RASSEGNA STAMPA

28 SETTEMBRE 1999
JEAN J. ROUSSEAU
In anteprima da MicroMega un testo fondamentale per comprendere l'autore del "Contratto sociale"
NEL domandarmi che cosa sia la virtù cercate di mettermi in difficoltà, piuttosto che di istruirvi. Potrei perciò rispondervi, in due parole, che si tratta di ciò che nessuno può imparare se non per proprio conto e di ciò che mai potrete sapere se il vostro cuore non vi ha già risposto in anticipo; del resto perché riproporre una questione già risolta tanto spesso e bene? Aprite Platone, Cicerone, Plutarco, Epitteto, Antonino: consultate il virtuoso Shaftesbury e il suo degno interprete.
Meglio ancora: studiate la vita e i discorsi del giusto e meditate il Vangelo. O piuttosto, abbandonate ogni libro, e rientrate in voi stesso, e ascoltate quella voce segreta che parla a tutti i cuori, e siate virtuoso se volete sapere cosa significhi esserlo.
Sondando le mie inclinazioni naturali, oso pensare che esse siano buone e credo di trovare nei miei desideri l'immagine dell'uomo onesto. Non c'è modo migliore di dirvi ciò che esso è, perciò, che quello di dirvi ciò che io stesso vorrei essere. Vorrei dunque avere un'anima forte per fare sempre ciò che è giusto, e sensibile per amare sempre ciò che è bello: ma che cosa sono bellezza, sensibilità, giustizia, e che cos'è un'anima forte? Ecco quello che anche la filosofia più sublime fa una gran fatica a spiegarci, e che soddisfa coloro che cercano la verità assai meno di coloro che cercano la scienza.
Accontentiamoci dunque di ascoltare la natura; se infatti la natura ben consultata non sempre ci istruisce, almeno non ci mette mai fuori strada.
La bontà naturale
A me sembra in primo luogo che tutto ciò che vi è di morale in me stesso ha sempre le sue relazioni fuori di me, che non avrei né vizi né virtù se fossi vissuto sempre solo, e che sarei buono solo di quella bontà assoluta che fa sì che una cosa è quello che deve essere per sua natura. E sento anche che ho perso ormai quella bontà naturale per effetto dei tanti rapporti artificiali che sono l'opera della società e che mi hanno dato nuove inclinazioni, nuovi bisogni, nuovi desideri, e mezzi per soddisfarli, nocivi alla conservazione della mia vita o alla costituzione della mia persona, ma conformi alle vedute particolari che mi sono formato e alle passioni artificiali che mi sono dato. Da ciò scaturisce che devo considerare il mio essere in un modo diverso e devo fare mia, per così dire, una diversa specie di bontà adatta a questa nuova esistenza. Oggi che la mia vita, la mia sicurezza, la mia libertà, la mia felicità dipendono dal concorso dei miei simili, è evidente che non devo più guardare a me stesso come a un essere individuale e isolato, ma come parte di un più grande tutto, come membro di un più grande corpo dalla cui conservazione anche la mia dipende assolutamente, e che non potrebbe essere male ordinato senza che anche io non soffra per quel disordine. Io dipendo dalla mia patria, almeno sotto il profilo dei miei bisogni, e la mia patria a sua volta dipende, quanto ai suoi, da qualche altro paese, e tutto deve piegarsi più o meno a questa universale dipendenza. Così l'identità di natura, la debolezza comune, i bisogni reciproci e la società da questi resa necessaria mi danno dei doveri e dei diritti comuni a tutti gli uomini. Ecco delle verità che si sentono più che provarle, e che mi risparmierei di illustrare se potessi contare sulla vostra buona fede altrettanto che sui vostri lumi. Mi chiederete forse se un uomo che non abbia ricevuto nulla dalla società possa doverle qualche cosa, ma considerate, vi prego, che una simile supposizione non vale nulla perché s'impernia sull'impossibile e chiunque vede come sia assolutamente impossibile che un uomo nasca, viva e si conservi nel seno della società senza riceverne nulla. A torto costui addurrà in prova la sua povertà, i suoi mali, la sua sfortuna. Lo Stato gli risponderà: forse per voi sarebbe stato meglio nascere in fondo a un deserto, ma siete nato nel mio seno, vi siete vissuto e non avreste potuto viverci se io non vi avessi conservato. Dovevate abbandonare la vita se vi era di peso, o il paese se le sue leggi vi sembravano troppo dure; morite o partite se non volete essere mio debitore per l'avvenire, ma rendetemi il valore dei trent'anni di vita di cui avete fruito grazie alla mia assistenza. Mentre aspetto che non siate più, mi dovete ciò che siete stato. Non guardiamo dunque a noi stessi come a quegli uomini primitivi e immaginari che non avevano bisogno di nessuno poiché la sola natura provvedeva a tutto. La natura ha per così dire abbandonato la sue funzioni non appena noi le abbiamo usurpate. L'uomo sociale è troppo debole per potere fare a meno degli altri, ha bisogno di tutto a partire dall'istante della sua nascita fino a quello della sua morte e, ricco o povero, non potrebbe sostentarsi se non ricevesse nulla dagli altri. E non devo neppure illudermi di non dover più nulla a nessuno col pretesto che le persone che mi hanno reso un servizio hanno mirato esclusivamente al proprio piacere o al proprio interesse. Ciò può essere vero per gli individui, non per il corpo della società che pensa a tutti i suoi membri e di conseguenza tanto a me che a voi in tutto ciò che essa fa per se stessa. Ora, non è come individui che siamo tutti debitori gli uni degli altri, ma come membri della società alla quale ciascuno deve tutto.
