La filosofia è ancora motore di
progresso | In Italia si fa fatica a capire quanto siano
produttivi gli abbinamenti con le scienze e con
l'economia |
| Credo che la discussione che si è aperta sul domenicale a proposito dei
destini della filosofia alla luce dei ventilati progetti di riforma
dell'insegnamento universitario sia di notevole importanza e che sia bene
seguirne gli sviluppi con attenzione (vedi Il Sole-24 Ore del 28 febbraio,
25 aprile, 18 luglio, 1 e 15 agosto). Non vorrei dunque rinunciare a dire la
mia, soprattutto in relazione all'equilibrato intervento di Enrico Berti
(pubblicato il 1º agosto), le cui preoccupazioni nella sostanza mi trovo a
condividere.
Per sgombrare il campo da ogni equivoco vorrei dire che già da qualche
anno mi è capitato di sostenere l'opportunità di arrivare a una Facoltà di
Filosofia separata da quella di Lettere proprio per favorire possibili
abbinamenti delle discipline filosofiche tanto con quelle umanistiche
(storico-letterarie) tanto con quelle scientifiche, nel senso sia delle
scienze matematiche sia delle scienze naturali e umane. Perché ad
Oxford uno dei Ph.D. di maggior successo è il Ppe (ossia quello in
Philosophy, Politics and Economics) e da noi nulla di simile deve essere
possibile? Sembra un'assurdità, tanto più quando si consideri che coloro
che conseguono il Ppf trovano ottime sistemazioni non solo
nell'insegnamento universitario, ma anche nel mondo degli affari, in
particolare nelle grandi società di consulenza finanziaria. Europa, Europa
e poi l'Italietta di sempre!
Detto questo in generale, devo subito aggiungere, purtroppo, di trovare
più che fondate, sul piano pratico, le preoccupazioni espresse da Berti.
Premessa di ogni modifica che vada nella direzione auspicata è la
collaborazione tra scienziati e filosofi e attualmente nulla del genere
sembra pensabile in Italia anche limitatamente all'organizzazione della
nuova scuola media superiore. Quindi, se non si vuole privare i futuri
laureati in filosofia di uno dei principali sbocchi professionali (a tutt'oggi il
più importante), ossia l'insegnamento nella scuola media, sembra
giocoforza rassegnarsi al compromesso di mantenere un legame
privilegiato fra la filosofia e le discipline umanistiche.
Io mi auguro che il dibattito meritoriamente aperto dal Sole-24 Ore possa
condurre a qualche ripensamento spingendo verso innovazioni più
"audaci" nella direzione che all'estero è ampiamente collaudata. Ma chi
deve mostrarsi più coraggioso, chi deve fare un passo ulteriore verso
quella che sarebbe la soluzione ottimale? Berti attribuisce le maggiori
responsabilità alla diffidenza verso la filosofia degli scienziati, che
sarebbero per lo più ancorati a forme di "positivismo (paleo - o neo -
che dir si voglia)" e invita gli epistemologi a fare sentire la loro voce
contro tale atteggiamento.
Berti ha ragione nel denunciare le resistenze (e questo è un eufemismo)
della maggior parte dell'ambiente scientifico italiano, ma cosa possono
fare gli epistemologi più di quello che hanno già fatto? Da Hume a Mach
agli empiristi logici - per citare solo i filosofi in cui l'interesse per la
scienza si è congiunto alla critica della metafisica - essi hanno
mostrato la fecondità dell'interscambio fra scienza e filosofia producendo
idee che si sono mostrate della massima importanza per promuovere lo
sviluppo e dell'una e dell'altra. Basta leggere il volume di Clark Glymour,
a ragione lodato da Massarenti proprio su queste pagine (Dimostrare,
credere, pensare, edizioni Cortina, recensito il 25 luglio), per rendersi
conto di come l'interazione scienza/filosofia abbia continuato a dare
buoni risultati anche negli ultimi decenni, dopo la grande stagione
dell'empirismo logico. Né bisogna essere degli esperti per sapere che
negli studi sulla natura della mente e della coscienza è ritenuta
essenziale tanto la collaborazione tra scienziati di diverse discipline
(informatici, fisiologi, fisici eccetera) quanto quella tra scienziati e filosofi.
