RASSEGNA STAMPA

21 AGOSTO 1999
FRANCA D'AGOSTINI
Perché un pupazzo di neve è un pupazzo di neve
Il rapporto fra realtà e linguaggio, l'intendersi e il fraintendersi, la capacità di usare e capire una parola, nell'analisi di Marconi
Diego Marconi, "La competenza lessicale", Laterza, pp. 248, £ 38.000
Diego Marconi, "La filosofia del linguaggio", Utet, pp. 138, £ 25.000
Sembra strano, ma nel grande e confuso movimento che ha portato in una certa fase tutta la filosofia del Novecento verso il linguaggio, con singolare unanimità e oltre ogni guerra di corrente e divergenza di tradizioni (es. tra analitici e continentali), l’entità forse più dimenticata e misconosciuta è stata la parola, la singola parola, come “zio”, “divano”, “gatto” e “contratto”, ma anche “purtuttavia” e “ossia”. Strano, perché se c’è un punto su cui il linguaggio dà i migliori frutti filosofici (come tra l’altro riteneva Hegel) è precisamente la nominalità: il fatto che nel dire il singolo x nomino-intendo qualcosa. E’ elementare, ma proprio qui nascono tutte le questioni di fondo: il rapporto tra linguaggio e realtà, l’intendersi e il fraintendersi, e anche, per esempio, quel fenomeno singolare e per Heidegger metodologicamente decisivo per cui nel dire “che cosa è l’essere?” io uso ciò su cui mi interrogo, nomino quel che chiedo, presuppongo ciò a cui miro; cosicché l’essere è il concomitante-antecedente dell’interrogare. A ben guardare, se non ci fosse il nome “essere” (e per molti è dubbio che vi possa essere un tale nome) tale affascinante fenomeno non si presenterebbe. Comunque sia, attardandosi (peraltro con ottimi frutti) a indagare o il linguaggio nella sua totalità come espressione dell’essere, oppure il linguaggio nella sua forma enunciativa (come insieme di enunciati esprimenti o meno stati di cose), oppure sottolineando la contestualità e la pragmaticità del fatto linguistico, insistendo sulla performatività e sull’uso, o inseguendo il “destino” dei significanti nella struttura linguistica, il pensiero contemporaneo ha dimenticato quasi totalmente ciò che anzitutto fa di un linguaggio un linguaggio: l’esistenza delle parole. Ora la prima mossa del lavoro di Diego Marconi in La competenza lessicale (uscito nel 1997 negli Stati Uniti, MIT Press, e ora tradotto dallo stesso autore per Laterza) è attirare l’attenzione sulla lessicalità come problema semantico, ossia sul problema del significato delle parole singole. Si tratta anzitutto di guardare alle teorie semantiche da Frege ai contemporanei dal punto di vista di tale problema, ed emerge che molti hanno portato contributi al riguardo, ma il punto di arrivo è ancora irrisolto. In particolare, un componente decisivo del significato di “gatto” è il gatto- prototipo che “vedo” pensando al gatto. Ma come funziona un prototipo? In che rapporto sta con il reale e infinito numero di gatti effettivi che sintetizzo per così dire nel gatto prototipale? Si tratterà, poniamo, del fenomeno descritto da Mallarmé, per cui mi trovo, dicendo un fiore, a intendere “l’assente da ogni mazzo”? Marconi risponde a domande di questo tipo in vario modo, nel libro, passando in esame le diverse teorie al riguardo, e infine proponendo una interessante ipotesi di trascrizione del problema in termini di intelligenza artificiale, ossia esaminando le proprietà eventuali di un sistema artificiale che riproduca le modalità della comprensione e dell’uso delle parole. Ma un ulteriore passaggio è proposto da Marconi, ed è il suggerimento di guardare alle parole dal punto di vista della competenza del parlante e del comprendente. In un altro libro, uscito simultaneamente a La competenza lessicale Marconi spiega per così dire l’antefatto di tale spostamento di prospettiva. Il libro è La filosofia del linguaggio, un rapido e chiarissimo excursus nel pensiero contemporaneo sul linguaggio da parte analitica (secondo Marconi quella analitica è l’unica “filosofia del linguaggio” sicuramente designabile come tale, ed è un punto di vista che si può ovviamente discutere). Qui, nell’ultimo capitolo, ci viene spiegato che il “paradigma dominante” nell’analisi del linguaggio, quello che nasce con Frege e si tramanda attraverso Russell, Carnap, Montague e altri autorevoli teorici tuttora viventi, è stato messo seriamente in discussione a partire dagli anni Settanta, principalmente in base a due tipi opposti di considerazioni: da un lato si è insistito sulla referenzialità, tentando di eliminare dalla teoria ogni residuo elemento “cognitivo”, dall’altro ci si è orientati alla formulazione di una “semantica cognitiva” che restituisse al significato la sua dimensione anche mentale. La scelta di parlare del significato in termini di “competenze” del parlante e del comprendente, significa naturalmente prendere partito per la seconda prospettiva, ossia per una ripresa della problematica del “mentale”. Tuttavia, concentrarsi sulla “lessicalità”, significa in buona parte comporre la divergenza con l’altra prospettiva, perché è proprio nella dimensione del lessico che l’aspetto della referenza (rapporto parole/cose, parole/immagini) prende rilievo. Allora emerge ciò che Marconi considera il punto d’arrivo più rilevante del suo lavoro: quando ci chiediamo: “in che cosa consiste la nostra capacità di comprendere-usare una parola?” la risposta sembra naturalmente dividersi in due, e ci troviamo allora alle prese con una “competenza referenziale” distinta da una competenza “inferenziale”: la prima è la capacità di dire “gatto!” di fronte a un gatto, di collegare cosa-parola, la seconda, è la conoscenza del fatto che i gatti sono animali, miagolano, ecc. La coppia referenziale-inferenziale ricorda molto altri celebri dualismi linguistici, come la differenza tra dizionario ed enciclopedia, o anche la distinzione tra asse metaforico e asse metonimico, ma applicata alla nozione di competenza ha esiti sottilmente diversi. Per esempio, si stabilisce una chiara correlazione con le basi neurologiche del linguaggio: sembra che certe lesioni cerebrali consentano di chiamare “telefono” un telefono, ma impediscano di dire che cosa sia un telefono; in altri casi, si sa dire alla perfezione che cosa è e come è fatto un pupazzo di neve, ma per quanto ci si sforzi, non si riesce a dire che un pupazzo di neve è in effetti un “pupazzo di neve”.
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