| Avanza l'Occidente ma non è un modello |
| David Gress, "From Plato to Nato - The Idea of the West and Its
Opponents", The Free Press, New York 1999, pagg. 618, $ 28. | Dieci anni fa, Francis Fukuyama pubblicava La fine della storia, nel quale
pronosticava, nel pieno del trauma rappresentato dalla caduta del
comunismo, uno sviluppo obbligato del pianeta verso il sistema di
mercato e la democrazia occidentale. Intervenendo sulla rivista "National
Interest", Fukuyama ha di recente ribadito le sue teorie, che non
considera intaccate né dalla recente crisi dei mercati asiatici ("che
rappresenta solo il punto più basso di un ciclo economico") né dal
permanere di regimi che tutto sono fuorché democratici ("dato che non
ho mai sostenuto che tutti i Paesi sarebbero diventati liberali"); e ha
denunciato ancora una volta i fallimenti delle illusioni del costruttivismo
sociale, che affondano le loro radici nelle degenerazioni della Rivoluzione
francese.
Ma se la democrazia liberale rappresenta non tanto il punto d'arrivo della
storia, quanto il modello sociale più coerente e compatibile col processo
di globalizzazione in corso, questo vuol dire che il modello occidentale
finirà col dilagare, o piuttosto il sistema di mercato potrà coesistere con
modelli sociali estranei alla cultura occidentale, che si è fatta sul
binomio di mercato e democrazia? Quello occidentale, insomma, può
diventare un modello esportabile anche in sistemi che sono storicamente
rimasti estranei alle grandi trasformazioni sociali, civili ed economiche
che hanno forgiato il capitalismo? La riposta dipende, innanzitutto, dal
modo in cui definiamo questo sistema, dall'identità che riconosciamo
alla tradizione occidentale che in realtà si presta a tante, contraddittorie
letture e interpretazioni.
E proprio lo sforzo di una lettura meno tradizionale, ma non per questo
meno convincente, di quella corrente è tentato con successo da David
Gress, direttore del Centro di studi sull'America e l'Occidente presso il
Foreign Policy Research Institute di Filadelfia.
La lettura corrente, sostiene Gress, si potrebbe definire la Grande
Retorica, o la Grande Chiacchiera: secondo i suoi sostenitori, Occidente
è sinonimo di modernità e il suo sviluppo s'identifica con quello di
un'idea astratta, la libertà, che dai Greci a oggi si sarebbe linearmente
sviluppata lungo varie tappe, delle quali la più importante è rappresentata
dall'Illuminismo, fino a giungere alla realizzazione compiuta nella
versione "liberal" della democrazia degli Stati Uniti.
Ma si tratta, appunto, di una grande chiacchiera, di un enorme equivoco.
La storia dell'Occidente è tutt'altro che il sia pur faticoso inverarsi di
un'idea condivisa da tutti, la libertà. Quest'ultima, piuttosto, è un
"sottoprodotto" della storia dell'Occidente che ha costruito il modello
sociale più adatto a regolare i conflitti di potere che lo hanno segnato
nella sua storia millenaria, a risolvere i drammi che ne caratterizzano
l'identità: il dramma del potere, il dramma della libertà e il dramma
dell'impero. Libertà e democrazia, quindi, sono tutt'altro che due ideali
astratti, realizzatisi nei secoli dopo l'intuizione dell'Atene di Pericle, ma
il frutto faticoso, insanguinato e involontario di secoli di guerre, di lotte, di
sviluppo e di trasformazioni in questo pezzo di Terra. Non sono perciò,
checché sostengano i fautori della Grande Retorica, un ideale universale,
nel quale tutti possiamo riconoscerci e perciò esportabile come una
cassa di Coca-Cola. Sono piuttosto, proprio per il modo in cui sono state
realizzate, una caratteristica essenziale di questa civiltà, della nostra
civiltà, della civiltà occidentale.
Relativizzare in questo senso, come fa Gress, la storia occidentale
significa in primo luogo stroncare quel vago universalismo che spoglia
l'Occidente dalla sua identità culturale, ma fa del suo retaggio
politico-sociale un modello astratto esportabile dovunque. È il paradosso
in cui cadono, a esempio, quanti, come i professori dei campus
americani che si rifiutano di insegnare Shakespeare, respingono la
centralità della cultura occidentale, ma rimangono convinti della
necessità di estendere quanto più possibile un modello, quello della
democrazia liberale, che di quella cultura, e solo di quella cultura, è
figlio. Ma è stato anche il dramma di chi ha pensato, da Robespierre a
Lenin, di poter piegare la storia alla realizzazione della propria
interpretazione di questo ideale, al raggiungimento del
l'uomo nuovo.
Ma è solo la Grecia, è solo Platone, il punto di partenza dell'Occidente
capitalistico? Qui arriva il secondo affondo di Gress, il cui libro si
presenta come un affascinante excursus nella storia della cultura e delle
idee. Il capitalismo occidentale così come si è fatto è in realtà il frutto
del concorso di tre eredità, tutte ugualmente decisive e insostituibili:
quella di Roma, quella della cultura cristiana e quella delle invasioni
barbariche. Tutte e tre insieme hanno fatto l'identità dell'Occidente,
concorrendo e interagendo tra di loro; tutte e tre insieme hanno dato vita
a quel complesso sistema sociale ed economico che ha fatto fiorire
l'Occidente, che poggia a sua volta su tre gambe egualmente importanti:
libertà, capitalismo e razionalismo.
Il libro di Gress diventa così un forte richiamo all'Occidente perché si
riappropri della sua storia, della sua identità, delle sue passioni e delle
sue conquiste: ed è proprio tanto coraggiosa "scorrettezza" politica a
indurre l'autore a essere prudente sulle prospettive del modello
occidentale. Appunto perché espressione peculiare di una storia, esso
non è affatto un modello universale, perché ciascun popolo, ciascuna
nazione risentono della propria storia, delle proprie passioni, della propria
identità. Ciascuno esprime e interpreta le proprie eredità storiche, che
hanno dato vita a sistemi di valori diversi, tra i quali c'è anche la
democrazia occidentale, che rappresenta non l'arrivo a una terra
promessa per tutta l'umanità, ma solo il frutto dei conflitti millenari di una
porzione, sempre più piccola, di essa.
Il mondo, conclude Gress, si sta sì modernizzando, "nel senso che i
princìpi di mercato e la libertà di comunicazione si stanno diffondendo a
tutte le culture. Ma non si sta occidentalizzando e, probabilmente, non
sta nemmeno diventando particolarmente democratico".
La Storia può forse finire, insomma, ma le storie non cesseranno di
riverberare i loro effetti. In attesa magari che si realizzino le previsioni
dell'ultimo Fukuyama, che parla già di una storia "post-umana", quella
dell'uomo davvero nuovo, forgiato però non dalle tragiche illusioni del
costruttivismo sociale ma dai successi della tecnologia e della
conoscenza. |