RASSEGNA STAMPA

15 SETTEMBRE 1999
CARLO AUGUSTO VIANO
A proposito di un intervento del filosofo «debole» sull'enciclica «Fides et ratio»
L'invito di Rovatti? La ragione dei laici è un'altra cosa
Un testo che affascina gli orfani dell'ideologia di sinistra
L'Avvenire dà grande risalto all'invito che Pier Aldo Rovatti rivolge ai colleghi filosofi perché vedano nell'enciclica Fides et ratio un'occasione di dialogo tra ragione e fede. Quando uscì, l'enciclica non ebbe molto successo neppure tra i filosofi, ai quali pareva rivolgersi in modo particolare. Si ebbe subito l'impressione che si trattasse di un documento piuttosto modesto, che riprendeva senza originalità le tesi con le quali Tommaso d'Aquino aveva cercato di mettere la filosofia al servizio della fede. Era comprensibile che da questa parte non venisse nessuna sollecitazione ai professionisti della filosofia, abituati a cose ben più stimolanti. I cultori di filosofie devote, attente ai temi religiosi, come Cacciari o Vattimo, sembrarono addirittura irritati: ma come? Loro avevano fatto tanto per distruggere l'idea di una ragione capace di raggiungere da sola la verità, di una ragione di stampo aristotelico, e ora il Papa ignorava così nobili fatiche e si richiamava proprio al lascito aristotelico presente in Tommaso? Peggio: invocava la filosofia tradizionale per respingere gli aiuti che le nuove filosofie, più o meno deboli, intendevano offrirgli. Tutto sommato, l'enciclica ha trovato maggior comprensione presso intellettuali rimasti orfani delle ideologie di sinistra, che avevano sempre cercato di puntellare. Privati di visioni globali della storia, nelle quali si sa sempre dove andare, essi hanno accolto con favore i ripetuti attacchi del Papa contro il relativismo e hanno visto nella restaurazione filosofica della Fides et ratio un invito accettabile a restaurare forme di pensiero forte. Ma ora Rovatti, fondatore con Vattimo del pensiero debole, ci ripensa, impressionato dall'importanza che il Papa sembra dare alla filosofia, alla quale chiede aiuto per respingere tutti i tentativi di innovazione filosofica e religiosa. Non è cortese respingere gli inviti al dialogo: laici, credenti e atei hanno molte cose da dirsi, molto su cui discutere. Ma sarebbe bene lasciare da parte la ragione. Chi studia seriamente questo concetto sa che ci sono mille modi di intenderlo, e che non è possibile redigere un elenco di «verità di ragione» indubitabili, tanto meno tracciare un itinerario che dalla ragione porti a Dio. Laici, credenti e atei potrebbero discutere tra loro e disputare con leale accanimento e avversione reciproca lasciando da parte ogni pretesa di richiamarsi alla ragione e ogni appello alla divinità, troppo occupata a reggere il mondo per essere chiamata in causa nelle discussioni modeste degli uomini, soprattutto dei filosofi. Infine gli inviti alla discussione sono, come gli inviti a cena, graditi quando il padrone di casa non grida con prepotenza «il padrone sono io». Che gusto c'è a discutere di ragione e fede se chi invita al dialogo proclama che vince comunque la fede e dichiara senza umiltà di disporre di un potere regale? Ho conosciuto un giocatore che considerava truccate tutte le partite nelle quali non vinceva: ebbe un triste destino solitario.
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