A nessuno degli eminenti fisiologi presenti al recente convegno
epistemologico di Konstanz sulle neuroscienze è passato per la testa di
considerare irrilevanti le considerazioni svolte dai filosofi!
Allora cosa dovrebbero fare di più i filosofi interessati alla scienza? Il
punto è che il problema di cui ci si lamenta non si pone nel mondo, ma
si pone in Italia e se si guarda all'Italia bisogna riconoscere che la
responsabilità della situazione denunciata da Berti dipende non solo
dalle indubbie chiusure degli scienziati, ma anche da alcuni peculiari
aspetti della filosofia italiana, a loro volta duri a morire.
Il primo di tali aspetti riguarda il predominio della ricerca storico-filosofica
rispetto a quella teorica, un predominio del tutto anomalo rispetto a
quanto avviene nei Paesi più progrediti in cui non si pone il problema che
stiamo lamentando. Nessuno si sognerebbe di organizzare le facoltà di
medicina intorno agli insegnamenti di storia della chirurgia o di storia
della fisiologia, o quelle di fisica e di matematica intorno agli
insegnamenti di storia della meccanica e di storia della geometria.
Eppure, se andiamo a guardare le competenze medie dei nostri docenti
di discipline filosofiche, esse risultano enormemente sbilanciate in
direzione storico-filosofica, con effetti palesemente negativi sulla stessa
storia della filosofia e della scienza, non di rado ridotte a orecchiabili
cavalcate nella storia delle idee e delle immagini scientifiche e
filosofiche. Come si può sperare di rompere l'esclusività
dell'abbinamento Filosofia e Storia auspicando altre combinazioni
quando la preparazione filosofica che si dà ai nostri futuri laureati è
soprattutto storico-filosofica, e di una storia della filosofia non
particolarmente attenta al nucleo teorico delle varie dottrine?
Il secondo aspetto riguarda il livello qualitativo degli studi filosofici per
quanto riguarda sia la formazione dei futuri laureati sia la selezione del
personale docente universitario. Si deve francamente riconoscere che
negli ultimi decenni, per varie ragioni, si è verificato in Italia un certo
decadimento di questo tipo di studi e che troppi nostri professori
universitari di filosofia hanno vocazione per tutto tranne che per l'indagine
filosofica. Anche su questo punto non sarebbe male se la "corporazione"
si interrogasse seriamente sul da fare e cercasse di applicare al meglio
la nuova legge sui concorsi universitari.
Infine, il terzo aspetto su cui meriterebbe riflettere riguarda non più la
chiusura alla filosofia degli scienziati, ma anche la chiusura dei filosofi
alla scienza. In quella che consideriamo comunemente filosofia rientrano
tante cose, dalle speculazioni più metafisiche alle analisi più minute e
circostanziate. Ma comunque si concepisca la filosofia, si dovrebbe
cercare di praticarla a livello "alto", senza chiusure preconcette verso
forme di esperienze culturali differenti dalle proprie. Si tratta di un
principio che oggi nessun filosofo italiano serio contesterebbe in modo
esplicito. Ma quando si passa dalla teoria ai fatti, la pratica risulta di
tutt'altro tenore: che io sappia sono ben pochi i cattedratici di filosofia
disposti a ricercare per i loro dipartimenti uno sviluppo equilibrato che
non sacrifichi oltre certi limiti l'interesse per una filosofia legata agli
sviluppi di questa o quella disciplina scientifica.
Sono comunque convinto che in Italia, come nel resto del mondo, le sorti
della filosofia siano legate alla capacità di una parte rappresentativa dei
filosofi di affrontare (e non di eludere) la sfida costituita dalla cultura
scientifica. E siccome ho fiducia nella sopravvivenza della filosofia, ciò
mi pare rendere non del tutto vana la speranza in miglioramenti futuri. |