| La libertà e i suoi nemici | "Libertà" di Mauro Barberis (pagine 147, lire 18.000) è uno dei quattro volumi da oggi in
libreria di una nuova collana de Il Mulino intitolata "Lessico della politica". Gli altri titoli
sono "Costituzione" di Maurizio Fioravanti, "Rappresentanza" di Bruno Accarino, "Stato"
di Pier Paolo Portinaro. In un'epoca in cui le parole corrono il rischio di non pesare nulla e i valori
essere dichiarati frettolosamente morti, opera meritoria è rilavorare sui termini del discorso politico
e civile cercando di rintracciarne il senso nella loro storia. Poi, se la parola è assai impegnativa
com'è Libertà, è encomiabile il lavoro di Mauro Barberis che ha dedicato a questo "valore" 150
dense pagine che rientrano in un nuovo Lessico della politica. Barberis aveva davanti a sé tante
strade. La più pericolosa era barcamenarsi tra una tesi e un'altra rifugiandosi nell'asetticità tipica
d'una voce d'enciclopedia. Ma, siccome la libertà è contagiosa, l'autore ne ha approfittato facendo
cadere fendenti su moltissime interpretazioni che vanno per la maggiore, fino ad arrivare allo
sberleffo contro la nuova moda del "repubblicanesimo" resuscitato da Skinner.
Ma il lettore non paventi particolari difficoltà. Scrivere contro corrente, sottolineando il punto di vista che influenzerà l'intera ricerca, è soltanto un pregio raro che non disturba il fine ultimo del libro che
resta pur sempre quello d'offrire un panorama il più completo possibile dell'evoluzione della
"Libertà". E Barberis sa unire descrizione e critica. La sua tesi è semplice: la Libertà è sempre
libertà da qualche vincolo (quindi s'identifica con la libertà negativa), tenendo presente che essa
non può esistere senza regole, ma non nel senso che è la legge che garantisce la Libertà (come
pensavano gli antichi, ma anche i repubblicani e i preliberali) ma al contrario è libertà dalle regole.
Sembra tesi astratta da abbandonare alla diatriba tra filosofi e politici, ma al contrario investe tutto
l'aggrovigliarsi d'interpretazioni anche contraddittorie di questa parola affascinante quanto
imprendibile. Incide nelle scelte d'ogni giorno. Oggi tutti si dichiarano retoricamente liberali, anche i
più feroci avversari della Libertà come i monopolisti e i neoclericali. Di solito non sanno neppure di
che si tratti. Se leggessero onestamente questo libretto, arrossirebbero della loro facciatosta.
All'autore è facile - classici alla mano - difendere la Libertà da qualunque connotazione aggiuntiva.
Quando la Libertà diventa le libertà, tendendo per di più a identificarsi con una sola di queste (per
esempio, la libertà economica o l'equità o l'ordinamento democratico) perde il suo significato di
valore prioritario in sé compiuto. Con questo punto di vista così chiaro, il nodo del liberalismo è
tagliato di netto: del dibattito contemporaneo non resta che l'insegnamento di un Berlin dubbioso
sulle sue stesse distinzioni, e giustamente vengono ridimensionati sia il politicamente inefficace
Rawls sia i suoi critici neorepubblicani e comunitari (peraltro pericolosi per le letture semplicistiche
che possono aizzare).
Chi resta? Rimane il liberalismo classico insuperato: Stuart Mill, Tocqueville e soprattutto
Constant. In tutti e tre il liberalismo divora la democrazia facendola propria, ma la supera
concettualmente di gran lunga facendo notare assai modernamente che la stessa democrazia può
diventare dispotismo, e in mille modi, non solo con lo strafare della maggioranza (attenzione al
"dolce" dispotismo, avverte Tocqueville). La critica d'un secolo dopo all'uomo-massa è già tutta
qui. Ed è per questo che tanti ghirigori attuali, soprattutto americani, non sono che orpelli aggiunti
a una concezione liberale che già molti decenni fa trovava la sua definizione nella difesa non già da
questo o quel governo più o meno dispotico ma dal Potere in quanto tale. Che poi, il potere
pubblico sia più realistico "separarlo" piuttosto che annullarlo, ormai lo pensano tutti, meno che i
sognatori anarchici e anarco-capitalisti. Ma per sapere che per il liberalismo autentico il
separatismo, nonché il costituzionalismo, non siano sufficienti basta rileggere Constant. Su questo
Barberis ha perfettamente ragione.
Crediamo che, se la tesi d'un autore è così "dichiarata", ci si possa permettere il lusso anche di
parlare di Libertà senza prendere in considerazione né Dahrendorf né Popper. Però restringere la
Libertà al suo rapporto, positivo o negativo, con la Regola significa rinunciare a una compiuta storia
dell'idea liberale. Perché Libertà - si può sostenere - è valore che coinvolge tutta la persona, è
concezione del mondo, è mentalità.
Se Barberis si fosse concesso questo piacere, sarebbe dovuto risalire a ben prima di Rousseau, a
Montaigne e ai libertini, a un protoliberalismo che costituisce l'attualità dell'odierno liberalismo, alla
Libertà come opposizione agli altari ancor prima che ai troni, alla Libertà che fa i conti e liquida la
Verità, il Dovere, e la Morale unica e proveniente da un'unica fonte esterna a noi. E, con la scorta
di questo recupero, sarebbe potuto ritornare ai nostri classici con la consapevolezza che il nemico
della Libertà, il Potere, è concetto complesso che non fa riferimento solo all'organizzazione
pubblica ma alligna in ogni relazione e va smascherato in tutti i suoi aspetti "privati", psicologici, metafisici. |