RASSEGNA STAMPA

6 AGOSTO 1999
PAOLO PARRINI
La filosofia è ancora motore di progresso
In Italia si fa fatica a capire quanto siano produttivi gli abbinamenti con le scienze e con l'economia
Credo che la discussione che si è aperta sul domenicale a proposito dei destini della filosofia alla luce dei ventilati progetti di riforma dell'insegnamento universitario sia di notevole importanza e che sia bene seguirne gli sviluppi con attenzione (vedi Il Sole-24 Ore del 28 febbraio, 25 aprile, 18 luglio, 1 e 15 agosto). Non vorrei dunque rinunciare a dire la mia, soprattutto in relazione all'equilibrato intervento di Enrico Berti (pubblicato il 1º agosto), le cui preoccupazioni nella sostanza mi trovo a condividere.
Per sgombrare il campo da ogni equivoco vorrei dire che già da qualche anno mi è capitato di sostenere l'opportunità di arrivare a una Facoltà di Filosofia separata da quella di Lettere proprio per favorire possibili abbinamenti delle discipline filosofiche tanto con quelle umanistiche (storico-letterarie) tanto con quelle scientifiche, nel senso sia delle scienze matematiche sia delle scienze naturali e umane. Perché ad Oxford uno dei Ph.D. di maggior successo è il Ppe (ossia quello in Philosophy, Politics and Economics) e da noi nulla di simile deve essere possibile? Sembra un'assurdità, tanto più quando si consideri che coloro che conseguono il Ppf trovano ottime sistemazioni non solo nell'insegnamento universitario, ma anche nel mondo degli affari, in particolare nelle grandi società di consulenza finanziaria. Europa, Europa e poi l'Italietta di sempre! Detto questo in generale, devo subito aggiungere, purtroppo, di trovare più che fondate, sul piano pratico, le preoccupazioni espresse da Berti.
Premessa di ogni modifica che vada nella direzione auspicata è la collaborazione tra scienziati e filosofi e attualmente nulla del genere sembra pensabile in Italia anche limitatamente all'organizzazione della nuova scuola media superiore. Quindi, se non si vuole privare i futuri laureati in filosofia di uno dei principali sbocchi professionali (a tutt'oggi il più importante), ossia l'insegnamento nella scuola media, sembra giocoforza rassegnarsi al compromesso di mantenere un legame privilegiato fra la filosofia e le discipline umanistiche.
Io mi auguro che il dibattito meritoriamente aperto dal Sole-24 Ore possa condurre a qualche ripensamento spingendo verso innovazioni più "audaci" nella direzione che all'estero è ampiamente collaudata. Ma chi deve mostrarsi più coraggioso, chi deve fare un passo ulteriore verso quella che sarebbe la soluzione ottimale? Berti attribuisce le maggiori responsabilità alla diffidenza verso la filosofia degli scienziati, che sarebbero per lo più ancorati a forme di "positivismo (paleo - o neo - che dir si voglia)" e invita gli epistemologi a fare sentire la loro voce contro tale atteggiamento.
Berti ha ragione nel denunciare le resistenze (e questo è un eufemismo) della maggior parte dell'ambiente scientifico italiano, ma cosa possono fare gli epistemologi più di quello che hanno già fatto? Da Hume a Mach agli empiristi logici - per citare solo i filosofi in cui l'interesse per la scienza si è congiunto alla critica della metafisica - essi hanno mostrato la fecondità dell'interscambio fra scienza e filosofia producendo idee che si sono mostrate della massima importanza per promuovere lo sviluppo e dell'una e dell'altra. Basta leggere il volume di Clark Glymour, a ragione lodato da Massarenti proprio su queste pagine (Dimostrare, credere, pensare, edizioni Cortina, recensito il 25 luglio), per rendersi conto di come l'interazione scienza/filosofia abbia continuato a dare buoni risultati anche negli ultimi decenni, dopo la grande stagione dell'empirismo logico. Né bisogna essere degli esperti per sapere che negli studi sulla natura della mente e della coscienza è ritenuta essenziale tanto la collaborazione tra scienziati di diverse discipline (informatici, fisiologi, fisici eccetera) quanto quella tra scienziati e filosofi.
