Politica e cittadini, vocabolario| Dal caso Weimar alla delega per via mediatica: chi rappresenta chi? |
| Rappresentanza è un termine dal significato apparentemente semplice. ma il dilemma
che il filosofo della politica si pone è se si tratti semplicemente dello «stare "al posto
di un altro" o di qualcos'altro». Imbocca subito la seconda via Bruno Accarino nel
volume Rappresentanza, edito dal Mulino (pagine 184, lire 18.000) nella nuova
serie «Lessico della politica» diretta da Carlo Galli, che sarà in libreria a giorni
insieme ad altri tre titoli: Costituzione di Maurizio Fioravanti, Libertà, di Mauro
Barberis e Stato di Pier Paolo Portinari.
La complessità storica e teorica di questi concetti è spesso vanificata oggi da
riduzioni semplicistiche e spesso prive di fondamento. Sono termini problematici, la
cui chiarificazione concettuale è la base non solo per le dispute tra studiosi, ma
anche per un corretto esercizio della cittadinanza. E ogni parola, come ben
esemplifica il saggio di Accarino, ne porta con sé una miriade di altre in un
caleidoscopio, nel quale distinguere e ordinare diviene una necessità. Anche
rappresentanza ha un «plusvalore semantico-politico», che «scandisce con la sua
assenza, quando le circostanze storiche lo dissolvono, i momenti di crisi dell'ordine
politico». Addirittura, come sosteneva Carl Schmitt, in relazione alla coppia di
concetti correlati assenza/presenza, nella rappresentanza si manifesta «una più alta
specie di essere».
Questo «di più» lo rende, dunque, irriducibile al solo sistema politico: «La
rappresentanza non parla solo di politica» - prosegue Accarino - come già notava
Hegel «parla anche del rapporto tra amministrazione e politica, degli officia, delle
cariche istituzionali, delle sfere che non ubbidiscono al principio elettivo-rappresentativo». E di fronte alla separazione odierna tra le due realtà, che
assegna alla seconda «cioè al luogo proprio della rappresentanza compiti e funzioni
che non si direbbero più nemmeno subordinati, ma ormai inafferrabili» - nota lo
studioso, docente di Storia delle dottrina politiche a Firenze - «sembra impallidire»
anche la disputa tra discontinuisti e continuisti, cioè tra chi vede una grande cesura
nell'evoluzione storica del concetto di rappresentanza con il sorgere dello Stato
moderno e chi attraverso la genealogia del concetto fa emergere «imbarazzanti
elementi di continuità» per la coscienza democratica moderna. L'indietreggiare della
apolitica provoca inevitabilmente «nostalgie e passatismi». «nel sentire comune,
rappresentanza è sinonimo di appropriazione indebita, fiducia carpita e non ripagata,
tradimento delle aspettative degli elettori e mancanza di spirito pubblico». Dopo
aver descritto alcune teorie sociologiche sulla delega vista all'interno del
funzionamento dei gruppi, l'autore sposta il fuoco sulla storia e teoria delle istituzioni:
questa consente di comprendere meglio il rapporto evolutivo del concetto in esame.
In questa prospettiva si nota «una tendenza dall'impersonalizzazione della
mediazione istituzionale come tendenza di lungo periodo non controbilanciata da
ricorrenti "esplosioni" personalistiche o carismatiche capace comunque di influenzare
i nuovi assetti della politica in quanto tale in un'epoca che si avvia al terzo millennio».
E oggi, dunque? Dopo un excursus sulla fine della teologia politica fino a Marsilio da
Padova e Nicolò Cusano, sul pensiero di Hobbes con il suo tentativo di
«contrapporre al pluralismo medievale» l'«unità razionale di un potere univoco»,
l'autore si addentra sul dibattito suscitato nel Novecento dal caso Weimar. «Il
nostro secolo sembra ereditare» da quella vicenda «l'impronta
dell'irrappresentabilità». Torna un neocorporativismo, «un sistema di mediazioni di
interessi le cui componenti essenziali trovano un riconoscimento statale, e a cui viene
concesso in alcuni settori un monopolio di rappresentanza in cambio, tra l'altro, della
selezione del personale dirigente». Molte istanze sociali restano ai margini. E alla
disaffezione si accompagna il cinismo dell'"individualismo razionale: cioè l'intrattenere
con il politico di professione un rapporto di «do ut des», al di là della «delega
forfettariamente concessa per via mediatica». |