RASSEGNA STAMPA

22 OTTOBRE 1999
ERNESTO LANDI
IL CIBO DI FRANKENSTEIN
La rapina genetica delle rivoluzioni verdi
Pubblichiamo qui la prima parte dell'editoriale uscito sul numero di ottobre della rivista "Biologi Italiani", pubblicazione ufficiale dell'ordine nazionale dei biologi: un parere degli addetti ai lavori sul senso delle recenti invenzioni biotecnologiche applicate all'agricoltura e all'alimentazione.
In questo mio editoriale vorrei ripercorrere il cammino di "un'idea" che ha profondamente mutato il mondo agricolo e, con questo, la nostra visione e la nostra percezione di cos'è un alimento e di come si coltivano ed allevano gli organismi destinati a nutrire l'uomo.
Come premessa vorrei ricordare che nella moderna biologia genocentrica l'individuo, indipendentemente dal livello tassonomico che lo distingue, ha perso il suo ruolo di entità fondamentale della vita. Tale ruolo è stato conquistato dai geni, mentre l'individuo viene considerato di volta in volta come contenitore dei suoi geni ed espressione delle intrinseche caratteristiche di questi. L'organismo, dunque, è divenuto l'epifenomeno dei suoi geni.
Tale punto di vista è perfettamente coerente con una nuova dimensione della scienza che assume dalla tecnica, suo fiorente e vigoroso virgulto, un approccio che Bloch ha definito come "ipernaturalizzazione della natura".
L'idea di brevetto, oggi traslata dal mondo industriale a quello biologico in generale, ed a quello agricolo in particolare, non è estranea a questo processo. E' interessante cercare di individuare le ragioni soggiacenti alle poderose spinte che hanno trasformato l'agricoltura promuovendo la "rivoluzione verde" ieri e la "rivoluzione biotecnologica" oggi.
La cosiddetta "rivoluzione verde" è iniziata negli anni '30 negli Stati uniti d'America, quando il dipartimento di stato per l'agricoltura decise di sostenere e stimolare la ricerca sugli ibridi. Il fenomeno del rigoglio dell'ibrido era conosciuto da tempo, ma lo sfruttamento industriale di questa caratteristica positiva, riferita a piante di interesse agricolo, era ancora fuori portata a causa dell'impossibilità di proteggere dalla copia il prodotto ottenuto. L'idea che è alla base della "rivoluzione verde" è appunto questa, proteggere dalla copia una nuova varietà di pianta. In questo caso non è stato necessario brevettare il prodotto, dunque proteggerlo legalmente dalla copia, perché gli ibridi di prima generazione sono meno produttivi di quelli ottenuti incrociando linee parentali pure. Il detentore di tali linee parentali è in tal modo garantito dal fatto che gli agricoltori non possono conservare una parte del raccolto per riseminarlo, ma sono obbligati a rifornirsi ogni anno di semi ottenuti da linee parentali pure.
Ovviamente il valore aggiunto degli ibridi risiede in quelle caratteristiche che hanno valso loro l'appellativo di "varietà ad alta resa". In realtà, trattasi di "varietà ad alta risposta", particolarmente adattate alle condizioni di un'agricoltura ad alto input energetico e chimico, che noi occidentali siamo inclini a considerare come paradigma di tutte le agricolture. Le agricolture sono, invece, tante, tante quanto le culture del mondo e le sue differenti situazioni pedo-climatiche. In condizioni diverse da quelle che caratterizzano l'agricoltura occidentale gli ibridi hanno mostrato il limite di un'idea che le indicava come le piante più produttive in assoluto.
L'introduzione degli ibridi ha dunque inaugurato l'era della "privativa industriale" in agricoltura. A mio avviso è stata questa la vera rivoluzione della "rivoluzione verde". E' il paradigma della privativa industriale e della protezione dalla copia che guida gli ulteriori sviluppi dell'idea di "possedere" piante ed animali utili in agricoltura. L'intera filosofia di produzione industriale si è spostata pian piano dalla produzione di beni inanimati alla gestione di organismi vegetali ed animali. E questo non senza conseguenze.