Il necessario e il superfluo
D'altra parte, il valore con cui si pagano tutti i soccorsi che si ricevono è anch'esso un dono della società. Può forse un uomo possedere alcunché senza il concorso e il consenso degli altri? Senza quel contratto tacito che hanno stipulato, non ci sarebbero né guadagno, né proprietà né una vera industria.
Nello stato di natura esiste solo il necessario, e tutto il superfluo che si vede tra di noi non è affatto la somma dei lavori degli individui, ma il prodotto dell'industria generale che produce con cento braccia che agiscono di concerto più di quello che cento uomini potrebbero fare separatamente. Mi parlerete, già lo prevedo, dei disordini della condizione di società dove il bene pubblico serve da pretesto a tanti mali, ma bisogna distinguere l'ordine civile dai suoi abusi, e non si può concludere che alla società non siamo debitori di nulla, per il fatto che non tutti le restituiscono ciò che le devono; non è con la società che ce la dobbiamo prendere se, non facendo ciò che essa ordina, rendiamo noi stessi infelici offendendola. Quando impera l'opinione, del resto, sono infinite le precauzioni da prendere per distinguere l'apparenza dalla realtà nel giudicare le cose: quanti mali ci sembrano spaventosi che di per sé non sono nulla; e quanti uomini che potrebbero essere felici senza cambiare di condizione si lagnano della propria sorte, mentre se di qualcosa si devono lamentare è della ragione ben più che della fortuna. Ecco qui un ricco che si reputa rovinato il giorno che gli restano i soli beni di cui ha bisogno e che crede che morirà di fame se deve scacciare un parassita. Una prova che tante pretese digrazie sono per lo più immaginarie, sta nel fatto che la stessa condizione che produce la disperazione di colui che vi si trova, farebbe la felicità di cento altri. Non si pensa affatto a confrontare ciò che si è né con i propri bisogni né con la condizione degli altri, ma si fa il paragone fra ciò che si è e ciò che si era o si voleva essere; l'ambizione calcola sempre come nulla ciò che ottiene e come tutto quel che le sfugge. Ma un beneficio infinitamente superiore a tutti i beni fisici e che ci deriva incontestabilmente dall'armonia del genere umano è quello di giungere attraverso la comunicazione delle idee e il progresso della ragione fino alle regioni intellettuali, di far proprie le nozioni sublimi dell'ordine, della saggezza e della bontà morale; di nutrire i nostri sentimenti con il frutto delle nostre conoscenze, di innalzarci con la grandezza dell'anima al di sopra delle debolezze della natura, e di eguagliare sotto certi aspetti le intelligenze celesti con l'arte del ragionamento; infine combattendo costantemente e vincendo le nostre passioni, dominare l'uomo e imitare la stessa Divinità. Come Ercole sul rogo Così questo commercio continuo di scambi di premure, di soccorsi e di istruzioni ci sostiene quando non possiamo più sostenere noi stessi, ci illumina quando abbiamo bisogno di essere illuminati, e mette in nostro potere dei beni di un valore inestimabile che ci fanno disprezzare quelli che non abbiamo più.
Sono questi i veri risarcimenti che consolano un uomo onesto nel pieno dell'infelicità per le perdite della natura e per gli abusi della società. L'antico vigore delle sue membra passa nelle sue nuove facoltà, la sua ragione si accresce sulle rovine di un corpo indebolito; se degli ostacoli si frappongono alla sua libertà il suo cuore acquista un nuovo dominio; obbedisce sì alla voce del più forte ma è padrone delle proprie passioni, e mentre quaggiù la si opprime, la sua anima pura si slancia nella dimora celeste e già anticipa il godimento del premio per la sua virtù. Come Ercole, che sente bruciare se stesso sul rogo e, a un tempo, diventare Dio. Così il bene e il male sgorgano dalla medesima fonte; ma la misura non è uguale per tutti. Il saggio, per quanto tormentato dai malvagi, sente tuttavia che egli sarebbe solo un bruto se non avesse ricevuto qualcosa dagli altri, e sono ben pochi i mali che, per un uomo di coraggio, possano pesare sul piatto della bilancia quanto i doni dell'anima e la speranza dei beni a venire.
inizio pagina
vedi anche
Estratti da libri