RASSEGNA STAMPA

22 AGOSTO 1999
GIUSEPPE ARE
I profeti di sventura globale
William Wolman e Anne Colamosca, "Il tradimento dell'economia. Come il capitale trionfa a spese dell'occupazione". Ponte alle Grazie, Milano 1999, pagg. 306, L. 32.000.
John Gray, "Alba bugiarda. Il mito del capitalismo globale e il suo fallimento". Ponte alle Grazie, Milano 1999, pagg. 308, L. 30.000.
La cultura che ha maggiormente generato e promosso l'economia capitalistica di mercato è anche quella che comprende alcuni filoni fra i più vigorosi e penetranti di una critica alle basi stesse, etiche concettuali e pratiche, di tale sistema economico. Per la cultura inglese basti pensare a quello che va da Godwin a Carlyle, a Ruskin, ai Fabiani. Per gli Stati Uniti alle potenti e multiformi correnti critiche che vanno da Thoreau a Veblen, a molti insigni new dealers. Il capitalismo non vi è criticato per ragioni di principio o filosofiche; ma solo in quanto insidia, tradisce o smentisce principi civili, etici e sociali che la civiltà britannica e quella americana considerano, non a torto, il proprio carattere distintivo. In questi ultimi anni la cultura di questi due Paesi sta producendo una quantità rilevantissima di critiche agli andamenti e agli effetti che i processi per la globalizzazione proiettano sulle relazioni economiche internazionali, sugli assetti interni delle società già avanzate e di quelle più arretrate, e infine sui valori stessi che rendono accettabile la vita e che permettono alla libertà umana di praticare un certo controllo correttivo sulle incognite e le storture prodotte dagli andamenti "naturali" dell'economia.
Il titolo originario del primo di questi libri è da solo rivelatore della violenza della critica: L'economia di Giuda. Il trionfo del capitale e il tradimento del lavoro. La chiave della trattazione è compendiata da una frase di Solgenitzyn: "Crollato il comunismo, restano i problemi che esso pretendeva di risolvere: l'uso sfacciato del potere sociale e il potere sfrenato del denaro; talché se la lezione mondiale del secolo non servirà da terapia preventiva, il grande uragano rosso potrà ripetersi tale e quale". I fatti che provocano, più che irritazione, sgomento e angoscia negli autori sono quelli diventati più accentuati e più evidenti dopo il crollo sovietico, che ha dato una giustificazione precipitosa quanto falsa all'idea che il libero mercato lasciato a se stesso sia il modo ideale di organizzare la società. Tali fatti sono noti. Per William Wolman e Anne Colamosca la redistribuzione verso il basso che ha caratterizzato i primi decenni del dopoguerra negli Stati Uniti e nei Paesi a essi collegati è da tempo finita. E questo toglie al capitalismo la sua principale giustificazione etica.
Il libro di Gray è ancora più duro e corrosivo e, va detto, assai più penetrante e suggestivo nella qualità dell'argomentazione economica. Le patologie che sollecitano l'indagine sono le stesse esaminate dal testo dei due autori già visti: con una accentuazione del pessimismo circa la disgregazione morale di tutti i rapporti famigliari e umani, che l'incertezza, la mobilità angosciosa ed esasperata, la fine di ogni rapporto di lavoro ragionevolmente stabile determinano nei percorsi professionali dell'americano medio. L'instabilità del capitalismo ha raggiunto livelli autodistruttivi, che solo la genialità di Schumpeter aveva visto incombere fatalmente sul suo futuro. L'ingigantimento dell'economia finanziaria virtuale ha un terribile potenziale demolitore sulla sottostante economia reale. L'economia globalizzata di oggi è assai più anarchica dell'ordine economico internazionale e liberale crollato nel 1914. Essa sta sgretolando il potere e l'autorità degli Stati sovrani e ha reso impossibili ormai le pratiche riformistico-socialdemocratiche di spesa keynesiana. Senza perciò che le società multinazionali abbiano acquisito un vero potere di unificazione e armonizzazione delle regole entro cui le forze di mercato possano agire senza distruggere e senza autodistruggersi. L'economia aperta su scala globale si sta dimostrando sempre più palesemente non governabile e non governata, sì da schiantare le basi di ogni compromesso e di ogni pacificazione dei conflitti di classe all'interno dei singoli Paesi. Una situazione che sta polverizzando le culture nazionali e tutte le forze etico-sociali coesive, in primis la famiglia. E che infine genera uno stato di incertezza cronica permanente sui destini professionali dei singoli; che determina negli Stati Uniti tensioni controllabili solo col più alto tasso di carcerazione esistente al mondo.
La conclusione dell'autore è impressionante per la sua durezza: tanto più oggi alla luce degli avvenimenti balcanici. "La lezione è chiara.
Com'è organizzato attualmente, il capitalismo globale è assolutamente inadatto per affrontare i rischi endemici di conflitto geopolitico in un mondo di scarsità crescente. Ciò nonostante una struttura regolatrice per la coesistenza e la cooperazione tra le diverse economie del mondo non compare su nessuna agenda storica e politica. La competizione del mercato globale e l'innovazione tecnologica hanno interagito per darci un'economia mondiale anarchica".
Si pensi quel che si vuole di queste preoccupanti analisi. Ma chi potrà contestare che la universalizzazione del mercato capitalistico sta rendendo il mondo di oggi più incerto, più inquieto, più angoscioso di quello dominato dall'equilibrio del terrore fra le due superpotenze nucleari? E chi potrà contestare la tesi che tragico destino dei partiti già socialisti sia diventato demolire tutto ciò che era stato il loro ideale normativo di giustizia redistributiva durante la loro storia non ingloriosa?
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