Il passo successivo è stato compiuto dalla Monsanto, nota azienda leader nell'agrochimica. La Monsanto ha brevettato recentemente una varietà di soia modificata geneticamente capace di resistere al glifosato, un erbicida prodotto dalla stessa azienda. L'agricoltore ha dunque a disposizione un erbicida di sicuro effetto ed un seme di soia che cresce bene in presenza di tale erbicida. E tutto in un'unica soluzione. Questa volta la protezione dalla copia è di carattere legale e l'agricoltore all'atto dell'acquisto del semi di soia firma un contratto con il quale si impegna a non conservare i semi del primo raccolto ed a non riseminarli. La Monsanto controlla da satellite che il contratto venga da tutti rispettato ed ha stipulato un accordo con la famosa agenzia investigativa Pinkerton, i cui agenti sono sguinzagliati nelle campagne a caccia di trasgressori.
Le moderne tecnologie di manipolazione genetica permettono di fare ulteriori passi avanti superando la necessità di ricorrere a mezzi costosi, anche grossolani, di protezione dell'invenzione biotecnologica. L'ulteriore sviluppo dell'idea di cui stiamo tracciando l'evoluzione si chiama "terminator technology" e consiste nell'ottenere semi che si sviluppano in una pianta che produce a sua volta semi i quali, però, sono sterili. Il problema della protezione dalla copia è così definitivamente risolto. Tale tecnologia viene proposta come soluzione alla temuta deriva incontrollata del materiale genetico "nuovo" introdotto in natura attraverso organismi modificati. Il suo vero interesse è, invece, a mio avviso, da ricercare nella sicurezza che nessuno potrà trarre fraudolento vantaggio dalla riproduzione di una pianta così protetta dalla copia. Tali piante, ma anche tali animali visto che la ricerca ha messo a punto tecnologie analoghe anche per gli animali da allevamento, rimangono così di proprietà privata e protetti dalla loro stessa natura di organismi transgenici. Forse qualcuno dovrà interrogarsi se sia il caso di consegnare ai giganti delle biotecnologie in agricoltura il controllo della sicurezza alimentare del mondo.
V ale la pena di riflettere sulle conseguenze dell'aver traslato, senza mediazioni, la filosofia industriale in agricoltura. Cominciamo con ordine.
II brevetto. E' un'ovvietà che un prodotto brevettato non ha solo per questo la sicurezza del successo commerciale. Un qualsiasi bene di consumo, per avere la certezza della sua collocazione, deve rendere obsoleti i prodotti concorrenti. Tale risultato si ottiene di solito "migliorando" il prodotto in questione. Ma il termine "migliorare" non è neutro e nella pratica agricola non esiste il prodotto "migliore" in assoluto. Rendere obsoleti genomi vegetali ed animali significa farli scomparire.
L'erosione genetica di piante ed animali co-evoluti con l'uomo nei 12.000 anni di storia dell'agricoltura - che molti si ostinano a voler considerare come una naturale evoluzione del mercato - è stata drammatica.
II valore aggiunto economico. Le nuove varietà geneticamente modificate da utilizzare in agricoltura hanno un'altra caratteristica che le rende interessanti dal punto di vista del mercato.
Queste, infatti, derivano da un procedimento prettamente industriale che prevede l'incorporazione di sapere codificato in un prodotto. II prodotto in questione è un organismo vivente modificato con tecnologie genetiche in possesso dei soli paesi occidentali. Poiché si tratta non di un semplice oggetto di consumo, ma di un alimento, l'aspetto etico della questione appare estremamente rilevante.
