RASSEGNA STAMPA

12 SETTEMBRE 1999
UMBERTO GALIMBERTI
LA SOCIETA' CHE CAMBIA / COME RIPENSARE IL CONCETTO DI LAVORO
Noi, che nel 2000 affronteremo il nuovo incubo
E' evidente che più la società si fa tecnologica, più si riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che è sempre stato il sogno più antico dell'uomo: la liberazione dal lavoro, si sta trasformando in un incubo.
Siccome il processo è irreversibile, nonostante i correttivi, i finanziamenti mirati, i contratti d'area, i lavori socialmente utili e altre ideazioni che la politica tenta di escogitare per scongiurare l'incubo, forse non c'è altra via d'uscita se non quella di ripensare il concetto di lavoro, che l'economia globalizzata da un lato e l'apparato tecnico dall'altro hanno a tal punto identificato con l'esistenza, da rendere a tutti evidente l'equazione secondo cui: chi non lavora, dal punto di vista sociale non esiste. Ma è davvero così? O questa equazione si legittima solo a partire dalla nozione di lavoro che l'economia globale da un lato e l' apparato tecnico dall'altro hanno messo in circolazione, senza prendere minimamente in considerazione il fatto che dietro ogni lavoro, c'è un uomo che lavora?
Sono queste alcune considerazioni che nascono dalla lettura di un bellissimo libro che mi viene da consigliare a sindacati, politici, economisti, nonché ai signori delle tecniche, perché, senza un ripensamento del concetto di lavoro, difficilmente potranno escogitare strumenti capaci di conciliare il progresso tecnico con un decente livello di occupazione.
Non di solo lavoro è il titolo del libro (Vita e Pensiero, Milano, pagg 340, lire 40.000). Ne è autore Francesco Totaro, docente di filosofia morale e filosofia politica all'università di Macerata. Il libro inaugura una nuova iniziativa editoriale in ambito etico che nasce in seno all'Università Cattolica, sotto la direzione di Francesco Botturi, dove i problemi etico-sociali vengono visualizzati in modo molto serio e impegnativo, alla luce della contemporaneità. In questa bella collana, accanto al libro di Francesco Totaro, sono apparsi altri tre volumi: Etiche della Terra (a cura di Mariachiara Tallacchini) in cui i maggiori filosofi europei e americani intervengono con i loro contributi per una filosofia dell'ambiente; La libertà del bene (a cura di Carmelo Vigna) in cui si discute del legame ancora da rintracciare tra libertà e bene in un mondo, quello contemporaneo, presieduto dalla "forza" capace di imporre un certo tipo di bene a scapito della libertà; Felicità e benevolenza di Robert Spaemann, uno dei più grandi studiosi tedeschi della modernità, la quale, a suo parere, ha abolito ogni prospettiva finalistica lasciando l'uomo straniero rispetto al suo habitat, in uno scenario governato dallo spaesamento che, se da un lato disorienta, dall'altro smobilita pigre certezze che non consentono di essere all'altezza delle sfide che la modernità lancia all' etica.
Ma torniamo al tema del lavoro, di cui Marx centocinquant'anni fa ci aveva segnalato l'alienazione dovuta al fatto che, nel sistema capitalistico, la forza lavoro non ritorna al lavoratore nella misura in cui da questi è stata profusa.
Oggi, scrive Francesco Totaro, accanto all'alienazione nel lavoro, di cui il nostro tempo sconta le conseguenze ideologiche, fa la sua comparsa l'alienazione da lavoro, che consiste nel completo appiattimento dell'uomo sulla sua attività lavorativa, come se questa fosse divenuta l'unico indicatore della riconoscibilità dell'uomo.
In questa direzione già si muovevano le considerazioni di Ernst Jünger che ne Il lavoratore. Dominio e forma del 1932 (Guanda, Parma, 1991) riteneva che il lavoratore non dovesse essere considerato per la sua appartenenza a una classe, ma piuttosto come il "tipo umano" che si avvia a occupare la scena della storia, imponendo "una nuova unità di tempo, di luogo e di azione, un'unità drammatica il cui avvento si può già presentire dietro le macerie della cultura e sotto la maschera mortuaria della civiltà". E in effetti, in un mondo sempre più regolato dalla tecnica, che tende al dominio della terra, ogni azione anche quella apparentemente di svago, assume le sembianze del lavoro che copre l'intero arco delle ventiquattro ore, e non ha più nel riposo e nell'ozio il suo contrario, perché anche lo sport, anche il divertimento, anche il tempo libero, anche il fine settimana sono, come dice Jünger: "Un contrappeso dalle tinte giocose all'interno del lavoro, ma in nessun caso il contrario del lavoro".
Ciò spiega perché i nostri calendari hanno perso significato con la loro distinzione tra giorni feriali e giorni festivi. Questa distinzione, infatti, è sempre meno corrispondente ai ritmi della nostra vita che la tecnica visualizza ogni giorno di più come vita di lavoro, fino a far coincidere l'uomo con "il lavoratore", e a trasformare l'intera società in una società di lavoro. Questa equazione è così vincolante che oggi il disoccupato è un non-esistente, e ciò di cui soffre non è l'assenza di lavoro, ma l'assenza di vita, essendo la vita qualcosa di accessibile solo attraverso il lavoro.
E così "lavoro" diventa anche l'attività di sovrani, presidenti, primi ministri che considerano lavoro le loro funzioni, come "lavoro" è diventata l'attività dei medici o quella dei giudici o quella degli intellettuali che sempre meno rispondono ai valori della salute, della giustizia, della cultura, perché anche la salute, anche la giustizia, anche la cultura sono diventati puri e semplici campi di applicazione del lavoro. Luoghi di esecuzione, non attività che hanno in vista dei fini che trascendono il puro e semplice fare in cui, nell'età della tecnica, sembra completamente risolversi ogni percorso dell'agire.
