| A CENTO ANNI DALLA NASCITA | Persino Skidelsky il biografo di Keynes, dell'economista più
diverso da Von Hayek ormai scrive: "Hayek è divenuta la
personalità intellettuale più influente nell'ultimo quarto del
XX secolo". Ammissione del fatto, a tutti evidente, che
l'idee liberiste di quest'austriaco all'antica, economista e
gran erudito, nato cent'anni fa e morto nel 1992, hanno
ovunque soppiantato quelle di Keynes. Al quale Von
Hayek riconobbe peraltro un solo pregio: "Coloro di noi
che ebbero la fortuna di incontrarlo personalmente,
sperimentarono il magnetismo del conversatore brillante... e
il tono suadente della voce".
Ma il fascino della personalità non bilanciava secondo
Hayek i difetti dell'economista, anzitutto la sua volubilità. Il
grande sforzo che Hayek dedicò ad una recensione critica
al Treatise of Money di Keynes finì nel nulla. "Grande fu il
mio disappunto quando tutto il mio sforzo svanì, perché
dopo la pubblicazione del mio articolo, egli mi disse che nel
frattempo aveva cambiato parere e non credeva più a ciò
che aveva scritto in quell'opera". Perciò, da ordinato
asburgico qual era Von Hayek, non tornò all'attacco
quando Keynes pubblicò la General Theory.
Keynes gli pareva un dilettante. E di lui appunto scriveva:
"Era per dote innata più un artista e un politico, che uno
scienziato e uno studioso". E ancora "La sua personalità si
presentava con tanti aspetti che quando si arrivava a
valutarlo come uomo sembrò quasi irrilevante che si potesse
considerare la sua dottrina economica falsa o pericolosa".
Ed, in effetti, l'ultima volta che incontrò Keynes, durante la
guerra, discussero felicissimi non d'economia, ma piuttosto
d'una collezione di libri elisabettiani.
Ma, se il fallimento delle politiche keynesiane durante gli
anni settanta fece riscoprire Von Hayek, neppure lui può
definirsi solo economista. "Penso che ho imparato più da te
che da ogni altro pensatore eccetto forse Alfred Tarsky" scriveva Karl Popper in una lettera a Von Hayek del 1944.
E non gli mancarono neppure gli elogi dei neurologi, come
Edelmann, giacché fu sempre Von Hayek a intuire per
primo l'interconnessione particolare tra le cellule cervicali.
Peraltro agli economisti che oggi l' elogiano o lo denigrano,
Hayek rassomigliava assai poco. Egli disprezzava i
matematismi e considerava la contabilità nazionale un
assurdo, e soprattutto era un erudito austriaco di vecchio
stampo, per cui non esisteva solo l'economia.
Da ufficiale d'artiglieria aveva partecipato alla battaglia del
Piave, sulla quale aveva idee assai diverse da quelle che si
ritrovano nei nostri libri di scuola. Dopodiché, meno che
ventenne, s'appassionò alle idee di Ernst Mach, per cui
l'uomo è null'altro che una camera invasa dalle sensazioni. E
proprio per il suo materialismo era stato discriminato
nell'ambiente universitario. Eppure, quando nel '27 cofondò
l'Istituto Austriaco per lo Studio della Congiuntura, già
aveva collezionato una quantità di libri d'economisti d'ogni
epoca inaudita. Nel 1931 tenne quattro famose lezioni alla
London School of Economics and Political Science, che gli
valsero a trentatré anni la cattedra Tooke di economia e
statistica, e una fama improvvisa, ma presto delusa e
interrotta.
Già dai primi anni quaranta smise di occuparsi d'economia,
isolato e impotente ad opporsi ormai al dilagare dei seguaci
di John Maynard Keynes. Addirittura nel 1949 abbandonò
la London School per esiliarsi a Chicago. Era stimato, in
quegli anni, come scienziato politico e per i suoi studi di
psicologia teoretica. Ma nel 1974 vinse il premio Nobel,
divenendo inviso ai marxisti e alle sinistre, in modo così
morboso, assai più di quanto il liberismo possa spiegare.
