale platonico di un'etica che, congiuntamente alla
poltica, regola le tecniche, è definitivamente tramontato,
così come è tramontata l'ideologia della neutralità della
scienza e della tecnica sotto il profilo etico. Là infatti dove il
fare tecnologico, crescendo su se stesso per
autoproduzione, genera conseguenze che sono indipendenti
da qualsiasi intenzione diretta, e imprevedibili quanto ai loro
esiti ultimi, sia l'etica dell'intenzione, sia l'etica della
responsabilità assaporano una nuova impotenza, che non è
più quella tradizionale misurata dalla distanza tra l'ideale e il
reale, ma quella ben più radicale che si incontra quando il
massimo di capacità si accompagna al minimo di
conoscenza intorno agli scopi.
Leggo in una delle settanta interviste che Gitta Sereny fece a
Franz Stangl, direttore generale del campo di sterminio di
Treblinka, oggi raccolte in un libro che ha per titolo In
quelle tenebre (Adelphi), che alla domanda: "Che cosa
provavate quando compivate quegli eccidi?", Franz Stangl
risponde: "Quello era il nostro lavoro. Il lavoro di uccidere
con il gas e bruciare cinque e in alcuni campi fino a 20 mila
persone in ventiquattro ore esigeva il massimo di efficienza.
Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni,
niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano già
morti. Questo era il sistema. L' aveva escogitato Wirth.
Funzionava. E dal momento che funzionava era
irreversibile".
Se prima di indignarci di fronte a una simile difesa
riflettessimo sul fatto che gli autori di quei crimini, o per lo
meno molti di loro senza i quali l'ente di gestione criminale
non avrebbe potuto funzionare, non si sono comportati nelle
situazioni in cui commisero i loro crimini molto diversamente
da come erano abituati a comportarsi nell'esercizio del loro
lavoro, e come ciascuno di noi è invitato a comportarsi
quando inizia il suo lavoro in un'organizzazione, allora
comprendiamo quanto, nelle società tecnologicamente
avanzate, sia difficile, se non addirittura impossibile, creare
condizioni perché nasca un'etica della responsabilità.
Infatti la divisione del lavoro che vigeva nell'apparato di
sterminio di Treblinka e che oggi vive in ogni struttura
aziendale fa sì che all'interno di un apparato produttivo
tecnicizzato, l'operatore, sia esso un lavoratore, un
impiegato, un funzionario, un dirigente, non ha più niente a
che fare con il prodotto finale, anzi gli è tecnicamente
impedito, per la parcellizzazione dei processi lavorativi, di
intendere realmente l'esito ultimo a cui porterà la sua azione.
In questo modo l'operatore non solo diventa irresponsabile,
ma addirittura gli è precluso anche il diritto alla cattiva
coscienza, perché la sua competenza è limitata alla buona
esecuzione di un compito circoscritto, indipendentemente
dal fatto che, concatenandosi con gli altri compiti circoscritti
previsti dall' apparato, la sua azione approdi ad una
produzione di armi o a una fornitura alimentare.
Limitando l'agire a quello che nella cultura tecnologica si
chiama button pushing (premere il bottone), la tecnica
sottrae all'etica il principio della responsabilità personale,
che era poi il terreno su cui tutte le etiche tradizionali erano
cresciute. E questo perché chi preme il bottone lo preme
all'interno di un apparato dove le azioni sono a tal punto
integrate e reciprocamente condizionate che è difficile
stabilire se chi compie un gesto è attivo o viene a sua volta
azionato.
In questo modo il singolo operatore è responsabile solo
della modalità del suo lavoro non della sua finalità e con
questa riduzione della sua competenza etica si sopprimono
in lui le condizioni dell'agire, per cui anche l' addetto al
campo di sterminio con difficoltà potrà dire di aver "agito",
ma per quanto orrendo ciò possa sembrare, potrà dire di sé
che ha soltanto "lavorato". E questo vale ancora oggi sia per
chi lavora nelle grandi fabbriche d'armi, sia nei centri studio
per la sperimentazione delle armi nucleari, sia nelle modeste
fabbriche di mine antiuomo che per anni e anni
continueranno a esplodere.
