IL CIBO DI FRANKENSTEIN| La rapina genetica delle rivoluzioni verdi |
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| Pubblichiamo qui la prima parte dell'editoriale uscito sul numero di ottobre della rivista "Biologi Italiani", pubblicazione ufficiale dell'ordine nazionale dei biologi: un parere degli addetti ai lavori sul senso delle recenti invenzioni biotecnologiche applicate all'agricoltura e
all'alimentazione. |
In questo mio editoriale vorrei ripercorrere il cammino di "un'idea" che ha profondamente mutato il
mondo agricolo e, con questo, la nostra visione e la nostra percezione di cos'è un alimento e di come
si coltivano ed allevano gli organismi destinati a nutrire l'uomo.
Come premessa vorrei ricordare che nella moderna biologia genocentrica l'individuo,
indipendentemente dal livello tassonomico che lo distingue, ha perso il suo ruolo di entità
fondamentale della vita. Tale ruolo è stato conquistato dai geni, mentre l'individuo viene considerato di volta in volta come contenitore dei suoi geni ed espressione delle intrinseche caratteristiche di questi. L'organismo, dunque, è divenuto l'epifenomeno dei suoi geni.
Tale punto di vista è perfettamente coerente con una nuova dimensione della scienza che assume
dalla tecnica, suo fiorente e vigoroso virgulto, un approccio che Bloch ha definito come
"ipernaturalizzazione della natura".
L'idea di brevetto, oggi traslata dal mondo industriale a quello biologico in generale, ed a quello
agricolo in particolare, non è estranea a questo processo. E' interessante cercare di individuare le
ragioni soggiacenti alle poderose spinte che hanno trasformato l'agricoltura promuovendo la
"rivoluzione verde" ieri e la "rivoluzione biotecnologica" oggi.
La cosiddetta "rivoluzione verde" è iniziata negli anni '30 negli Stati uniti d'America, quando il
dipartimento di stato per l'agricoltura decise di sostenere e stimolare la ricerca sugli ibridi. Il
fenomeno del rigoglio dell'ibrido era conosciuto da tempo, ma lo sfruttamento industriale di questa
caratteristica positiva, riferita a piante di interesse agricolo, era ancora fuori portata a causa
dell'impossibilità di proteggere dalla copia il prodotto ottenuto. L'idea che è alla base della
"rivoluzione verde" è appunto questa, proteggere dalla copia una nuova varietà di pianta. In questo
caso non è stato necessario brevettare il prodotto, dunque proteggerlo legalmente dalla copia,
perché gli ibridi di prima generazione sono meno produttivi di quelli ottenuti incrociando linee
parentali pure. Il detentore di tali linee parentali è in tal modo garantito dal fatto che gli agricoltori
non possono conservare una parte del raccolto per riseminarlo, ma sono obbligati a rifornirsi ogni
anno di semi ottenuti da linee parentali pure.
Ovviamente il valore aggiunto degli ibridi risiede in quelle caratteristiche che hanno valso loro
l'appellativo di "varietà ad alta resa". In realtà, trattasi di "varietà ad alta risposta", particolarmente
adattate alle condizioni di un'agricoltura ad alto input energetico e chimico, che noi occidentali siamo
inclini a considerare come paradigma di tutte le agricolture. Le agricolture sono, invece, tante, tante
quanto le culture del mondo e le sue differenti situazioni pedo-climatiche. In condizioni diverse da
quelle che caratterizzano l'agricoltura occidentale gli ibridi hanno mostrato il limite di un'idea che le
indicava come le piante più produttive in assoluto.
L'introduzione degli ibridi ha dunque inaugurato l'era della "privativa industriale" in agricoltura. A mio
avviso è stata questa la vera rivoluzione della "rivoluzione verde". E' il paradigma della privativa
industriale e della protezione dalla copia che guida gli ulteriori sviluppi dell'idea di "possedere" piante
ed animali utili in agricoltura. L'intera filosofia di produzione industriale si è spostata pian piano dalla
produzione di beni inanimati alla gestione di organismi vegetali ed animali. E questo non senza
conseguenze.