A nessuno degli eminenti fisiologi presenti al recente convegno epistemologico di Konstanz sulle neuroscienze è passato per la testa di considerare irrilevanti le considerazioni svolte dai filosofi! Allora cosa dovrebbero fare di più i filosofi interessati alla scienza? Il punto è che il problema di cui ci si lamenta non si pone nel mondo, ma si pone in Italia e se si guarda all'Italia bisogna riconoscere che la responsabilità della situazione denunciata da Berti dipende non solo dalle indubbie chiusure degli scienziati, ma anche da alcuni peculiari aspetti della filosofia italiana, a loro volta duri a morire.
Il primo di tali aspetti riguarda il predominio della ricerca storico-filosofica rispetto a quella teorica, un predominio del tutto anomalo rispetto a quanto avviene nei Paesi più progrediti in cui non si pone il problema che stiamo lamentando. Nessuno si sognerebbe di organizzare le facoltà di medicina intorno agli insegnamenti di storia della chirurgia o di storia della fisiologia, o quelle di fisica e di matematica intorno agli insegnamenti di storia della meccanica e di storia della geometria.
Eppure, se andiamo a guardare le competenze medie dei nostri docenti di discipline filosofiche, esse risultano enormemente sbilanciate in direzione storico-filosofica, con effetti palesemente negativi sulla stessa storia della filosofia e della scienza, non di rado ridotte a orecchiabili cavalcate nella storia delle idee e delle immagini scientifiche e filosofiche. Come si può sperare di rompere l'esclusività dell'abbinamento Filosofia e Storia auspicando altre combinazioni quando la preparazione filosofica che si dà ai nostri futuri laureati è soprattutto storico-filosofica, e di una storia della filosofia non particolarmente attenta al nucleo teorico delle varie dottrine?
Il secondo aspetto riguarda il livello qualitativo degli studi filosofici per quanto riguarda sia la formazione dei futuri laureati sia la selezione del personale docente universitario. Si deve francamente riconoscere che negli ultimi decenni, per varie ragioni, si è verificato in Italia un certo decadimento di questo tipo di studi e che troppi nostri professori universitari di filosofia hanno vocazione per tutto tranne che per l'indagine filosofica. Anche su questo punto non sarebbe male se la "corporazione" si interrogasse seriamente sul da fare e cercasse di applicare al meglio la nuova legge sui concorsi universitari.
Infine, il terzo aspetto su cui meriterebbe riflettere riguarda non più la chiusura alla filosofia degli scienziati, ma anche la chiusura dei filosofi alla scienza. In quella che consideriamo comunemente filosofia rientrano tante cose, dalle speculazioni più metafisiche alle analisi più minute e circostanziate. Ma comunque si concepisca la filosofia, si dovrebbe cercare di praticarla a livello "alto", senza chiusure preconcette verso forme di esperienze culturali differenti dalle proprie. Si tratta di un principio che oggi nessun filosofo italiano serio contesterebbe in modo esplicito. Ma quando si passa dalla teoria ai fatti, la pratica risulta di tutt'altro tenore: che io sappia sono ben pochi i cattedratici di filosofia disposti a ricercare per i loro dipartimenti uno sviluppo equilibrato che non sacrifichi oltre certi limiti l'interesse per una filosofia legata agli sviluppi di questa o quella disciplina scientifica.
Sono comunque convinto che in Italia, come nel resto del mondo, le sorti della filosofia siano legate alla capacità di una parte rappresentativa dei filosofi di affrontare (e non di eludere) la sfida costituita dalla cultura scientifica. E siccome ho fiducia nella sopravvivenza della filosofia, ciò mi pare rendere non del tutto vana la speranza in miglioramenti futuri.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia e scuola