LA SOCIETA' CHE CAMBIA / COME RIPENSARE IL
CONCETTO DI LAVORO| Noi, che nel 2000 affronteremo il nuovo incubo |
| E' evidente che più la società si fa tecnologica, più si
riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che è
sempre stato il sogno più antico dell'uomo: la liberazione
dal lavoro, si sta trasformando in un incubo.
Siccome il processo è irreversibile, nonostante i correttivi, i
finanziamenti mirati, i contratti d'area, i lavori socialmente
utili e altre ideazioni che la politica tenta di escogitare per
scongiurare l'incubo, forse non c'è altra via d'uscita se non
quella di ripensare il concetto di lavoro, che l'economia
globalizzata da un lato e l'apparato tecnico dall'altro hanno a
tal punto identificato con l'esistenza, da rendere a tutti
evidente l'equazione secondo cui: chi non lavora, dal punto
di vista sociale non esiste. Ma è davvero così? O questa
equazione si legittima solo a partire dalla nozione di lavoro
che l'economia globale da un lato e l' apparato tecnico
dall'altro hanno messo in circolazione, senza prendere
minimamente in considerazione il fatto che dietro ogni
lavoro, c'è un uomo che lavora?
Sono queste alcune considerazioni che nascono dalla lettura
di un bellissimo libro che mi viene da consigliare a sindacati,
politici, economisti, nonché ai signori delle tecniche, perché,
senza un ripensamento del concetto di lavoro, difficilmente
potranno escogitare strumenti capaci di conciliare il
progresso tecnico con un decente livello di occupazione.
Non di solo lavoro è il titolo del libro (Vita e Pensiero,
Milano, pagg 340, lire 40.000). Ne è autore Francesco
Totaro, docente di filosofia morale e filosofia politica
all'università di Macerata. Il libro inaugura una nuova
iniziativa editoriale in ambito etico che nasce in seno
all'Università Cattolica, sotto la direzione di Francesco Botturi, dove i problemi etico-sociali vengono visualizzati in
modo molto serio e impegnativo, alla luce della
contemporaneità. In questa bella collana, accanto al libro di
Francesco Totaro, sono apparsi altri tre volumi: Etiche della
Terra (a cura di Mariachiara Tallacchini) in cui i maggiori
filosofi europei e americani intervengono con i loro
contributi per una filosofia dell'ambiente; La libertà del bene
(a cura di Carmelo Vigna) in cui si discute del legame
ancora da rintracciare tra libertà e bene in un mondo, quello
contemporaneo, presieduto dalla "forza" capace di imporre
un certo tipo di bene a scapito della libertà; Felicità e
benevolenza di Robert Spaemann, uno dei più grandi
studiosi tedeschi della modernità, la quale, a suo parere, ha
abolito ogni prospettiva finalistica lasciando l'uomo straniero
rispetto al suo habitat, in uno scenario governato dallo
spaesamento che, se da un lato disorienta, dall'altro
smobilita pigre certezze che non consentono di essere
all'altezza delle sfide che la modernità lancia all' etica.
Ma torniamo al tema del lavoro, di cui Marx centocinquant'anni fa ci aveva segnalato l'alienazione dovuta al fatto che,
nel sistema capitalistico, la forza lavoro non ritorna al
lavoratore nella misura in cui da questi è stata profusa.
Oggi, scrive Francesco Totaro, accanto all'alienazione nel
lavoro, di cui il nostro tempo sconta le conseguenze
ideologiche, fa la sua comparsa l'alienazione da lavoro, che
consiste nel completo appiattimento dell'uomo sulla sua
attività lavorativa, come se questa fosse divenuta l'unico
indicatore della riconoscibilità dell'uomo.
In questa direzione già si muovevano le considerazioni di
Ernst Jünger che ne Il lavoratore. Dominio e forma del
1932 (Guanda, Parma, 1991) riteneva che il lavoratore non
dovesse essere considerato per la sua appartenenza a una
classe, ma piuttosto come il "tipo umano" che si avvia a
occupare la scena della storia, imponendo "una nuova unità
di tempo, di luogo e di azione, un'unità drammatica il cui
avvento si può già presentire dietro le macerie della cultura
e sotto la maschera mortuaria della civiltà".
E in effetti, in un mondo sempre più regolato dalla tecnica,
che tende al dominio della terra, ogni azione anche quella
apparentemente di svago, assume le sembianze del lavoro
che copre l'intero arco delle ventiquattro ore, e non ha più
nel riposo e nell'ozio il suo contrario, perché anche lo sport,
anche il divertimento, anche il tempo libero, anche il fine
settimana sono, come dice Jünger: "Un contrappeso dalle
tinte giocose all'interno del lavoro, ma in nessun caso il
contrario del lavoro".
Ciò spiega perché i nostri calendari hanno perso significato
con la loro distinzione tra giorni feriali e giorni festivi. Questa
distinzione, infatti, è sempre meno corrispondente ai ritmi
della nostra vita che la tecnica visualizza ogni giorno di più
come vita di lavoro, fino a far coincidere l'uomo con "il
lavoratore", e a trasformare l'intera società in una società di
lavoro. Questa equazione è così vincolante che oggi il
disoccupato è un non-esistente, e ciò di cui soffre non è
l'assenza di lavoro, ma l'assenza di vita, essendo la vita
qualcosa di accessibile solo attraverso il lavoro.
E così "lavoro" diventa anche l'attività di sovrani, presidenti,
primi ministri che considerano lavoro le loro funzioni, come
"lavoro" è diventata l'attività dei medici o quella dei giudici o
quella degli intellettuali che sempre meno rispondono ai
valori della salute, della giustizia, della cultura, perché anche
la salute, anche la giustizia, anche la cultura sono diventati
puri e semplici campi di applicazione del lavoro. Luoghi di
esecuzione, non attività che hanno in vista dei fini che
trascendono il puro e semplice fare in cui, nell'età della
tecnica, sembra completamente risolversi ogni percorso
dell'agire.