E qui Francesco Totaro fa rimbalzare fulminante la domanda che chiede un'immediata rivisualizzazione del problema: "I fini della tecnica sono anche i nostri fini?". O siamo noi diventati semplici strumenti della tecnica la quale ci impiegherebbe come momenti della sua organizzazione, semplici anelli insignificanti della sua catena, o, se preferiamo, mezzi imprescindibili, ma anche fra i più intercambiabili di qualsiasi altro mezzo, all'interno di un apparato tecnologico diventato fine a se stesso? Sì, perché questa è la tecnica: un universo di mezzi che non ha in vista alcuna finalità che non sia il suo semplice autopotenziamento, e dove il lavoro e l'uomo che lavora non hanno altro fine e altro scopo se non quello di concorrere alla crescita indefinita della produzione di mezzi che nulla hanno in vista se non la loro moltiplicazione e il loro perfezionamento.
Platone riteneva che le competenze tecniche (polimathia) non fossero in grado di garantire la sopravvivenza dell'uomo se non fossero state coordinate e governate dall'etica e dalla politica, quest'ultima definita "tecnica regia" (basiliké téchne) in quanto "conosce ciò che è meglio, e perciò è capace di far trionfare la giusta causa attraverso il coordinamento e il governo delle singole tecniche" (Politico, 304a), mentre oggi etica e politica appaiono, di fronte alla tecnica, come un sovrano spodestato che si aggira tra le mappe dello Stato e della società civile rese inservibili, perché più non rimandano alla legittimazione della sovranità.
Rispetto all'età di Platone, infatti, l'incremento quantitativo delle tecniche ha prodotto quel capovolgimento per cui è la tecnica e il lavoro che la alimenta a decidere quali spazi concedere all'etica e alla politica, e se concederli. Per cui la regia della storia oggi non è più nelle mani della politica, che nella città ideale di Platone è interprete dell'etica e, in vista del bene comune, determina gli scopi a cui deve subordinarsi il lavoro degli uomini, ma è nelle mani della tecnica il cui fare regolato dalla ragione strumentale che garantisce la corrispondenza dei mezzi ai risultati che la tecnica si propone, ha subordinato a sé l'agire ossia la scelta dei fini a cui da sempre sono deputate l'etica e la politica, a cui spetta di decidere quale orientamento dare al "fare", e quali delle azioni politiche sono da "fare". Se tutto ciò ci persuade, è allora evidente che il problema del lavoro, in cui trova espressione il fare produttivo, non può essere considerato limitatamente all'ambito dell'economia, perché ciò vorrebbe dire che solo l'economia è in grado di dare espressione all'uomo, il quale non avrebbe come suo riferimento altro orizzonte di senso se non quello determinato dal fare produttivo. A sua volta il lavoro, non avendo altra finalità se non quella di concorrere all' incremento infinito della produzione non sarebbe piÙ il luogo in cui l'uomo, realizzandosi, incontra se stesso, le sue capacità, le sue ideazioni, l'attuazione della sua progettualità, ma solo il luogo in cui l'uomo tocca con mano la sua strumentalità, il suo essere semplice appendice delle macchine, che nel loro insieme compongono l'apparato tecnico, interessato solo al proprio potenziamento e non alle sorti dell'uomo.
Se oggi il lavoro è la condizione di ogni diritto, se è stato possibile raggiungere questo risultato solo grazie a quella lunga e sanguinosa storia che ha portato al superamento della dicotomia tra uomini ritenuti tali a pieno titolo perché liberi dal lavoro e uomini-schiavi, oggi il rischio è di cadere nella condizione opposta che porta all'identificazione esclusiva dell'uomo con il suo lavoro.
La proposta concreta di Francesco Totaro, dedotta dalle ottime considerazioni teoriche che la giustificano, è quella di passare gradatamente dal lavoro come produzione (che ha in vista solo la sua crescita esponenziale senza ragione e senza perché) al lavoro come servizio dove la produzione non ha in vista solo beni e merci (di cui al limite non sappiamo neanche cosa farcene, se non fosse per i bisogni e i desideri "indotti", cioè a loro volta "prodotti"), ma anche erogazione di tempo, di cura, di relazione. I profili lavorativi che potrebbero nascere da questa nuova visualizzazione del lavoro (di cui la società già ne sente a livello massiccio l'esigenza, se dobbiamo giudicare dal gran numero di persone che si dedicano al volontariato) sarebbero profili lavorativi che potrebbero trovare non solo una reale e massiccia domanda, ma anche un significativo riconoscimento economico, se l'economia, che pensa sempre e solo alla produzione, sapesse diversificare i suoi prodotti e incominciare a produrre non solo merci e sempre più merci, ma anche e in misura crescente servizi per la persona e per la relazione tra le persone.
Nel mondo dell'opulenza compriamo, in modo maniacale, merci e sempre più merci per compensare la depressione che ci deriva dalla mancanza di relazioni, che siano vere e non solo funzionali, come esige la logica del lavoro. Non sarebbe impossibile invertire la tendenza, perché la felicità, nonostante la pubblicità vi alluda, non ci viene dall'ultima generazione di detersivi, di telefonini o di computer, e più in generale di "prodotti", ma da uno straccio di "relazione" in più che il lavoro come servizio (e non solo come produzione) potrebbe incominciare a garantire.
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