II miglioramento. Questo termine non attiene solo agli aspetti puramente mercantili, ma riguarda anche alcune delle intrinseche caratteristiche nutrizionali della pianta o dell'animale in questione. Mi spiace deludere, ma piante ed animali non sono migliorabili sotto il profilo della nutrizione umana. Il paradigma industriale promette una perenne palingenesi e un continuo miglioramento di tutto ciò che viene prodotto. Ma la fisiologia umana non cambia: possono modificarsi le abitudini alimentari ma non le richieste nutrizionali ed è bene non confondere due termini così differenti.
A questo punto vale la pena di ricordare che le qualità nutrizionali degli ibridi della "rivoluzione verde" sono insufficienti a nutrire correttamente l'uomo. Le piante considerate "migliorate" dalla tecnica dell'ibridazione hanno come caratteristiche positive solo l'alta risposta alle tecnologie agricole occidentali e la protezione dalla copia. All'inizio degli anni '80 i fisiologi umani si sono resi conto che questi ibridi avevano carenti qualità nutrizionali. II risultato è che le popolazioni dei paesi in via di sviluppo soffrono di una sindrome chiamata di "fame occulta", avendo calorie in quantità sufficiente, ma raccolti di qualità nutrizionale insufficiente. I ricchi paesi occidentali possono integrare le carenze sia direttamente che indirettamente. Guarda caso i farmaci da banco più venduti in occidente sono proprio gli integratori vitaminici ed i sali minerali.
La presunta prossima carestia. Questo è il cavallo di battaglia di chi difende l'introduzione delle tecnologie genetiche in agricoltura. La crescente indisponibilità di terre coltivate e la crescente popolazione mondiale impongono di aumentare le rese delle specie vegetali attraverso la modificazione genetica.
Cito a caso alcuni dei tantissimi esempi, scegliendo tra quelli che sono a noi più familiari, sulle incongruenze della produzione agricola. In Italia, nel 1998, sono rimasti invenduti 20 milioni di ettolitri di vino e la nostra attuale produzione è molto inferiore a quella potenziale. Sempre in Italia su 26 milioni di piante di ulivo ne sono produttive solo circa 4 milioni e le quantità di pomodori, agrumi, grano che vengono ritirate dal mercato per essere distrutte sono purtroppo assai rilevanti. In Europa, infine, produciamo circa il 600% di latte in più del fabbisogno.
L'economia mondiale è un'economia di mercato sostenuta dal sistema dei prezzi ed in questo sistema è inserita ogni attività umana, agricoltura compresa. Ed è, dunque, l'economia di mercato che oggi indica cosa coltivare, e poi distruggere, e cosa immettere sul mercato. Le biotecnologie agricole saranno a loro volta sottoposte allo stesso incoercibile principio economico e sono destinate a generare profitti più che a venire incontro ai reali bisogni dell'uomo, viste le loro spiccate caratteristiche di tecnologie perfettamente inseribili nella logica industriale.
Per concludere questo breve excursus, vorrei ricordare che le catastrofiche previsioni di prossime carestie dovute a sovra sfruttamento delle poche terre coltivabili, e la conseguente necessità di introdurre nuove tecnologie genetiche in agricoltura, non tengono conto delle caratteristiche produttive dell'agricoltura mondiale. Il 40% dei contadini del mondo coltiva con il solo ausilio delle braccia e di strumenti rudimentali riuscendo, in tal modo, a mettere a coltura circa un ettaro di terra con rese bassissime. Un ulteriore 20% coltiva con l'ausilio di un aratro trainato da buoi o cavalli, con rese comunque molto inferiori a quelle dell'agricoltura meccanizzata. Dunque almeno il 60% dei contadini del mondo sotto-utilizza le proprie terre.
Se vogliamo riflettere sull'introduzione delle biotecnologie in agricoltura, senza pregiudizi, facciamolo pure, ma non fingiamo di ignorare la realtà agricola mondiale ed i reali bisogni delle popolazioni.
inizio pagina
vedi anche
Biotecnologie