RASSEGNA STAMPA

22 AGOSTO 1999
SALVATORE CARRUBBA
Avanza l'Occidente ma non è un modello
David Gress, "From Plato to Nato - The Idea of the West and Its Opponents", The Free Press, New York 1999, pagg. 618, $ 28.
Dieci anni fa, Francis Fukuyama pubblicava La fine della storia, nel quale pronosticava, nel pieno del trauma rappresentato dalla caduta del comunismo, uno sviluppo obbligato del pianeta verso il sistema di mercato e la democrazia occidentale. Intervenendo sulla rivista "National Interest", Fukuyama ha di recente ribadito le sue teorie, che non considera intaccate né dalla recente crisi dei mercati asiatici ("che rappresenta solo il punto più basso di un ciclo economico") né dal permanere di regimi che tutto sono fuorché democratici ("dato che non ho mai sostenuto che tutti i Paesi sarebbero diventati liberali"); e ha denunciato ancora una volta i fallimenti delle illusioni del costruttivismo sociale, che affondano le loro radici nelle degenerazioni della Rivoluzione francese.
Ma se la democrazia liberale rappresenta non tanto il punto d'arrivo della storia, quanto il modello sociale più coerente e compatibile col processo di globalizzazione in corso, questo vuol dire che il modello occidentale finirà col dilagare, o piuttosto il sistema di mercato potrà coesistere con modelli sociali estranei alla cultura occidentale, che si è fatta sul binomio di mercato e democrazia? Quello occidentale, insomma, può diventare un modello esportabile anche in sistemi che sono storicamente rimasti estranei alle grandi trasformazioni sociali, civili ed economiche che hanno forgiato il capitalismo? La riposta dipende, innanzitutto, dal modo in cui definiamo questo sistema, dall'identità che riconosciamo alla tradizione occidentale che in realtà si presta a tante, contraddittorie letture e interpretazioni.
E proprio lo sforzo di una lettura meno tradizionale, ma non per questo meno convincente, di quella corrente è tentato con successo da David Gress, direttore del Centro di studi sull'America e l'Occidente presso il Foreign Policy Research Institute di Filadelfia.
La lettura corrente, sostiene Gress, si potrebbe definire la Grande Retorica, o la Grande Chiacchiera: secondo i suoi sostenitori, Occidente è sinonimo di modernità e il suo sviluppo s'identifica con quello di un'idea astratta, la libertà, che dai Greci a oggi si sarebbe linearmente sviluppata lungo varie tappe, delle quali la più importante è rappresentata dall'Illuminismo, fino a giungere alla realizzazione compiuta nella versione "liberal" della democrazia degli Stati Uniti.
Ma si tratta, appunto, di una grande chiacchiera, di un enorme equivoco.
La storia dell'Occidente è tutt'altro che il sia pur faticoso inverarsi di un'idea condivisa da tutti, la libertà. Quest'ultima, piuttosto, è un "sottoprodotto" della storia dell'Occidente che ha costruito il modello sociale più adatto a regolare i conflitti di potere che lo hanno segnato nella sua storia millenaria, a risolvere i drammi che ne caratterizzano l'identità: il dramma del potere, il dramma della libertà e il dramma dell'impero. Libertà e democrazia, quindi, sono tutt'altro che due ideali astratti, realizzatisi nei secoli dopo l'intuizione dell'Atene di Pericle, ma il frutto faticoso, insanguinato e involontario di secoli di guerre, di lotte, di sviluppo e di trasformazioni in questo pezzo di Terra. Non sono perciò, checché sostengano i fautori della Grande Retorica, un ideale universale, nel quale tutti possiamo riconoscerci e perciò esportabile come una cassa di Coca-Cola. Sono piuttosto, proprio per il modo in cui sono state realizzate, una caratteristica essenziale di questa civiltà, della nostra civiltà, della civiltà occidentale.
Relativizzare in questo senso, come fa Gress, la storia occidentale significa in primo luogo stroncare quel vago universalismo che spoglia l'Occidente dalla sua identità culturale, ma fa del suo retaggio politico-sociale un modello astratto esportabile dovunque. È il paradosso in cui cadono, a esempio, quanti, come i professori dei campus americani che si rifiutano di insegnare Shakespeare, respingono la centralità della cultura occidentale, ma rimangono convinti della necessità di estendere quanto più possibile un modello, quello della democrazia liberale, che di quella cultura, e solo di quella cultura, è figlio. Ma è stato anche il dramma di chi ha pensato, da Robespierre a Lenin, di poter piegare la storia alla realizzazione della propria interpretazione di questo ideale, al raggiungimento del l'uomo nuovo.
Ma è solo la Grecia, è solo Platone, il punto di partenza dell'Occidente capitalistico? Qui arriva il secondo affondo di Gress, il cui libro si presenta come un affascinante excursus nella storia della cultura e delle idee. Il capitalismo occidentale così come si è fatto è in realtà il frutto del concorso di tre eredità, tutte ugualmente decisive e insostituibili: quella di Roma, quella della cultura cristiana e quella delle invasioni barbariche. Tutte e tre insieme hanno fatto l'identità dell'Occidente, concorrendo e interagendo tra di loro; tutte e tre insieme hanno dato vita a quel complesso sistema sociale ed economico che ha fatto fiorire l'Occidente, che poggia a sua volta su tre gambe egualmente importanti: libertà, capitalismo e razionalismo.
Il libro di Gress diventa così un forte richiamo all'Occidente perché si riappropri della sua storia, della sua identità, delle sue passioni e delle sue conquiste: ed è proprio tanto coraggiosa "scorrettezza" politica a indurre l'autore a essere prudente sulle prospettive del modello occidentale. Appunto perché espressione peculiare di una storia, esso non è affatto un modello universale, perché ciascun popolo, ciascuna nazione risentono della propria storia, delle proprie passioni, della propria identità. Ciascuno esprime e interpreta le proprie eredità storiche, che hanno dato vita a sistemi di valori diversi, tra i quali c'è anche la democrazia occidentale, che rappresenta non l'arrivo a una terra promessa per tutta l'umanità, ma solo il frutto dei conflitti millenari di una porzione, sempre più piccola, di essa.
Il mondo, conclude Gress, si sta sì modernizzando, "nel senso che i princìpi di mercato e la libertà di comunicazione si stanno diffondendo a tutte le culture. Ma non si sta occidentalizzando e, probabilmente, non sta nemmeno diventando particolarmente democratico".
La Storia può forse finire, insomma, ma le storie non cesseranno di riverberare i loro effetti. In attesa magari che si realizzino le previsioni dell'ultimo Fukuyama, che parla già di una storia "post-umana", quella dell'uomo davvero nuovo, forgiato però non dalle tragiche illusioni del costruttivismo sociale ma dai successi della tecnologia e della conoscenza.
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vedi anche
Filosofia (e) politica