LA FABBRICA DELL'IDENTITA'| "Inoperosità della politica", un volume collettivo sulle forme dell'agire pubblico dopo la
crisi del movimento operaio |
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| Aa.Vv., "Inoperosità della politica", DeriveApprodi, pp. 188, L. . 20.000 | A cura di Roberto Ciccarelli e con contributi di Roberto Esposito, Beppe Foglio, Aldo Giannuli,
Massimiliano Macculi, Roberto Nigro, Susan Petrilli, Augusto Ponzio e Andrea Russo, escono i testi
degli interventi di un seminario svoltosi nei primi mesi del 1999 presso l'Università di Bari e
autogestito dagli studenti, in particolare da Liberamente, il collettivo politico di Lettere e Filosofia.
La nozione di "inoperosità" che dovrebbe unificare i vari testi in realtà è applicata con una qualche
discontinuità e quasi sempre in senso diverso dalla più nota accezione, quella del filosofo francese
Jean-Luc Nancy, che vi fonde la nozione di virtuosismo sviluppata da Hannah Arendt e il concetto di
sovranità nella versione elaborata da Georges Bataille.
Nell'introduzione di Ciccarelli l'inoperoso della politica è piuttosto uno svuotamento di legittimazione,
la crisi delle sue capacità di comunicazione e rappresentatività sostituite da paradigmi di emergenza
poliziesca. Si tratta del "black-out della filosofia politica della storia fondata sul progetto di un
soggetto umano creatore di un ordinamento politico a misura della sua potenza", del declino di un
soggetto antropomorfico di massa e insieme di una crescente e mortifera astrazione della politica
rispetto alle fonti della sua valorizzazione, in primo luogo il diritto pubblico e internazionale.
L'inoperosità è insomma ineffettualità concreta, irrapresentabilità teorica del potere e sua sostituzione
con il principio di polizia, il gendarme interno e internazionale che conosciamo dalle cronache di tutti i
giorni. Nel vuoto della politica, seguendo un'intuizione di Louis Althusser, anzi dando forma al vuoto
di quell'assenza si pone la pratica del caso singolare aleatorio in cui un soggetto qualunque si
confronta radicalmente con ciò che ancora non è compiuto, portato a fine. La dimensione dell'evento
riconsegna la politica alla pratica singolare della materia storica, per sua natura inassegnabile a un
soggetto, declinando così un modo di vita proiettato in un futuro non anticipabile in tecniche e
procedure prestabilite.
In qualche modo complementare potrebbe essere considerato il saggio di Nigro sulla genealogia
dell'arte di governare in Foucault, che studia l'evoluzione dal potere disciplinare a potere biopolitico
come slittamento (integrativo) del controllo dal corpo del singolo alla specie, inserzione potente del
biologico nella storia. I meccanismi di "assoggettamento governamentale" degli individui suscitano
peraltro un contromovimento critico in cui il soggetto interroga la verità nei suoi effetti di potere e il
potere nei suoi discorsi di verità, la possibilità dunque di una disobbedienza volontaria, di
un'indocilità ragionata. Più affine invece all'inoperoso di Nancy appare lo scritto di Russo, che
percorre la critica arendtiana della modernità e vede gli esiti ultimi del progetto metafisico
occidentale nella riduzione della politica a fabbricazione del sociale identitario (nazione, stato, partito,
famiglia, ecc.), che garantisce la continuità del dominio.
Per Esposito, coerentemente al suo noto quadro teorico, la politica comprende sin dall'inizio
un'innaturalità costitutiva, una difettività che viene alla luce proprio quando essa tende
disperatamente a superarla. Essa testimonia in radice l'inessenzialità della nostra esistenza. La
finitezza, che per Nancy sospende il mito, qui è letta come ostruzione insormontabile fra politica e
verità. Ponzio, infine, rimodula le importanti intuizioni anni '60 di Ferruccio Rossi-Landi sull'omologia
fra produzione/circolazione di merci e linguaggio alla luce della nuova preminenza del lavoro
immateriale consentito dalla straordinaria espansione dei computer (dove linguaggio e lavoro,
appunto, si congiungono). Nelle conclusioni del saggio il tempo dell'identità e dell'indifferenza,
scandito dal lavoro, è contrapposto al tempo dell'alterità e della differenza, liberato dal e nel tempo
disponibile, socialità non globalizzabile, deterritorializzata ed extracomunitaria a se stessa.
Nel complesso la ricerca, che si avvale anche di riletture di Habermas (Macculi), Schmitt (Foglio),
della tradizione semiotica (Petrilli) e delle vicende e interpretazioni del cosiddetto "doppio stato",
cioè delle ambiguità della recente storia repubblicana (Giannuli), mira a decostruire l'immagine
corrente della politica per preparare nuove pratiche di intervento e riaggregazione. |