A proposito di un intervento del filosofo «debole»
sull'enciclica «Fides et ratio»L'invito di Rovatti? La ragione dei laici è un'altra
cosa Un testo che affascina
gli orfani dell'ideologia di sinistra |
| L'Avvenire dà grande risalto all'invito che Pier Aldo Rovatti rivolge ai colleghi filosofi perché vedano
nell'enciclica Fides et ratio un'occasione di dialogo tra ragione e fede. Quando uscì, l'enciclica non
ebbe molto successo neppure tra i filosofi, ai quali pareva rivolgersi in modo particolare. Si ebbe
subito l'impressione che si trattasse di un documento piuttosto modesto, che riprendeva senza
originalità le tesi con le quali Tommaso d'Aquino aveva cercato di mettere la filosofia al servizio
della fede. Era comprensibile che da questa parte non venisse nessuna sollecitazione ai
professionisti della filosofia, abituati a cose ben più stimolanti. I cultori di filosofie devote, attente
ai temi religiosi, come Cacciari o Vattimo, sembrarono addirittura irritati: ma come? Loro avevano
fatto tanto per distruggere l'idea di una ragione capace di raggiungere da sola la verità, di una
ragione di stampo aristotelico, e ora il Papa ignorava così nobili fatiche e si richiamava proprio al
lascito aristotelico presente in Tommaso? Peggio: invocava la filosofia tradizionale per respingere
gli aiuti che le nuove filosofie, più o meno deboli, intendevano offrirgli.
Tutto sommato, l'enciclica ha trovato maggior comprensione presso intellettuali rimasti orfani delle
ideologie di sinistra, che avevano sempre cercato di puntellare. Privati di visioni globali della storia,
nelle quali si sa sempre dove andare, essi hanno accolto con favore i ripetuti attacchi del Papa
contro il relativismo e hanno visto nella restaurazione filosofica della Fides et ratio un invito
accettabile a restaurare forme di pensiero forte. Ma ora Rovatti, fondatore con Vattimo del
pensiero debole, ci ripensa, impressionato dall'importanza che il Papa sembra dare alla filosofia,
alla quale chiede aiuto per respingere tutti i tentativi di innovazione filosofica e religiosa. Non è
cortese respingere gli inviti al dialogo: laici, credenti e atei hanno molte cose da dirsi, molto su cui
discutere. Ma sarebbe bene lasciare da parte la ragione. Chi studia seriamente questo concetto
sa che ci sono mille modi di intenderlo, e che non è possibile redigere un elenco di «verità di
ragione» indubitabili, tanto meno tracciare un itinerario che dalla ragione porti a Dio. Laici, credenti
e atei potrebbero discutere tra loro e disputare con leale accanimento e avversione reciproca
lasciando da parte ogni pretesa di richiamarsi alla ragione e ogni appello alla divinità, troppo
occupata a reggere il mondo per essere chiamata in causa nelle discussioni modeste degli uomini,
soprattutto dei filosofi.
Infine gli inviti alla discussione sono, come gli inviti a cena, graditi quando il padrone di casa non
grida con prepotenza «il padrone sono io». Che gusto c'è a discutere di ragione e fede se chi invita
al dialogo proclama che vince comunque la fede e dichiara senza umiltà di disporre di un potere
regale? Ho conosciuto un giocatore che considerava truccate tutte le partite nelle quali non
vinceva: ebbe un triste destino solitario. |