| La giustizia dei liberali | Le teorie della giustizia occupano per intero il breve libro intitolato alla
filosofia politica da Salvatore Veca, in continuità con altri scritti (La
società giusta 1981, Questioni di giustizia 1991, Giustizia e liberalismo
1996, L’idea di giustizia 1997).
Veca assume a postulato il paradigma di Rawls, che nella giustizia vede
la prima virtù delle istituzioni sociali come la verità è il primo criterio dei
sistemi di pensiero; e quindi attribuisce alla filosofia politica il compito di
trovare risposta alle domande elementari sul senso della giustizia.
Nelle questioni pubbliche il senso della giustizia viene comunemente
inteso in due accezioni salienti. La prima riguarda i confini dello spazio
politico. Si tratta di applicare l’arte della separazione in modo da
determinare i limiti e i controlli che devono circoscrivere sia il potere delle
diverse istituzioni politiche, sia le diverse sfere del potere, al fine di
evitare forme di dominanza ingiusta. Se la filosofia politica è come
afferma Veca un prolungamento del senso comune, si può senz’altro
ritenere che debba considerarsi ingiusto non solo l’esercizio illimitato del
potere politico (incluso, nelle democrazie, l’esercizio illimitato della
regola di maggioranza); ma anche la commistione e il cumulo fra il
potere politico e le altre forme di potere: militare, religioso, finanziario,
mediatico. Per richiamare un esempio che sarebbe banale se il caso
non fosse frequente, le diseguaglianze ammissibili nelle risorse
economiche non possono tradursi in diseguaglianze politiche senza
offendere appunto il senso comune della giustizia.
La seconda accezione della giustizia nella vita pubblica riguarda il
controverso rapporto fra giustizia sociale ed eguaglianza. Si tratta di
stabilire se e quanto le azioni di governo siano lecite e utili per una
convivenza più giusta, che garantisca equità di accesso ai beni della
cittadinanza sociale; se e quanto i risultati della lotteria naturale
debbano essere corretti da politiche redistributive.
In proposito il libro di Veca presenta un rapido tracciato di tre teorie
contemporanee della giustizia; il neoutilitarismo di Harsanyi, il
neocontrattualismo di Rawls e il liberalismo di Nozick.
Negli ultimi trent’anni, principalmente per effetto della riformulazione
rawlsiana del contratto sociale, le teorie della giustizia si sono spostate
dall’utilità collettiva verso i diritti individuali.
All’utilitarismo fondato sulla massimizzazione del benessere collettivo è
subentrato il neocontrattualismo fondato sul principio di equità. Poi al
neocontrattualismo di Rawls Nozick ha contrapposto la teoria libertaria
della giustizia non distributiva, imperniata sul principio storico di giusta
acquisizione.
Mentre le teorie di Rawls e di Nozick formano un’alternativa all’interno
della concezione liberale, le teorie liberali della giustizia sono state a
loro volta confutate da Sandel e dagli altri comunitaristi, che accusano il
liberalismo di deprezzare le storie collettive e i vincoli identitari
dell’appartenenza. Ma dopo l’impennata editoriale dei primi anni novanta,
la variegata specie dei comunitaristi appare già in penombra.
Il libro di Veca contiene in appendice un compendio alfabetico di filosofi
politici che, da Aristotele a Weber, si sono occupati di giustificazione del
potere. Vi si possono trovare elementi utili anche nell’epoca della
globalizzazione. |