RASSEGNA STAMPA

18 SETTEMBRE 1999
SANDRO MEZZADRA
LA CUCINA ETNICA DELL'IDENTITA'
L'ULTIMA PRODUZIONE EDITORIALE SUL MULTICULTURALISMO A PARTIRE DA UN VOLUME DEL FILOSOFO CANADESE WILL KYMLICKA
Diritti delle minoranze e rispetto della diversità. Il pensiero democratico definisce così il multiculturalismo
A prima vista le cose sembrerebbero semplici. E' possibile non dirsi multiculturalisti di fronte all'uso debordante che, in Europa come negli Stati uniti, viene fatto del multiculturalismo come feticcio polemico da parte delle destre vecchie e nuove? Nelle retoriche reazionarie degli ultimi anni, lo spettro della società multiculturale (aggettivo ritenuto spesso interscambiabile, cosa di per sé significativa, con il più fosco "multirazziale") è usato con insistenza per evocare il rischio del contagio, la minaccia portata dai movimenti migratori alla presunta purezza della cultura occidentale.
Opinionisti e politici, confortati dalle preoccupate analisi "scientifiche" di qualche demografo e di qualche sociologo, lo ripetono di continuo: orde di alieni sarebbero in procinto di invadere le nostre società (anzi: "sono già qui"); l'ordine e la civiltà delle nostre metropoli, così come delle nostre cittadine di provincia, sarebbero sconvolti dall'irruzione di costumi barbarici: agnelli sgozzati nelle case, culti animistici, clitoridectomia, schiavitù; e, protetti da politici buonisti nonché da lacrimosi uomini di chiesa, i nuovi barbari sarebbero sul punto di mettere le mani sul lavoro, sulle scarse risorse, sulle donne (quando, come quasi sempre, a parlare è un uomo) degli autoctoni.
Sembra dunque difficile, quanto meno per reazione al dilagare nel senso comune di questi stilemi retorici, non dirsi multiculturalisti. E tuttavia, guardando al dibattito che all'interno della filosofia e delle scienze sociali si svolge sull'argomento, le cose sono un po' più complesse. Intanto, che cos'è una "cultura"? Quali sono i suoi confini? Come si determina la sua trasmissione all'interno di un gruppo sociale? Sono domande non sempre tenute nel giusto conto dai teorici del multiculturalismo, spesso inclini ad assumere, della cultura, un'immagine "naturalistica", per cui essa sarebbe una sorta di humus condiviso dai membri di una "comunità" (altra parola di rilievo strategico nel nostro contesto) inevitabilmente declinata in termini etnici, linguistici o nazionali.Secondo presupposti teorici che paiono mutuati dall'antropologia di inizio secolo, l'appartenenza culturale è il più delle volte considerata univoca, dimenticando che, per citare uno degli esponenti più interessanti dell'etnografia critica degli ultimi anni, "allorché si interviene in un mondo interconnesso, si è sempre in varia misura 'inautentici': presi tra certe culture, implicati in altre" (J. Clifford, I frutti puri impazziscono, nuova ed. Bollati Boringhieri, 1999).
Tanto appare difficile, negli scritti di molti teorici del multiculturalismo, la comunicazione tra culture, tanto appare trasparente e scontata la comunicazione al loro interno, come se gli spazi culturali non fossero segnati da gerarchie e subordinazione, da "ostruzioni comunicative" e da rapporti di dominio (da ultimo, sul tema, ha scritto pagine molto interessanti il filosofo sloveno S. Zizek, Il Grande Altro, Feltrinelli, 1999). Cosicché, per una volta, appare convincente l'ironia di Jürgen Habermas sull'indebita trasposizione al campo della storia e della società, operata ad esempio da Charles Taylor, della "prospettiva ecologica della conservazione della specie". E ancora più colpisce che, proprio discutendo con Taylor (il cui saggio Multiculturalismo. La politica del riconoscimento, tradotto da Anabasi nel 1993, rappresenta uno snodo fondamentale del dibattito), il teorico afro-americano K. Anthony Appiah, certo non indifferente alle problematiche della "differenza culturale", abbia potuto concludere: "il mio sospetto è che Taylor sia più soddisfatto di me delle identità collettive effettivamente presenti sul nostro pianeta, e questa può essere una delle ragioni per cui sono meno disposto a far loro le concessioni che Taylor gli fa" (l'intervento di Appiah è in Ch.
Taylor e altri, Multiculturalism, expanded ed., Princeton University Press, 1994).
La matassa del multiculturalismo è dunque piuttosto complicata. E si può aggiungere che, nella ripresa della parola e del concetto da parte del senso comune "progressista", fa di tanto in tanto capolino un inveterato etnocentrismo: le "culture" cui attribuire riconoscimento e diritti sono sempre altre dalla nostra, hanno il fascino esotico dell'arcaico e dello sconosciuto, il profumo della foresta o del villaggio. Succede insomma con il multiculturalismo quel che succede su un piano completamente diverso con un altro neologismo, curiosamente assai diffuso da un po' di tempo a questa parte: la "cucina etnica". Non si hanno dubbi, sedendosi in un ristorante thai, che ci si appresti a gustare specialità etniche; così come non si hanno dubbi che la definizione sarebbe usata a sproposito di fronte a una bouillabaisse; più complesso è il caso del sushi: dubito tuttavia che, interrogato su due piedi, un qualsiasi avventore di un ristorante giapponese definirebbe etnica la cucina che vi si prepara, a riprova del fatto che la cultura conta, certo, ma ancor più conta la toyota.Torniamo comunque al multiculturalismo: il punto è, a mio giudizio, che l'uso spesso non meditato che di questo termine viene fatto a sinistra finisce per assecondare la produzione di un'immagine dei migranti (ovvero dei soggetti ritenuti portatori delle culture da tutelare e valorizzare) decisamente irrispettosa della complessità dei percorsi che conducono migliaia di uomini e donne ad abbandonare i propri paesi d'origine. E rischia di favorire una secca riduzione della pluralità di posizioni e di problemi che definiscono la figura del migrante nella società contemporanea.
