RASSEGNA STAMPA

15 AGOSTO 1999
GILBERTO CORBELLINI
L'ambiente e la resistenza ai fattori infettivi come chiave di lettura del successo egemonico della nostra civiltà
Jared Diamond, "Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni", Einaudi, Torino 1998, pagg. XIII+366,L. 38.000
Robert S. Desowitz, "Chi ha dato la Pinta alla Santa Maria?", Giovanni Fioriti Editore (06-8072036), Roma 1999, pagg. XVII+232,L. 34.000
Con buona pace di chi crede ancora, sulla scia di Spengler, all'esistenza di "strutture storiche" che si manifesterebbero nei tratti delle diverse civiltà, per estinguersi quindi con esse, o di chi pensa di spiegare l'evoluzione culturale e sociale utilizzando modelli ipersemplificati dell'evoluzione biologica, i fattori che determinano l'emergere e il succedersi delle civiltà sono verosimilmente del tutto contingenti e vanno analizzati empiricamente a seconda delle situazioni. Ciò non toglie che a livello macrostorico vi sono dei fatti da spiegare, primo fra tutti l'impressionante divario di sviluppo economico e tecnologico che si è progressivamente creato tra le popolazioni eurasiatiche e quelle africane, polinesiane o amerinde.
L'ultima impresa di Jared Diamond ha come obiettivo quello di dimostrare che sono le opportunità ambientali, e non una particolare costituzione biologica, a determinare le differenze nei livelli di sviluppo raggiunti nel corso della storia umana dalle diverse culture. En passant, il fisiologo e ornitologo statunitense in Armi, acciaio e malattie sostiene che la storia è una scienza empirica, la cui epistemologia rispecchia quella delle altre scienze storico-evolutive (astronomia, geologia, biologia evoluzionistica, epidemiologia). Erano anni che non accadeva di leggere una saggio di storia universale così ricco e metodologicamente suggestivo, che riesce a integrare in un grandioso e dinamico affresco il patrimonio immenso di nozioni e dati empirici raccolti dalla genetica umana, dalla biologia evoluzionistica, dall'ecologia, dall'antropologia, dall'epidemiologia, dalla geologia, dalla linguistica, dalla storia economica e dalla storia politica.
Per Diamond è del tutto evidente che chi oggi vive "ancora all'Età della Pietra" è più intelligente di chi vive nelle società sviluppate, per cui non si possono chiamare in causa ragioni di natura biologica per spiegare le differenze di ricchezza ed efficienza sociale per esempio tra gli abitanti della Nuova Guinea e quelli dei paesi industrializzati. Quindi, le diversità tra i gruppi umani che oggi conosciamo devono discendere "dalle differenze ambientali". Più specificamente dalle "differenze in fatto di specie selvatiche animali e vegetali adatte per la domesticazione", in quanto l'agricoltura fu necessaria per l'aumento delle popolazioni eurasiatiche e per la nascita delle élite non produttive "grazie ai surplus alimentari, che stanno alla base delle società economicamente complesse, socialmente stratificate, politicamente centralizzate".
L'opportunità di vivere in un continente, l'Eurasia, ricco di piante e animali addomesticabili, e che per dimensione e forma consentiva la trasmissione su gradi distanze e a molte persone di alimenti e tecniche, rese possibile la scoperta e l'affermarsi dell'agricoltura, che significò grandi disponibilità di cibo e incremento demografico. Queste le cause remote che hanno consentito l'emergere di società più strutturate in senso gerarchico, dotate di sistemi militari e i cui componenti avevano sviluppato una resistenza biologica contro gli agenti patogeni acquisiti dal contatto con gli animali domestici. Armi, acciaio e malattie avrebbero quindi funzionato come cause prossime del prevalere dei popoli europei.
