| Cosa vuol dire essere una persona |
| Edith Stein, "Introduzione alla filosofia", Città Nuova, Roma 1999, pagg.
129, L. 35.000 | Si dice che Edith Stein solesse affermare con tranquilla, sorridente
modestia che un convertito in più non significa affatto un ebreo in meno.
Oggi sappiamo con certezza che una santa in più in Paradiso non
significa necessariamente un filosofo in meno. A chi volesse verificarlo di
persona, si offre oggi in traduzione italiana (di Anna Maria Pezzella)
l'Introduzione alla filosofia (con utile prefazione di A. Ales Bello). Un
testo rielaborato a più riprese, cresciuto intorno a un solido, chiarissimo
impianto lungo gli anni della giovinezza e della prima maturità, fra il '17 e
il '31, fra il tempo dell'assistentato con Husserl e gli ultimi tentativi di
trovare un approdo nel mondo accademico tedesco. Un manoscritto mai
pubblicato in vita, ma che ha accompagnato, crescendo, una vita: era la
tela di fondo delle lezioni e delle conferenze, il terreno in cui affondano
radici i pochi scritti filosofici pubblicati in vita, per non parlare dei molti
non pubblicati e perfino di quelli metafisico-teologici e spirituali oltre i
quali questa vita si conclude, nell'"ultima dimora" di Auschwitz.
Un manoscritto che fu forse la vera casa di Edith Stein per molti anni,
finché visse nella luce delle apparenze: la quale per un fenomenologo
annuncia sempre quella delle essenze. Ma anche dopo, se perfino
quando divenne Suor Teresa Benedetta della Croce, la Stein se lo portò
dietro fino a che le fu possibile, fino in Olanda dove aveva dovuto fuggire,
e dove lo custodì nella sua cella al Carmelo di Echt. Fino in fondo alla
notte oscura dunque Edith portò con sé questa luminosa casa della sua
mente, con le sue due grandi finestre aperte sulla Natura e sulle
Persone, sui lati impersonale e personale dell'universo, che ella amò
parimenti, di spinoziano, imparziale, esatto amore.
Perciò la trasparente struttura del libro, in due parti, che riprendono
l'articolazione del Secondo libro delle Idee di Husserl, pur innovando
assai sui contenuti: Il problema della filosofia della natura e I problemi
della soggettività. Nelle sue lettere questo manoscritto che crebbe fino a
oltre settecento pagine Edith lo chiama semplicemente "il mio lavoro" o,
con affettuoso sgomento, "il mostro". Un'opera di fenomenologia pura e
rigorosa, in due parti che corrispondono alle due principali "regioni
ontologiche": quella delle mere cose (materiali) e quella di quelle cose
che non sono soltanto oggetti, e che a oggetti si rifiutano di lasciarsi
ridurre, sia per la conoscenza che per la morale: le persone. Le quali
appunto si danno a conoscere e richiedono di essere trattate anche
come soggetti, di esperienza e riflessione, di sensibilità, volontà e
azione.
Questo lato del suo pensiero, la teoria fenomenologica di ciò che noi
siamo e dei modi in cui conosciamo gli altri e noi stessi, è
indubbiamente il lato più ricco di contributi originali a quello che è a
nostro parere l'avvenire della fenomenologia: una teoria dell'individualità
essenziale e della conoscenza dell'individuale. Già questo programma
basterebbe a mandare all'aria una serie di pregiudizi tenaci quanto
stupidi sulla natura della fenomenologia, per esempio che non si occupi
di realtà o di ciò che le cose sono, ma solo di coscienza, o di ciò che le
cose paiono. Oppure che possa al meglio ridursi a una versione "della
logica e dell'epistemologia", cosa che nel linguaggio impoverito dei nostri
giorni equivarrebbe per molti a disconoscere i diritti del cuore e della vita.
Che si occupi solo della coscienza nella sua forma cognitiva e non
anche in quelle sue altre forme che non sono meno suscettibili e meno
bisognose di chiarificazione filosofica: il sentire, il volere, l'agire. (Ne
approfittiamo per segnalare una svista della traduzione che compromette
l'intelligibilità di questo importante passaggio, p. 41-42. D'altra parte la
scrittura del testo originale, non rivista per la pubblicazione, ricorda più
l'ascesi che la grazia: l'ardua scommessa di renderla in un italiano
leggibile ci pare sostanzialmente vinta, anche se qua e là gioverebbe più
coraggio nelle scelte terminologiche che introducono concetti di conio
nuovo, come ad esempio quello di Eigenart, lo stile proprio di una
persona).
Ma anche al pregiudizio opposto, che il pensiero di Edith Stein si riduca
in fondo a una variante di spiritualismo (cattolico), questa parte del libro
procura una limpida smentita. Paul Ricoeur, il decano della filosofia
ermeneutica, scriveva in anni recenti "il personalismo è morto, ritorna la
persona". Purtroppo la via del ritorno cui pensava Ricoeur passa per
troppi détour storico-filosofici, filosofico-politici, narratologici e semantici
per approdare alla questione vera: che tipo di individui siamo noi? Siamo
come gli individui secondo Leibniz, che sono ciascuno una fonte infinita
di informazione e per così dire una diversa colata dell'universo intero, o
come gli individui secondo Aristotele, che hanno in comune tutto
l'essere che conta come realtà e per la conoscenza, cioè l'essenza?
Solo da una risposta a questa questione ci si può aspettare un po' di
chiarezza sulla radice del dibattito che dura da un secolo e più, e che
oppone scienza e cultura, studio dell'aspetto impersonale e studio
dell'aspetto personale del mondo. Un dibattito sterilmente rimasto, per
tutto il secolo, confinato al problema dei "metodi" (delle scienze "della
natura" o "della cultura"), e che oggi, finalmente, scende sul terreno
ontologico: esiste o no un aspetto fondamentale e personale della
realtà? In breve: noi e le nostre opere esistiamo veramente al modo in
cui ci pare di esistere, o questa apparenza va ricondotta a tutt'altra
realtà?
Le scienze cognitive, e la filosofia che se ne ispira, lanciano oggi una
sfida seria a tutti coloro che non riescono a rassegnarsi all'alternativa fra
un dualismo neo-cartesiano, con le sue spettrali cose pensanti
incastonate nelle macchine dei corpi, e una qualche versione della
"naturalizzazione della mente", sostanzialmente equivalente alla tesi che
noi non esistiamo, se non per modo di dire. Ecco perché la lettura della
prima parte di questo libro è altrettanto appassionante della seconda,
per chi voglia saggiare l'ipotesi se sia possibile rendere eguale giustizia
ai due lati, impersonale e personale, del mondo, senza cadere nel
dualismo né in una forma di riduzione della realtà all'impersonale. Che al
fondo - questa l'ipotesi da vagliare - si baserebbe su un millenario
errore del pensiero in materia di ontologia dell'individuale.
È strano come i teologi - che hanno forse ammirato Edith Stein più
come martire che come "dottore" - non sembrino essersi resi conto
della profondità delle conseguenze che il rigetto della dottrina
aristotelico-tomistica dell'individualità ha anche per la teologia, e per la
possibilità di gettare fondamenta nuove a una teoria della conoscenza
spirituale, come a una fenomenologia della vita interiore.
Non sono poche, dunque, le ragioni di studiare questo libro. E ci sono
almeno quindici pagine - la limpida introduzione, tratta da un testo
steiniano del '29, Il compito della filosofia - di cui consiglieremmo la
lettura a chiunque "guardi il mondo con gli occhi spalancati",
quand'anche ignori ancora tutto dei problemi di cui s'è detto. |