La mostruosità che l'apparato nazista ha inaugurato, e che
poi è diventato il paradigma di ogni produzione aziendale, è
la discrepanza tra la nostra capacità di produzione che è
illimitata e la nostra capacità di immaginazione che è limitata
per natura, e comunque tale da non consentirci più di
comprendere e al limite di considerare "nostri" gli effetti che
l'inarrestabile progresso tecnico è in grado di provocare.
Quel che si è detto per l'immaginazione vale anche per la
percezione: quanto più si complica l'apparato in cui siamo
incorporati, quanto più si ingigantiscono i suoi effetti, tanto
meno vediamo, e più ridotta si fa la nostra possibilità di
comprendere i procedimenti di cui noi siamo parti e
condizioni.
Questo scarto tra produzione tecnica da un lato e
immaginazione e percezione umana dall' altro rende il nostro
sentimento inadeguato rispetto alle nostre azioni che, al
servizio della tecnica, producono qualcosa di così smisurato
da rendere il nostro sentimento incapace di reagire. Il
troppo grande ci lascia freddi perché il nostro meccanismo
di reazione si arresta appena supera una certa grandezza e
allora, da analfabeti emotivi, assistiamo oggi a milioni di
trucidati nelle guerre locali sparse per il mondo, a milioni di
inermi che ogni anno muoiono di stenti e malattie, come un
giorno ai sei milioni di ebrei e zingari sterminati nei lager,
come scrive Günther Anders in Noi figli di Eichmann
(editrice La Giuntina, Firenze).
Ma la categoria della responsabilità, come scrive Adriano
Zamperini nel suo bellissimo saggio, se da un lato è ciò "che
le organizzazioni tendono a sopprimere in quanto fonte di
azione autonoma, quindi imprevedibile per la stessa
organizzazione e ostile all'ordine", dall'altro è la categoria
che non si esita a impiegare quando l'organizzazione vuole
ridurre il carico dei suoi oneri. È il caso delle assicurazioni a
proposito degli incidenti, delle istituzioni sociali a proposito
della devianza, delle professioni a proposito degli infortuni,
persino delle relazioni di coppia dove, ricorrendo al criterio
della responsabilità, marito e moglie si improvvisano "giuristi
ingenui", per non parlare della medicina preventiva che, più
va diffondendosi come pratica e come mentalità, più tende a
visualizzare i malati come "vittime responsabili" a causa della
loro condotta di vita.
E allora inevitabile sorge il dubbio: non è che il principio di
responsabilità, da cui gli individui sono esonerati in quanto
membri di un'organizzazione, e di cui invece sono caricati in
quanto singoli individui, sia un magnifico espediente che
consente alle organizzazioni e agli apparati di muoversi al di
fuori di ogni responsabilità, per poi scaricare errori e
inefficienze sui singoli individui, in questo caso responsabili
di non aver preso le giuste misure, per ignoranza delle
norme, per disattenzione, per scarsa prevenzione, o
semplicemente perché la vita è così complicata che non si
può prestare attenzione a tutto?
Il problema resta aperto e ancora tutto da pensare. Quel
che è certo è che le etiche, cristiane o laiche che siano, nelle
società complesse non servono più, e l'etica della
responsabilità, di cui si sente un gran bisogno, è ancor oggi
applicata con due pesi e due misure, se è vero che i singoli
individui ne sono esonerati in quanto membri di
un'organizzazione, e ne sono invece sommamente caricati
come singoli quando devono vedersela con le
organizzazioni, siano esse politiche, amministrative,
giudiziarie, mediche, assistenziali, in una condizione di alta
contraddizione che il libro di Adriano Zamperini documenta
con grande lucidità, e non so dire se con drammatica o
simpatica ironia. |