L'INCERTO CAMMINO VERSO LA VERITA'| Pubblicata da Bollati un'ampia selezione delle conferenze tenute da Ludwig Boltzman dove il fisico austriaco affronta l'avvicendarsi di paradigmi scientifici un secolo prima di Kuhn |
|
| Ludwig Boltzman, "Modelli
matematici, fisica e filosofia. Scritti divulgativi", a cura di C. Cercignani, Bollati Boringhieri, 1999, pp. 210, L. . 35.000 | Wittgenstein lo inserì in cima all'elenco (non lungo) di coloro che lo avevano influenzato. Lenin ne elogiò la gnoseologia,
che "in sostanza è materialistica ed esprime l'opinione della maggioranza degli scienziati". Popper confessava di sapere della sua
filosofia molto meno di quanto avrebbe dovuto e tuttavia dichiarava di condividerla "più da presso, forse, di qualsiasi altra
filosofia". Eppure mancava una traduzione italiana delle conferenze (pubblicate originariamente nel 1905 con il titolo di
Populäre Schriften) nelle quali il fisico austriaco Ludwig Boltzmann (1844-1906), noto per i suoi contributi fondamentali allo
sviluppo della teoria cinetica dei gas e della termodinamica statistica, aveva esposto le sue idee filosofiche sulla scienza e, in
particolare, sulla fisica teorica. Benvenuta, pertanto, l'iniziativa editoriale di pubblicarne un'ampia selezione (Modelli
matematici, fisica e filosofia. Scritti divulgativi, a cura di C. Cercignani, Bollati Boringhieri, 1999, pp. 210, L. . 35.000),
tanto più che la lettura ne rivela una perdurante attualità.
In un certo senso, infatti, l'epistemologia di Boltzmann contiene la prima consapevolezza della "inevitabilità" del cambiamento di
idee nella scienza e, insieme, il tentativo di evitare gli esiti relativistici che hanno segnato il dibattito sulla gnoseologia nel
Novecento. "Se consideriamo più da vicino il processo evolutivo della teoria - scrive Boltzmann oltre mezzo secolo prima di
Kuhn - salta agli occhi per prima cosa che esso non ha luogo in modo così continuo come ci si aspetterebbe, ma è anzi pieno di
discontinuità". Proprio quando si ritiene che i metodi utilizzati abbiano dato i migliori risultati possibili, "all'improvviso questi
metodi risultano esauriti e ci si sforza di trovarne di completamente nuovi e disparati. Si sviluppa allora una lotta fra i sostenitori
dei vecchi metodi e gli innovatori. Il punto di vista dei primi viene definito dagli oppositori come antiquato e superato, mentre
questi insultano gli innovatori in quanto corruttori dell'autentica scienza classica". E non è detto che dal confronto qualcuno
sortisca "vincitore": è anzi concepibile "la possibilità di due teorie completamente differenti che siano entrambe semplici e
concordino ugualmente bene con i fenomeni e che dunque, sebbene completamente diverse, siano entrambe ugualmente
giuste". Ma ciò ovviamente pone un problema: che ne è della pretesa della scienza di giungere alla "verità oggettiva"?
Sono noti gli esiti del dibattito, sviluppatosi particolarmente nella seconda metà di questo secolo: le teorie scientifiche sono state
progressivamente declassate al rango di semplici "convenzioni linguistiche" e gli "oggetti fisici" (enti teorici o osservabili che
fossero) sono stati ridotti a meri "postulati culturali, paragonabili, da un punto di vista epistemologico, agli dèi di Omero"
(W.V.O. Quine). In mancanza di un criterio oggettivo che consentisse di decidere quale, tra due teorie rivali, fosse quella giusta
e quella sbagliata, il postulato della "referenzialità extralinguistica" degli oggetti fisici - cioè l'idea che ad essi corrisponda una
qualche "realtà oggettiva" - è stato per lo più abbandonato. E le conseguenze cominciano a manifestarsi pesantemente, se è
vero - come ci ricorda Marco D'Eramo (il manifesto, 20 agosto) - che più della metà degli statunitensi crede che la terra sia
stata creata da Dio poco più di 10.000 anni fa e sulla stampa americana si arriva a leggere che il creazionismo è un'ipotesi
buona come l'evoluzionismo su come è cominciato l'universo. Tuttavia lo scienziato Boltzmann rifiuta un approdo solipsistico e
continua a professarsi "materialista": "l'idealismo asserisce che esistono solo l'Io e le varie idee, cercando di spiegare la materia
a partire da queste. Il materialismo parte dall'esistenza della materia e cerca di spiegare le sensazioni a partire da questa" (chi ha
letto Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin riconoscerà il nocciolo della tanto vituperata "teoria del riflesso").
Il problema è che l'adesione al materialismo rischia di restare una "professione di fede" se non si chiarisce teoricamente in che
modo il venir meno di certezze scientifiche "assolute" non debba metter capo al riconoscimento dell'arbitrarietà di ogni teoria: e
qui Boltzmann manca l'obiettivo, giacché una volta ammesso che "può essere una questione di gusti" lo stabilire "attraverso
quale rappresentazione dei fenomeni ci sentiamo più soddisfatti", la strada per affermare che "l'attuale separazione tra scienza e
arte è del tutto artificiale" (come dirà poi Feyerabend) è spianata. Si trova, è vero, in lui la consapevolezza della inevitabile
"limitatezza" di ogni teoria e l'intuizione che lo scetticismo gnoseologico e la tentazione solipsistica sono il frutto (marcio)
dell'"eccessiva fiducia nelle leggi del pensiero". Gli manca, tuttavia, la comprensione del legame dialettico tra il materialismo
filosofico e il processo di sviluppo della conoscenza scientifica, di cui pure coglie la dinamica. E il "guaio fondamentale" del
materialismo "metafisico" sta proprio, dirà poi Lenin, "nell'incapacità di applicare la dialettica alla Bildertheorie [teoria del
riflesso, del rispecchiamento, ndr |