RASSEGNA STAMPA

28 AGOSTO 1999
ENZO MARZO
La libertà e i suoi nemici
Oggi restano sempre valide le lezioni di Berlin, Tocqueville e Constant
"Libertà" di Mauro Barberis (pagine 147, lire 18.000) è uno dei quattro volumi da oggi in libreria di una nuova collana de Il Mulino intitolata "Lessico della politica". Gli altri titoli sono "Costituzione" di Maurizio Fioravanti, "Rappresentanza" di Bruno Accarino, "Stato" di Pier Paolo Portinaro. In un'epoca in cui le parole corrono il rischio di non pesare nulla e i valori essere dichiarati frettolosamente morti, opera meritoria è rilavorare sui termini del discorso politico e civile cercando di rintracciarne il senso nella loro storia. Poi, se la parola è assai impegnativa com'è Libertà, è encomiabile il lavoro di Mauro Barberis che ha dedicato a questo "valore" 150 dense pagine che rientrano in un nuovo Lessico della politica. Barberis aveva davanti a sé tante strade. La più pericolosa era barcamenarsi tra una tesi e un'altra rifugiandosi nell'asetticità tipica d'una voce d'enciclopedia. Ma, siccome la libertà è contagiosa, l'autore ne ha approfittato facendo cadere fendenti su moltissime interpretazioni che vanno per la maggiore, fino ad arrivare allo sberleffo contro la nuova moda del "repubblicanesimo" resuscitato da Skinner.
Ma il lettore non paventi particolari difficoltà. Scrivere contro corrente, sottolineando il punto di vista che influenzerà l'intera ricerca, è soltanto un pregio raro che non disturba il fine ultimo del libro che resta pur sempre quello d'offrire un panorama il più completo possibile dell'evoluzione della "Libertà". E Barberis sa unire descrizione e critica. La sua tesi è semplice: la Libertà è sempre libertà da qualche vincolo (quindi s'identifica con la libertà negativa), tenendo presente che essa non può esistere senza regole, ma non nel senso che è la legge che garantisce la Libertà (come pensavano gli antichi, ma anche i repubblicani e i preliberali) ma al contrario è libertà dalle regole.
Sembra tesi astratta da abbandonare alla diatriba tra filosofi e politici, ma al contrario investe tutto l'aggrovigliarsi d'interpretazioni anche contraddittorie di questa parola affascinante quanto imprendibile. Incide nelle scelte d'ogni giorno. Oggi tutti si dichiarano retoricamente liberali, anche i più feroci avversari della Libertà come i monopolisti e i neoclericali. Di solito non sanno neppure di che si tratti. Se leggessero onestamente questo libretto, arrossirebbero della loro facciatosta.
All'autore è facile - classici alla mano - difendere la Libertà da qualunque connotazione aggiuntiva.
Quando la Libertà diventa le libertà, tendendo per di più a identificarsi con una sola di queste (per esempio, la libertà economica o l'equità o l'ordinamento democratico) perde il suo significato di valore prioritario in sé compiuto. Con questo punto di vista così chiaro, il nodo del liberalismo è tagliato di netto: del dibattito contemporaneo non resta che l'insegnamento di un Berlin dubbioso sulle sue stesse distinzioni, e giustamente vengono ridimensionati sia il politicamente inefficace Rawls sia i suoi critici neorepubblicani e comunitari (peraltro pericolosi per le letture semplicistiche che possono aizzare). Chi resta? Rimane il liberalismo classico insuperato: Stuart Mill, Tocqueville e soprattutto Constant. In tutti e tre il liberalismo divora la democrazia facendola propria, ma la supera concettualmente di gran lunga facendo notare assai modernamente che la stessa democrazia può diventare dispotismo, e in mille modi, non solo con lo strafare della maggioranza (attenzione al "dolce" dispotismo, avverte Tocqueville). La critica d'un secolo dopo all'uomo-massa è già tutta qui. Ed è per questo che tanti ghirigori attuali, soprattutto americani, non sono che orpelli aggiunti a una concezione liberale che già molti decenni fa trovava la sua definizione nella difesa non già da questo o quel governo più o meno dispotico ma dal Potere in quanto tale. Che poi, il potere pubblico sia più realistico "separarlo" piuttosto che annullarlo, ormai lo pensano tutti, meno che i sognatori anarchici e anarco-capitalisti. Ma per sapere che per il liberalismo autentico il separatismo, nonché il costituzionalismo, non siano sufficienti basta rileggere Constant. Su questo Barberis ha perfettamente ragione. Crediamo che, se la tesi d'un autore è così "dichiarata", ci si possa permettere il lusso anche di parlare di Libertà senza prendere in considerazione né DahrendorfPopper. Però restringere la Libertà al suo rapporto, positivo o negativo, con la Regola significa rinunciare a una compiuta storia dell'idea liberale. Perché Libertà - si può sostenere - è valore che coinvolge tutta la persona, è concezione del mondo, è mentalità. Se Barberis si fosse concesso questo piacere, sarebbe dovuto risalire a ben prima di Rousseau, a Montaigne e ai libertini, a un protoliberalismo che costituisce l'attualità dell'odierno liberalismo, alla Libertà come opposizione agli altari ancor prima che ai troni, alla Libertà che fa i conti e liquida la Verità, il Dovere, e la Morale unica e proveniente da un'unica fonte esterna a noi. E, con la scorta di questo recupero, sarebbe potuto ritornare ai nostri classici con la consapevolezza che il nemico della Libertà, il Potere, è concetto complesso che non fa riferimento solo all'organizzazione pubblica ma alligna in ogni relazione e va smascherato in tutti i suoi aspetti "privati", psicologici, metafisici.
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vedi anche
Filosofia (e) politica