E qui Francesco Totaro fa rimbalzare fulminante la
domanda che chiede un'immediata rivisualizzazione del
problema: "I fini della tecnica sono anche i nostri fini?". O
siamo noi diventati semplici strumenti della tecnica la quale
ci impiegherebbe come momenti della sua organizzazione,
semplici anelli insignificanti della sua catena, o, se
preferiamo, mezzi imprescindibili, ma anche fra i più
intercambiabili di qualsiasi altro mezzo, all'interno di un
apparato tecnologico diventato fine a se stesso?
Sì, perché questa è la tecnica: un universo di mezzi che non
ha in vista alcuna finalità che non sia il suo semplice
autopotenziamento, e dove il lavoro e l'uomo che lavora
non hanno altro fine e altro scopo se non quello di
concorrere alla crescita indefinita della produzione di mezzi
che nulla hanno in vista se non la loro moltiplicazione e il
loro perfezionamento.
Platone riteneva che le competenze tecniche (polimathia)
non fossero in grado di garantire la sopravvivenza dell'uomo
se non fossero state coordinate e governate dall'etica e dalla
politica, quest'ultima definita "tecnica regia" (basiliké téchne)
in quanto "conosce ciò che è meglio, e perciò è capace di
far trionfare la giusta causa attraverso il coordinamento e il
governo delle singole tecniche" (Politico, 304a), mentre oggi
etica e politica appaiono, di fronte alla tecnica, come un
sovrano spodestato che si aggira tra le mappe dello Stato e
della società civile rese inservibili, perché più non rimandano
alla legittimazione della sovranità.
Rispetto all'età di Platone, infatti, l'incremento quantitativo
delle tecniche ha prodotto quel capovolgimento per cui è la
tecnica e il lavoro che la alimenta a decidere quali spazi
concedere all'etica e alla politica, e se concederli. Per cui la
regia della storia oggi non è più nelle mani della politica, che
nella città ideale di Platone è interprete dell'etica e, in vista
del bene comune, determina gli scopi a cui deve
subordinarsi il lavoro degli uomini, ma è nelle mani della
tecnica il cui fare regolato dalla ragione strumentale che
garantisce la corrispondenza dei mezzi ai risultati che la
tecnica si propone, ha subordinato a sé l'agire ossia la scelta
dei fini a cui da sempre sono deputate l'etica e la politica, a
cui spetta di decidere quale orientamento dare al "fare", e
quali delle azioni politiche sono da "fare".
Se tutto ciò ci persuade, è allora evidente che il problema
del lavoro, in cui trova espressione il fare produttivo, non
può essere considerato limitatamente all'ambito
dell'economia, perché ciò vorrebbe dire che solo
l'economia è in grado di dare espressione all'uomo, il quale
non avrebbe come suo riferimento altro orizzonte di senso
se non quello determinato dal fare produttivo. A sua volta il
lavoro, non avendo altra finalità se non quella di concorrere
all' incremento infinito della produzione non sarebbe piÙ il
luogo in cui l'uomo, realizzandosi, incontra se stesso, le sue
capacità, le sue ideazioni, l'attuazione della sua progettualità,
ma solo il luogo in cui l'uomo tocca con mano la sua
strumentalità, il suo essere semplice appendice delle
macchine, che nel loro insieme compongono l'apparato
tecnico, interessato solo al proprio potenziamento e non alle
sorti dell'uomo.
Se oggi il lavoro è la condizione di ogni diritto, se è stato
possibile raggiungere questo risultato solo grazie a quella
lunga e sanguinosa storia che ha portato al superamento
della dicotomia tra uomini ritenuti tali a pieno titolo perché
liberi dal lavoro e uomini-schiavi, oggi il rischio è di cadere
nella condizione opposta che porta all'identificazione
esclusiva dell'uomo con il suo lavoro.
La proposta concreta di Francesco Totaro, dedotta dalle
ottime considerazioni teoriche che la giustificano, è quella di
passare gradatamente dal lavoro come produzione (che ha
in vista solo la sua crescita esponenziale senza ragione e
senza perché) al lavoro come servizio dove la produzione
non ha in vista solo beni e merci (di cui al limite non
sappiamo neanche cosa farcene, se non fosse per i bisogni
e i desideri "indotti", cioè a loro volta "prodotti"), ma anche
erogazione di tempo, di cura, di relazione.
I profili lavorativi che potrebbero nascere da questa nuova
visualizzazione del lavoro (di cui la società già ne sente a
livello massiccio l'esigenza, se dobbiamo giudicare dal gran
numero di persone che si dedicano al volontariato)
sarebbero profili lavorativi che potrebbero trovare non solo
una reale e massiccia domanda, ma anche un significativo
riconoscimento economico, se l'economia, che pensa
sempre e solo alla produzione, sapesse diversificare i suoi
prodotti e incominciare a produrre non solo merci e sempre
più merci, ma anche e in misura crescente servizi per la
persona e per la relazione tra le persone.
Nel mondo dell'opulenza compriamo, in modo maniacale,
merci e sempre più merci per compensare la depressione
che ci deriva dalla mancanza di relazioni, che siano vere e
non solo funzionali, come esige la logica del lavoro. Non
sarebbe impossibile invertire la tendenza, perché la felicità,
nonostante la pubblicità vi alluda, non ci viene dall'ultima
generazione di detersivi, di telefonini o di computer, e più in
generale di "prodotti", ma da uno straccio di "relazione" in
più che il lavoro come servizio (e non solo come
produzione) potrebbe incominciare a garantire. |