Il passo successivo è stato compiuto dalla Monsanto, nota azienda leader nell'agrochimica. La
Monsanto ha brevettato recentemente una varietà di soia modificata geneticamente capace di
resistere al glifosato, un erbicida prodotto dalla stessa azienda. L'agricoltore ha dunque a
disposizione un erbicida di sicuro effetto ed un seme di soia che cresce bene in presenza di tale
erbicida. E tutto in un'unica soluzione. Questa volta la protezione dalla copia è di carattere legale e
l'agricoltore all'atto dell'acquisto del semi di soia firma un contratto con il quale si impegna a non
conservare i semi del primo raccolto ed a non riseminarli. La Monsanto controlla da satellite che il
contratto venga da tutti rispettato ed ha stipulato un accordo con la famosa agenzia investigativa
Pinkerton, i cui agenti sono sguinzagliati nelle campagne a caccia di trasgressori.
Le moderne tecnologie di manipolazione genetica permettono di fare ulteriori passi avanti superando la necessità di ricorrere a mezzi costosi, anche grossolani, di protezione dell'invenzione biotecnologica. L'ulteriore sviluppo dell'idea di cui stiamo tracciando l'evoluzione si chiama
"terminator technology" e consiste nell'ottenere semi che si sviluppano in una pianta che produce a
sua volta semi i quali, però, sono sterili. Il problema della protezione dalla copia è così
definitivamente risolto. Tale tecnologia viene proposta come soluzione alla temuta deriva
incontrollata del materiale genetico "nuovo" introdotto in natura attraverso organismi modificati. Il
suo vero interesse è, invece, a mio avviso, da ricercare nella sicurezza che nessuno potrà trarre
fraudolento vantaggio dalla riproduzione di una pianta così protetta dalla copia. Tali piante, ma anche
tali animali visto che la ricerca ha messo a punto tecnologie analoghe anche per gli animali da
allevamento, rimangono così di proprietà privata e protetti dalla loro stessa natura di organismi
transgenici. Forse qualcuno dovrà interrogarsi se sia il caso di consegnare ai giganti delle
biotecnologie in agricoltura il controllo della sicurezza alimentare del mondo.
V ale la pena di riflettere sulle conseguenze dell'aver traslato, senza mediazioni, la filosofia industriale in agricoltura. Cominciamo con ordine.
II brevetto. E' un'ovvietà che un prodotto brevettato non ha solo per questo la sicurezza del
successo commerciale. Un qualsiasi bene di consumo, per avere la certezza della sua collocazione,
deve rendere obsoleti i prodotti concorrenti. Tale risultato si ottiene di solito "migliorando" il
prodotto in questione. Ma il termine "migliorare" non è neutro e nella pratica agricola non esiste il
prodotto "migliore" in assoluto. Rendere obsoleti genomi vegetali ed animali significa farli scomparire.
L'erosione genetica di piante ed animali co-evoluti con l'uomo nei 12.000 anni di storia
dell'agricoltura - che molti si ostinano a voler considerare come una naturale evoluzione del mercato
- è stata drammatica.
II valore aggiunto economico. Le nuove varietà geneticamente modificate da utilizzare in
agricoltura hanno un'altra caratteristica che le rende interessanti dal punto di vista del mercato.
Queste, infatti, derivano da un procedimento prettamente industriale che prevede l'incorporazione di
sapere codificato in un prodotto. II prodotto in questione è un organismo vivente modificato con
tecnologie genetiche in possesso dei soli paesi occidentali. Poiché si tratta non di un semplice
oggetto di consumo, ma di un alimento, l'aspetto etico della questione appare estremamente
rilevante.