Se così stanno le cose, non può che essere salutata con favore la pubblicazione del saggio del filosofo canadese Will Kymlicka, La cittadinanza multiculturale (Il Mulino, pp. 373, L. . 40.000).
Già noto in Italia per la sua utile Introduzione alla filosofia politica contemporanea (Feltrinelli, 1996), Kymlicka è infatti uno degli studiosi del multiculturalismo più accreditati a livello internazionale (tra le sue numerose pubblicazioni sull'argomento, vale la pena di ricordare almeno il volume da lui curato nel 1995 per i tipi della Oxford University Press, The Rights of Minority Cultures). Né è irrilevante che Kymlicka (come d'altronde Taylor) sia canadese: il Canada infatti, fin dal 1971, ha istituito il multiculturalismo come politica ufficiale, nel quadro di un consolidato bilinguismo e del riconoscimento agli indigeni di alcuni diritti di "autogoverno". Accanto al cosiddetto revival etnico statunitense, che soprattutto nei campus universitari ha tra l'altro innescato un'interessante discussione sulla necessità di ridefinire i curricula degli studi per dare spazio a tradizioni e storie ignorate dalla cultura wasp dominante, l'esperienza canadese è dunque uno dei riferimenti costanti nei dibattiti sul multiculturalismo. E va detto che il lettore italiano troverà nel libro di Kymlicka una panoramica "in presa diretta" e assai vivace della situazione canadese, spesso poco conosciuta nel nostro paese.
Per il resto, il volume si pone l'obiettivo di dimostrare, con argomenti teorici e con lunghe digressioni storiche, che la prospettiva di una "cittadinanza differenziata" in funzione dell'"appartenenza di gruppo" non è affatto in contraddizione con i principi fondamentali del liberalismo. E che anzi, in un mondo in cui le rivendicazioni delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici conoscono un'inedita diffusione e radicalizzazione negli stessi paesi più sviluppati, solo una simile prospettiva può porre le basi per un'integrazione dello spazio pubblico che stemperi i conflitti tra le culture e che consenta di salvaguardare al tempo stesso il pluralismo sociale e l'autonomia individuale.
Non è il caso, in questa sede, di seguire Kymlicka nelle sue articolate distinzioni (anche se va detto che molto spesso esse risultano ampiamente ricalcate sulla situazione nord-americana e dunque di difficile trasposizione in altri contesti) e nella sua impegnata discussione filosofica del rapporto tra liberalismo e cultura, teoria della giustizia e diritti delle minoranze, tolleranza e legame sociale. Né si vuole rifiutare in linea di principio l'idea che, in determinate circostanze, l'adozione di politiche di promozione dei diritti di singoli gruppi possa essere un efficace strumento per superare condizioni di "discriminazione sistemica" (anche se si tratta di materia complessa e controversa: basti pensare ai dibattiti sui programmi di affermative action all'interno dei movimenti afro-americani o a quelli femministi sulla "politica delle quote").
Il punto che mi preme sottolineare è un altro: anche in un autore avvertito e certo animato dalle migliori intenzioni come Kymlicka il "multiculturalismo" palesa le sue ambiguità di fondo. La cultura di cui si parla è sempre una cultura definita univocamente dall'appartenenza etnica, è sempre qualcosa di già costituito, che viene assunto senza ulteriori problematizzazioni e soprattutto senza interrogarsi sui processi della sua produzione (quando, come segnala un'abbondante letteratura, proprio questo è il tema su cui varrebbe la pena di ragionare nell'età della globalizzazione: si veda, a mero titolo esemplificativo, il volume curato da F. Jameson e M. Myoshi, The Cultures of Globalization, Duke University Press, 1998). Non è un caso, allora, che proprio Kymlicka scorga nella valorizzazione dell'appartenenza culturale lo strumento teorico attraverso cui si può giustificare una politica di restrizione dell'immigrazione. "Alla luce del nesso intercorrente fra scelta ovvero possibilità di esercitare concretamente l'autonomia individuale e cultura - scrive il filosofo canadese - le persone dovrebbero essere in grado di vivere e lavorare nella loro cultura". Kymlicka è progressista e democratico, ha in odio la discriminazione e l'oppressione delle minoranze: e tuttavia le sue parole destano l'impressione che egli sia decisamente poco attento a cogliere quella tendenza alla proliferazione di barriere e confini che, sovente declinati in termini culturali, costituiscono una delle forme privilegiate della discriminazione e dell'oppressione nel mondo contemporaneo.
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vedi anche
Filosofia (e) politica