Diamond produce una quantità impressionante di dati a sostegno del suo modello storiografico, ma a libro così ricco e articolato non poteva mancare qualche debolezza. In particolare, la trattazione delle origini e il ruolo delle malattie nella storia delle civiltà non tengono conto di alcuni recenti studi sui modelli di trasmissione degli agenti patogeni e gli effettivi rapporti evolutivi tra gli agenti infettivi, nonché del fatto che in alcuni casi in cui i germi sono stati chiamati in causa per spiegare il crollo di una civiltà o l'avvento di una dominazione, forse le cose non sono andate come si crede.
Il parassitologo statunitense Robert Desowitz nel suo ultimo libro, intelligentemente proposto al pubblico italiano dall'editore Giovanni Fioriti, sostiene per esempio che tutti gli agenti infettivi portati dagli spagnoli nel Nuovo Mondo non potevano provocare una mortalità così elevata da spiegare da soli il tracollo demografico cui andarono incontro quelle popolazioni in pochi decenni. I tassi di mortalità causati da morbillo, pertosse, vaiolo, peste, varicella, malaria e febbre gialla non potevano provocare crolli demografici stimati tra 25 a 1 e 60 a 1. Vanno anche considerate le "brutalità" degli europei e soprattutto il panico che assalì quei popoli quando videro la loro civiltà ridotta al collasso e cominciarono a essere colpiti da malattie spaventose e sconosciute, mentre i loro dei "venivano rimpiazzati da quello strano dio degli uomini bianchi inchiodato a una croce. In tali condizioni di oppressione la gente non può certo prosperare né far figli, e i bambini non sopravvivono".
Il libro di Desowitz deve il titolo al fatto che una delle forme cliniche di sifilide, dovuta a una particolare specie di Treponema e confinata nelle Americhe comprese tra Cuba e il Rio delle Amazzoni, ha lo stesso nome di una delle navi della flotta di Colombo: la Pinta. Inutile dire che uno dei pezzi forti del libro è la ricostruzione dell'arrivo della sifilide in Europa, fatta anche sulla base di considerazioni parassitologiche e genetico-evolutive. Non meno interessanti sono le pagine sull'arrivo nelle Americhe della febbre gialla, della malaria e della tripanosomiasi, dove Desowitz riesamina l'ipotesi che la malattia di cui soffriva Darwin e che ne provocò la morte fosse appunto il morbo di Chagas.
Essendo stato tra i protagonisti dei programmi di eradicazione della malaria sostenuti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli Usa dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, Desowitz dedica gran parte del libro alla storia della malaria e della lotta mondiale intrapresa contro questa malattia nel corso soprattutto dell'ultimo secolo. Alcuni dei punti salienti riguardano la diffusione di questa malattia nel Nuovo Mondo. Desowitz ribadisce il concetto del tutto plausibile che il micidiale Plasmodium falciparum sia stato portato in America con la tratta degli schiavi, e ricorda come la diffusione della malaria negli Stati Uniti fu tra le ragioni che alimentarono lo schiavismo, dato che i neri africani erano in buona parte geneticamente resistenti ai parassiti malarici e quindi in grado di lavorare nelle piantagioni infestate.
Pur risultando efficace nel richiamare l'attenzione sui fattori biologici e clinico-epidemiologici che possono spiegare gli effetti della malaria nei diversi contesti geografici e culturali, Desowitz è spesso inesatto nelle date e nella ricostruzione di alcuni fondamentali sviluppi conoscitivi della malariologia, come per esempio in relazione agli studi che consentirono la differenziazione dei vettori della malaria in Europa, nonché alquanto parziale nel disegnare l'azione filantropica della Rockefeller Foundation nella lotta contro la malaria e le altre malattie tropicali.
Un merito di entrambi i libri è quello di mostrare le potenzialità euristiche e l'originalità degli approcci naturalistici. Nel momento in cui le ricerche basate sull'efficienza sperimentale o l'indagine quantitativa mostrano tutte le loro potenzialità, bisognerebbe però evitare - come sta accadendo - che i fondi di ricerca vengano completamente assorbiti da questi studi. Molte scoperte di portata fondamentale sono state e continuano a essere fatte partendo da osservazioni comparative come quelle di Diamond e Desowitz e seguendo percorsi del tutto irriducibili ai criteri della logica e dell'economia.
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