II miglioramento. Questo termine non attiene solo agli aspetti puramente mercantili, ma riguarda
anche alcune delle intrinseche caratteristiche nutrizionali della pianta o dell'animale in questione. Mi
spiace deludere, ma piante ed animali non sono migliorabili sotto il profilo della nutrizione umana. Il
paradigma industriale promette una perenne palingenesi e un continuo miglioramento di tutto ciò che
viene prodotto. Ma la fisiologia umana non cambia: possono modificarsi le abitudini alimentari ma
non le richieste nutrizionali ed è bene non confondere due termini così differenti.
A questo punto vale la pena di ricordare che le qualità nutrizionali degli ibridi della "rivoluzione
verde" sono insufficienti a nutrire correttamente l'uomo. Le piante considerate "migliorate" dalla
tecnica dell'ibridazione hanno come caratteristiche positive solo l'alta risposta alle tecnologie agricole
occidentali e la protezione dalla copia. All'inizio degli anni '80 i fisiologi umani si sono resi conto che
questi ibridi avevano carenti qualità nutrizionali. II risultato è che le popolazioni dei paesi in via di
sviluppo soffrono di una sindrome chiamata di "fame occulta", avendo calorie in quantità sufficiente,
ma raccolti di qualità nutrizionale insufficiente. I ricchi paesi occidentali possono integrare le carenze
sia direttamente che indirettamente. Guarda caso i farmaci da banco più venduti in occidente sono
proprio gli integratori vitaminici ed i sali minerali.
La presunta prossima carestia. Questo è il cavallo di battaglia di chi difende l'introduzione delle
tecnologie genetiche in agricoltura. La crescente indisponibilità di terre coltivate e la crescente
popolazione mondiale impongono di aumentare le rese delle specie vegetali attraverso la
modificazione genetica.
Cito a caso alcuni dei tantissimi esempi, scegliendo tra quelli che sono a noi più familiari, sulle
incongruenze della produzione agricola. In Italia, nel 1998, sono rimasti invenduti 20 milioni di
ettolitri di vino e la nostra attuale produzione è molto inferiore a quella potenziale. Sempre in Italia su
26 milioni di piante di ulivo ne sono produttive solo circa 4 milioni e le quantità di pomodori, agrumi,
grano che vengono ritirate dal mercato per essere distrutte sono purtroppo assai rilevanti. In Europa,
infine, produciamo circa il 600% di latte in più del fabbisogno.
L'economia mondiale è un'economia di mercato sostenuta dal sistema dei prezzi ed in questo sistema
è inserita ogni attività umana, agricoltura compresa. Ed è, dunque, l'economia di mercato che oggi
indica cosa coltivare, e poi distruggere, e cosa immettere sul mercato. Le biotecnologie agricole
saranno a loro volta sottoposte allo stesso incoercibile principio economico e sono destinate a
generare profitti più che a venire incontro ai reali bisogni dell'uomo, viste le loro spiccate
caratteristiche di tecnologie perfettamente inseribili nella logica industriale.
Per concludere questo breve excursus, vorrei ricordare che le catastrofiche previsioni di prossime
carestie dovute a sovra sfruttamento delle poche terre coltivabili, e la conseguente necessità di
introdurre nuove tecnologie genetiche in agricoltura, non tengono conto delle caratteristiche
produttive dell'agricoltura mondiale. Il 40% dei contadini del mondo coltiva con il solo ausilio delle
braccia e di strumenti rudimentali riuscendo, in tal modo, a mettere a coltura circa un ettaro di terra
con rese bassissime. Un ulteriore 20% coltiva con l'ausilio di un aratro trainato da buoi o cavalli, con
rese comunque molto inferiori a quelle dell'agricoltura meccanizzata. Dunque almeno il 60% dei
contadini del mondo sotto-utilizza le proprie terre.
Se vogliamo riflettere sull'introduzione delle biotecnologie in agricoltura, senza pregiudizi, facciamolo
pure, ma non fingiamo di ignorare la realtà agricola mondiale ed i reali bisogni delle popolazioni. |