I l ministro del Lavoro Cesare Salvi si è distinto, in questa estate di uscite stravaganti, per la sua ragionevolezza. E forse si
deve a lui se sulle pensioni il governo ha toni meno accesi e ultimativi di quanto avesse nella bellicosa partenza di luglio.
Naturalmente è dall'esito che si giudicherà, ma anche le forme valgono.
E nella forma la distinzione che egli riafferma fra destra e sinistra sull'Unità di ieri a proposito dello stato sociale è importante.
Anche Cofferati e Trentin hanno detto, qualche settimana fa: non è che in nome della modernità le differenze sull'idea di società
siano ormai consumate. Ma quali sono queste differenze?
Lo stato sociale non è una invenzione del socialismo; una società che si pretende non capitalistica non ne ha bisogno. Non è
neanche una invenzione della socialdemocrazia o del Labour, anche se le socialdemocrazie, specie quelle nordiche, e il Labour
prima di Tony Blair sono quelle che più l'hanno praticata. Il Welfare è un invenzione del liberale lord Beveridge, dopo il
fallimento delle politiche sulla povertà che avevano accompagnato la crescita dell'Inghilterra vittoriana, signora dei mari e prima
potenza economica e militare del mondo. Era in questo trionfo produttivo che era cresciuta la grande povertà, le misure a difesa
dei poveri dell'ultimo decennio del secolo non l'avevano frenata e nel 1909 il "Rapporto di minoranza" degli allora giovani
coniugi Webb e Beveridge, lo denunciava. La crisi del 1929 avrebbe messo fine alle ultime speranze di un sistema che guarisce
le sue piaghe da solo. I famosi "giganti malefici" delineati da Beveridge - Bisogno, Ignoranza, Malattia, Vecchiaia e Squallore -
si rivelavano non come frutto d'un ritardo ma della crescita, e non risolvibili con la crescita spontanea ma anzi tendenti a
riprodursi in essa senza via d'uscita. Dalla "Teoria generale dell'occupazione" di Keynes nel 1936 al cosidetto Piano Beveridge
del 1942 e 1944, non sono le sinistre ma un paio di lords pensanti che portano avanti questo tema. Il Labour, abbattuto dopo
la guerra Churchill, ne avrebbe realizzato le idee con il National Insurance Act e il servizio sanitario nazionale. Siamo attorno al
1948.
Quale ne è la filosofia? Non già come scrive Cesare Salvi, proteggere le figure deboli, ma rendere diritti universali alcuni beni
fondamentali: lo spettro del Bisogno sarebbe stato vinto da politiche di piena occupazione, l'Ignoranza attraverso la gratuità
obbligatoria degli studi, la Malattia attraverso il servizio sanitario nazionale, la Vecchiaia attraverso la previdenza. Era una sorta
di base della cittadinanza, servizio uguale per tutti e cui tutti contribuivano proporzionalmente al reddito.
Questa è stata la differenza del Welfare rispetto all'idea caritativa della destra e al solidarismo dei cattolici. Le sinistre comuniste
ne hanno, se mai, dubitato, vedendovi un sistema di occultamento dello scontro di classe che continuava a svilupparsi. Chi è
oggi, caro Salvi, il lord Beveridge, il lord Keynes in Italia? Si ritorna alle leggi per i poveri, i deboli, ai servizi differenziati per chi
li può pagare e chi no. Tutto il dibattito estivo resta limitato nell'orizzonte, diciamo, del 1906. A proposito di modernità. |