Forse perché era materialista e darwiniano, ma non era di
sinistra. La sua teoria della selezione competitiva delle
istituzioni implicava anzi nelle scienze sociali la più
reazionaria delle concezioni. Ma partiva da fondamenti
materialisti, originari per ogni sinistra. Eppure con
conclusioni opposte. "Siamo portati a credere erroneamente
che la morale, la legge, le abilità e le istituzioni siano
giustificate solo in quanto corrispondono a un qualche
disegno precostituito". Ma, per Hayek esse
corrispondevano a tutt'altro: ad un adeguarsi faticoso di
norme comportamentali sedimentate nei millenni.
Von Hayek credeva in un darwinismo in cui finiscono col
prevalere le norme più efficienti: "norme che vengono
semplicemente osservate nella pratica, ma che non sono mai
state formulate a parole esplicitamente". E, se la più parte
delle norme neppure si riesce a formularle a parole, allora
era per lui ridicolo e nocivo tentare di costruirle ad arte. E
del resto Hayek criticò non solo il concetto di giustizia
sociale, definendolo "una formula vuota", ma anche
l'utilitarismo. Marx o Rousseau o il liberismo utilitarista
erano tutti per lui nel torto: ostacolavano il comporsi delle
società, sovrapponendole perniciose astrazioni. Rovinavano
norme evolute lentamente, ad un ordine ch'era il migliore
possibile. Convinzione che tradisce in lui il reazionario che
guarda indietro ammirato all'ancien régime: natura non facit
saltus. Forse se ripensiamo agli argomenti che un qualunque
funzionario dell'Imperial Regia Amministrazione asburgica in
Italia avrebbe usato per contraddire Pellico o altri liberali
commossi, dobbiamo riconoscere che sarebbero gli stessi
di Hayek. Rifare l'Italia, unirla? Un azzardo costruttivistico:
s' era nei Secoli lentamente selezionato un equilibrio adatto,
distorcerlo avrebbe rovinato gli italiani.
Così come, per lui, avevano torto i seguaci di Keynes, nel
prendere alla lettera i suoi consigli d'usare la politica
monetaria per influenzare la congiuntura. I difetti della
congiuntura dipendevano dall'offerta, non dalla domanda. E
l'11 dicembre del 1974 il premio Nobel premiò il
riconoscimento di un'evidenza. La spesa pubblica e la
conseguente emissione monetaria distorcevano i prezzi
relativi, senza creare occupazione. La Stagflazione,
l'impotenza per un certo livello programmato d'inflazione di
produrre abbastanza occupazione, screditava il keynesismo.
La Thatcher eleggeva il reazionario materialista Von Hayek,
a suo campione. Poco contano ora i biasimi o gli elogi (a
proposito, si è aperta due giorni da a Verona, nella
bibilioteca civica, una mostra fotografica a lui dedicata).
Certo anche gli economisti suoi tifosi, gli rassomigliano in
fondo assai poco.
Il discorso che Von Hayek tenne in occasione del Nobel
contraddiceva Keynes, ma pure screditava l'agire scientifico
del 99 per cento degli economisti, seguaci di Keynes o
Monetaristi. Ridicolizzò: "la tendenza degli economisti a
imitare il più possibile i metodi seguiti dalle scienze fisiche
con tanto successo"; ridisse insensato supporre delle
relazioni di causa ed effetto tra aggregati logici come sono il
PIL e quelle grandezze della contabilità nazionale da cui
siamo ormai quotidianamente tediati; e ribadì che persino
dalla teoria microeconomica potessero trarsi conclusioni
molto modeste.
Di questo aspetto salutare delle sue idee, nessuno però
tiene molto conto; così, come del fatto che egli fosse per il
free banking e contro l'Euro. L'impressione è che amici e
nemici n'abbiano dato un'immagine stereotipata, comunque
convenzionale. Criticandolo sovente per quello in cui aveva
ragione; e trascurando una evidenza assai paradossale.
Anche il boom dei mercati borsistici, la finanziarizzazione
americana del sistema economico è un frutto del
costruttivismo e non del libero agire delle forze economiche.
Fu la segmentazione del sistema bancario, la fine delle
banche d'investimento alla tedesca, imposta dal
Glass-Steagall Act, a potenziare il ruolo della borsa e della
finanza nel sistema americano. Altrimenti si sarebbe
mantenuto negli USA un sistema integrato banca industria.
Cosa che non è avvenuta. Ma applicandovi lo schema di
Von Hayek, anche il Glass Steagall Act fu una violazione
costruttivista, contro il libero svolgersi delle istituzioni.
Stranezza alla quale per certo si baderà poco, tra odi e lodi
di questo centenario. |