| Quanti modi per dire politica | La precisazione di Maurizio Viroli rispetto all'intervista da
me rilasciata a Antonio Gnoli (La Repubblica, 18/8 e 21/8)
invita a non dimenticare che al rapporto fra linguaggio e
politica inerisce una dimensione retorica, polemica e
persuasiva al tempo stesso. Se con ciò si vuole sostenere l'
utilità di studiare la retorica politica, cioè le strategie
discorsive attraverso le quali i politici hanno cercato di
persuadere avversari e seguaci, allora siamo d'accordo.
Si può essere d'accordo anche quando si sottolinea che la
politica ha a che fare con l'azione, con il conflitto e con le
passioni pubbliche, e che quindi le parole attraverso cui la
politica viene fatta e pensata non esprimono una verità
assoluta, matematica, ma un punto di vista parziale.
Qualcosa di simile avevo affermato anch'io, quando
sostenevo che il lessico politico non può più essere
interpretato come se esprimesse una necessità oggettiva; e
che anzi, superate queste pretese tipiche delle ideologie, se
ne devono studiare gli elementi costitutivi - i concetti - nella
loro storicità e concretezza, in quanto sono "veicolo di memoria e di storia, di progetti e di polemiche". Solo in
quanto storici, e quindi contingenti, i concetti politici
possono conoscere crisi, trasformazioni anche drammatiche
di significato. Oggi stiamo appunto vivendo il parziale
esaurimento del lessico politico moderno, e ciò comporta
l'esigenza di riconcettualizzare la politica, di ricostituire un
rapporto efficace - dal punto di vista sia di chi fa politica,
sia di chi la studia - fra le parole e la Cosa.
Ma questa insuperabilità della dimensione discorsiva della
politica - di cui, quindi, nessuno si dimentica - non significa
che non si possa formulare un discorso scientifico e critico
sul nesso parola/politica: tale discorso è appunto, nella
prospettiva mia e del gruppo di studiosi che dà vita a una
rivista come "Filosofia politica", la storia dei concetti.
Per di più, il rapporto fra parola e politica si è dato
storicamente in molti modi. Lo stesso Hobbes ne esprime
una possibilità, Hegel un'altra, Marx un'altra ancora, il
liberalismo una quarta, e così via. Se invece Viroli
implicitamente suggeriva che la dimensione linguistica della
politica sta nella specifica tradizione retorica che va da
Cicerone all'umanesimo civile e che poi attraverso
Machiavelli nutre il moderno repubblicanesimo, allora
questa - benché importante - è soltanto una delle possibili
declinazioni del rapporto fra parola e politica. Che la storia
dei concetti politici prende in attento esame, ma che non
può certo esaurire le modalità in cui si pratica, e si pensa, la
concretezza polemica e linguistica della politica. |