| I profeti di sventura globale |
| William Wolman e Anne Colamosca, "Il tradimento dell'economia. Come
il capitale trionfa a spese dell'occupazione". Ponte alle Grazie, Milano 1999, pagg. 306, L. 32.000. |
| John Gray, "Alba bugiarda. Il mito del capitalismo globale e il suo
fallimento". Ponte alle Grazie, Milano 1999, pagg. 308, L. 30.000. | La cultura che ha maggiormente generato e promosso l'economia
capitalistica di mercato è anche quella che comprende alcuni filoni fra i
più vigorosi e penetranti di una critica alle basi stesse, etiche concettuali
e pratiche, di tale sistema economico. Per la cultura inglese basti
pensare a quello che va da Godwin a Carlyle, a Ruskin, ai Fabiani. Per
gli Stati Uniti alle potenti e multiformi correnti critiche che vanno da
Thoreau a Veblen, a molti insigni new dealers. Il capitalismo non vi è
criticato per ragioni di principio o filosofiche; ma solo in quanto insidia,
tradisce o smentisce principi civili, etici e sociali che la civiltà britannica
e quella americana considerano, non a torto, il proprio carattere
distintivo. In questi ultimi anni la cultura di questi due Paesi sta
producendo una quantità rilevantissima di critiche agli andamenti e agli
effetti che i processi per la globalizzazione proiettano sulle relazioni
economiche internazionali, sugli assetti interni delle società già avanzate
e di quelle più arretrate, e infine sui valori stessi che rendono accettabile
la vita e che permettono alla libertà umana di praticare un certo controllo
correttivo sulle incognite e le storture prodotte dagli andamenti "naturali"
dell'economia.
Il titolo originario del primo di questi libri è da solo rivelatore della
violenza della critica: L'economia di Giuda. Il trionfo del capitale e il
tradimento del lavoro. La chiave della trattazione è compendiata da una
frase di Solgenitzyn: "Crollato il comunismo, restano i problemi che
esso pretendeva di risolvere: l'uso sfacciato del potere sociale e il potere
sfrenato del denaro; talché se la lezione mondiale del secolo non servirà
da terapia preventiva, il grande uragano rosso potrà ripetersi tale e
quale". I fatti che provocano, più che irritazione, sgomento e angoscia
negli autori sono quelli diventati più accentuati e più evidenti dopo il
crollo sovietico, che ha dato una giustificazione precipitosa quanto falsa
all'idea che il libero mercato lasciato a se stesso sia il modo ideale di
organizzare la società. Tali fatti sono noti. Per William Wolman e Anne
Colamosca la redistribuzione verso il basso che ha caratterizzato i primi
decenni del dopoguerra negli Stati Uniti e nei Paesi a essi collegati è da
tempo finita. E questo toglie al capitalismo la sua principale
giustificazione etica.
Il libro di Gray è ancora più duro e corrosivo e, va detto, assai più
penetrante e suggestivo nella qualità dell'argomentazione economica. Le
patologie che sollecitano l'indagine sono le stesse esaminate dal testo
dei due autori già visti: con una accentuazione del pessimismo circa la
disgregazione morale di tutti i rapporti famigliari e umani, che
l'incertezza, la mobilità angosciosa ed esasperata, la fine di ogni
rapporto di lavoro ragionevolmente stabile determinano nei percorsi
professionali dell'americano medio. L'instabilità del capitalismo ha
raggiunto livelli autodistruttivi, che solo la genialità di Schumpeter aveva
visto incombere fatalmente sul suo futuro. L'ingigantimento
dell'economia finanziaria virtuale ha un terribile potenziale demolitore
sulla sottostante economia reale. L'economia globalizzata di oggi è
assai più anarchica dell'ordine economico internazionale e liberale
crollato nel 1914. Essa sta sgretolando il potere e l'autorità degli Stati
sovrani e ha reso impossibili ormai le pratiche
riformistico-socialdemocratiche di spesa keynesiana. Senza perciò che
le società multinazionali abbiano acquisito un vero potere di unificazione
e armonizzazione delle regole entro cui le forze di mercato possano
agire senza distruggere e senza autodistruggersi. L'economia aperta su
scala globale si sta dimostrando sempre più palesemente non
governabile e non governata, sì da schiantare le basi di ogni
compromesso e di ogni pacificazione dei conflitti di classe all'interno dei
singoli Paesi. Una situazione che sta polverizzando le culture nazionali e
tutte le forze etico-sociali coesive, in primis la famiglia. E che infine
genera uno stato di incertezza cronica permanente sui destini
professionali dei singoli; che determina negli Stati Uniti tensioni
controllabili solo col più alto tasso di carcerazione esistente al mondo.
La conclusione dell'autore è impressionante per la sua durezza: tanto
più oggi alla luce degli avvenimenti balcanici. "La lezione è chiara.
Com'è organizzato attualmente, il capitalismo globale è assolutamente
inadatto per affrontare i rischi endemici di conflitto geopolitico in un
mondo di scarsità crescente. Ciò nonostante una struttura regolatrice
per la coesistenza e la cooperazione tra le diverse economie del mondo
non compare su nessuna agenda storica e politica. La competizione del
mercato globale e l'innovazione tecnologica hanno interagito per darci
un'economia mondiale anarchica".
Si pensi quel che si vuole di queste preoccupanti analisi. Ma chi potrà
contestare che la universalizzazione del mercato capitalistico sta
rendendo il mondo di oggi più incerto, più inquieto, più angoscioso di
quello dominato dall'equilibrio del terrore fra le due superpotenze
nucleari? E chi potrà contestare la tesi che tragico destino dei partiti già
socialisti sia diventato demolire tutto ciò che era stato il loro ideale
normativo di giustizia redistributiva durante la loro storia non ingloriosa? |