RASSEGNA STAMPA

29 LUGLIO 1999
ANDREA TARQUINI
A VENTI ANNI DALLA MORTE
Un maestro di illusioni troppo poco antitotalitario
Parla Daniel Cohn-Bendit, leader del Sessantotto e voce critica dell'intellighentsia di sinistra mitteleuropea
"Herbert Marcuse è stato un grande interprete della rivolta giovanile, ma anche a lui vanno imputati errori: non seppe sfuggire alla mitizzazione di esperienze totalitarie nel Terzo mondo. Come l'Algeria suggestionò Jean-Paul Sartre per la sua lotta di liberazione e poi divenne una dittatura, così il Vietnam divenne per lui un'illusione". Parla così uno dei grandi discepoli di Marcuse nella prassi politica, Daniel Cohn-Bendit, leader del Maggio '68, voce critica dell'intellighentsia di sinistra mitteleuropea e oggi eurodeputato per i verdi francesi. Ascoltiamolo.
Onorevole Cohn-Bendit, chi è stato Marcuse per voi sessantottini: il padre spirituale?
"Parlare di padre spirituale è esagerato, eppure simbolicamente una cifra dice tutto. Prima del maggio '68 il suo Eros e civiltà fu venduto in Francia in sì e no milleseicento copie; dopo la rivolta, superò i centomila esemplari. E anche nel resto d'Europa, egli divenne a posteriori il legittimatore teorico della rivolta. In Germania no, ebbe anche un altro ruolo, più diretto: fu in contatto diretto col movimento studentesco, soprattutto a Berlino; riuscì insomma a offrire la legittimazione nel pieno dell'azione politica. E in questo senso il suo ruolo fu anche molto contraddittorio".
Perché?
"Perché fu affascinato dalla rivolta giovanile, in America e in Germania. Ha un po' glorificato il movimento studentesco e la gioventù come soggetti del cambiamento, quasi mettendoli su un piedistallo. Anche nei contatti personali. E sull'onda della mobilitazione contro l'intervento Usa in Vietnam ha commesso, come molti, l'errore di sacrificare un po' il rigore analitico alla giusta protesta contro la guerra, finendo su posizioni pro-Vietcong che oggi non sono più difendibili".
Dunque il Maestro ha nutrito e coltivato grandi illusioni?
"Sì, quando parlava di Nuova società citava a volte il Vietnam del Nord come esempio. Arrivò a sostenere che nei parchi pubblici di Hanoi c'erano molte panchine per due, elogiando questo "appoggio pubblico all'intimità delle coppie"... roba da strapparsi i capelli".
Un limite grave...
"Sa, lui formulò analisi teoriche molto lucide sull'esigenza di posizioni antitotalitarie, ma non seppe tradurle in pratica. Ha contribuito a nutrire la Grande illusione sui movimenti di liberazione nel Terzo Mondo, dal Vietnam, a Cuba, alle colonie portoghesi. Non ha saputo riconoscere la qualità politica di quei movimenti rispetto ai valori di una società democratica. E' stato corresponsabile di quelle illusioni".
E' una contraddizione tragica: non le pare che pesi ancora oggi sulla sinistra?
"Sì: ha a che fare anche con un certo tipo di antiamericanismo legato alle tradizioni della sinistra americana di allora, cui lui fu profondamente legato. Vide perciò in movimenti come il castrismo, il comunismo vietnamita o quello cinese sia una valenza anti-imperialista sia un potenziale di liberazione dai pericoli del socialismo reale sovietico. Attribuì a quei regimi una capacità liberatoria anche contro il sistema dell'Urss. Questa fu la sua grande illusione: a lui come all'insieme della nuova sinistra di allora mancarono i sensori antitotalitari".
Errori passati o ancora presenti?
"Presenti in parte della sinistra, in Germania come in Italia. Guardi alle polemiche sulla guerra in Kosovo: abbiamo visto come per tanti, a sinistra, l'America è demonizzata, è una potenza contro cui è automaticamente giusto battersi, e a raffronto delle cui presunte colpe i piccoli totalitarismi - vietnamita o cubano ieri, serbo oggi - sono innocui".
Secondo lei questi sono anche limiti insiti nella Kritische Theorie, la "Teoria critica" fondata da Marcuse e dalla Scuola di Francoforte?
