RASSEGNA STAMPA

28 AGOSTO 1999
GIANNI SANTAMARIA
Politica e cittadini, vocabolario
Dal caso Weimar alla delega per via mediatica: chi rappresenta chi?
Rappresentanza è un termine dal significato apparentemente semplice. ma il dilemma che il filosofo della politica si pone è se si tratti semplicemente dello «stare "al posto di un altro" o di qualcos'altro». Imbocca subito la seconda via Bruno Accarino nel volume Rappresentanza, edito dal Mulino (pagine 184, lire 18.000) nella nuova serie «Lessico della politica» diretta da Carlo Galli, che sarà in libreria a giorni insieme ad altri tre titoli: Costituzione di Maurizio Fioravanti, Libertà, di Mauro Barberis e Stato di Pier Paolo Portinari. La complessità storica e teorica di questi concetti è spesso vanificata oggi da riduzioni semplicistiche e spesso prive di fondamento. Sono termini problematici, la cui chiarificazione concettuale è la base non solo per le dispute tra studiosi, ma anche per un corretto esercizio della cittadinanza. E ogni parola, come ben esemplifica il saggio di Accarino, ne porta con sé una miriade di altre in un caleidoscopio, nel quale distinguere e ordinare diviene una necessità. Anche rappresentanza ha un «plusvalore semantico-politico», che «scandisce con la sua assenza, quando le circostanze storiche lo dissolvono, i momenti di crisi dell'ordine politico». Addirittura, come sosteneva Carl Schmitt, in relazione alla coppia di concetti correlati assenza/presenza, nella rappresentanza si manifesta «una più alta specie di essere». Questo «di più» lo rende, dunque, irriducibile al solo sistema politico: «La rappresentanza non parla solo di politica» - prosegue Accarino - come già notava Hegel «parla anche del rapporto tra amministrazione e politica, degli officia, delle cariche istituzionali, delle sfere che non ubbidiscono al principio elettivo-rappresentativo». E di fronte alla separazione odierna tra le due realtà, che assegna alla seconda «cioè al luogo proprio della rappresentanza compiti e funzioni che non si direbbero più nemmeno subordinati, ma ormai inafferrabili» - nota lo studioso, docente di Storia delle dottrina politiche a Firenze - «sembra impallidire» anche la disputa tra discontinuisti e continuisti, cioè tra chi vede una grande cesura nell'evoluzione storica del concetto di rappresentanza con il sorgere dello Stato moderno e chi attraverso la genealogia del concetto fa emergere «imbarazzanti elementi di continuità» per la coscienza democratica moderna. L'indietreggiare della apolitica provoca inevitabilmente «nostalgie e passatismi». «nel sentire comune, rappresentanza è sinonimo di appropriazione indebita, fiducia carpita e non ripagata, tradimento delle aspettative degli elettori e mancanza di spirito pubblico». Dopo aver descritto alcune teorie sociologiche sulla delega vista all'interno del funzionamento dei gruppi, l'autore sposta il fuoco sulla storia e teoria delle istituzioni: questa consente di comprendere meglio il rapporto evolutivo del concetto in esame.
In questa prospettiva si nota «una tendenza dall'impersonalizzazione della mediazione istituzionale come tendenza di lungo periodo non controbilanciata da ricorrenti "esplosioni" personalistiche o carismatiche capace comunque di influenzare i nuovi assetti della politica in quanto tale in un'epoca che si avvia al terzo millennio».
E oggi, dunque? Dopo un excursus sulla fine della teologia politica fino a Marsilio da Padova e Nicolò Cusano, sul pensiero di Hobbes con il suo tentativo di «contrapporre al pluralismo medievale» l'«unità razionale di un potere univoco», l'autore si addentra sul dibattito suscitato nel Novecento dal caso Weimar. «Il nostro secolo sembra ereditare» da quella vicenda «l'impronta dell'irrappresentabilità». Torna un neocorporativismo, «un sistema di mediazioni di interessi le cui componenti essenziali trovano un riconoscimento statale, e a cui viene concesso in alcuni settori un monopolio di rappresentanza in cambio, tra l'altro, della selezione del personale dirigente». Molte istanze sociali restano ai margini. E alla disaffezione si accompagna il cinismo dell'"individualismo razionale: cioè l'intrattenere con il politico di professione un rapporto di «do ut des», al di là della «delega forfettariamente concessa per via mediatica».
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vedi anche
Filosofia (e) politica