"Io penso che la Teoria critica non ce l'abbia fatta a rinnovarsi contro se stessa e liberandosi da se stessa. E' lo stesso processo d'incrostazione che colpì il marxismo: è diventata un po' una teoria morta, o se non morta è rimasta ferma. Non è più uscita dai discorsi e dalle analisi dell'epoca del movimento studentesco. Sa, ricordo ancora oggi un dibattito contraddittorio tra Habermas e Adam Michnik ospitato da Die Zeit. Michnik, eroe del dissenso polacco, reduce da otto anni di prigione, dice: "Io la ammiro, ma non capisco perché lei non abbia mai scritto sullo stalinismo". E Habermas risponde: "Non ne ho mai scritto perché non ho mai ritenuto che fosse un tema importante". E' una confessione che smaschera la situazione della Teoria critica: ha mancato il dibattito sul totalitarismo come quello sui nuovi movimenti, dall'ecologia ad altri. Eppure, Marcuse, Habermas e gli altri hanno scritto cose interessantissime e valide tuttora".
Quali?
"La loro acquisizione più importante resta secondo me l'attenzione alla soggettività dei movimenti, e l'apertura al dibattito sulla democrazia con il paese reale, propugnata soprattutto da Habermas".
E questo toglie qualcosa ai suoi limiti?
"Non le risparmia la natura di teoria manichea".
Ma non le sembrano questi i limiti generali della cultura ufficiale di sinistra in Germania?
"Qualcosa sta cambiando: guardi l'appoggio netto all'intervento Nato in Kosovo. Ma tornando a Marcuse, il dramma è che il '68 fece di lui un simbolo della rivolta, e invece rifiutò come "di destra" Hannah Arendt. C'è voluto moltissimo tempo per superare questi limiti, e non è un caso che nelle riflessioni di oggi Hannah Arendt abbia un ruolo ben più centrale di Marcuse".
Eppure fino a pochi anni fa la cultura di sinistra tedesca tacque sul golpe in Polonia, sull'Afghanistan, sulla Ddr...
"Non dimentichi che su di lei pesava l'orrore per l'anticomunismo militante di destra, rappresentato dalla Bild o dagli altri giornali di Springer. In Francia fu diverso: la natura antitotalitaria del movimento ebbe poi la meglio nel mondo della cultura, anche come reazione al peso del Pcf nella sinistra. Ricordo ancora quando, dopo il maggio francese, tornai in Germania, e nei dibattiti con i leader della Sds mi trovai in un dialogo tra sordi. Loro non capivano il mio anticomunismo, né il fatto che tra i due Stati tedeschi avrei scelto la Repubblica federale e non la Ddr, perché a Bonn si poteva lottare per la democrazia mentre Berlino Est era retta dal totalitarismo. Non lo capirono".
Colpa di Marcuse?
"No, lui volava alto, al di là e al di sopra di simili riflessioni. Gli si possono rimproverare limiti e occhi chiusi davanti al comunismo, ma non incolparlo. Eppure l'incomprensione del totalitarismo ebbe anche un'altra, drammatica conseguenza per il movimento: il terrorismo, frutto di tendenze totalitarie e di un mancato dibattito sul totalitarismo. Ecco, se questo dibattito sul totalitarismo non ci fu anche Marcuse ebbe le sue responsabilità".
Torniamo ai limiti della sua Scuola...
"Sì, eppure è anche un bene che ogni teoria abbia i suoi limiti da poter ripensare in seguito".
Ha mai conosciuto o incontrato Marcuse di persona?
"Solo una volta, a Berlino, ma non ho un grande ricordo. Forse anche perché ai suoi occhi già non ero tra i più giovani dei ribelli. Eppure già allora ritenevo estremamente interessanti le riflessioni contenute in Eros e civiltà, come trascendenti dalle tradizionali teorie dell'emancipazione, che di solito si riducono agli aspetti materiali. Ecco, questo fu un suo grande contributo nella tradizione della Scuola di Francoforte".
Quanto fu importante il suo essere a cavallo tra Europa e America?
"Fu importante, come fu importante per Hannah Arendt essere un ponte tra più culture. E' la capacità di guardare oltre i confini".
Ma la cultura di sinistra consente di conservare questa capacità?
"In ogni paese si fanno i conti con certi limiti. L'antitotalitarismo francese ad esempio ha ignorato fino a ieri i problemi ecologici".
Ciò detto allora quale è l'eredità più importante di Marcuse?
"Il suo caso ricorda un po' Sartre: resta di lui soprattutto la capacità di calarsi da intellettuale e da persona anziana in un movimento reale in corso. Provando un'euforia anche un po' pericolosa ma inebriante e affascinante. E' il centro del suo tentativo di riflessioni teoriche, e insieme il loro lato più pericoloso e più positivo".
Sartre però, mobilitandosi contro la guerra coloniale francese, sottovalutò il carattere antidemocratico del regime che in Algeria l'Fln avrebbe creato...
"E' appunto lo stesso errore di Marcuse col Vietnam: il giusto no alla guerra portò all'errore di stilizzare i leader dei movimenti anticoloniali algerini e vietnamiti come figure positive. Si è visto poi come sono finiti quei paesi".
Ritiene attuali le sue riflessioni su capitalismo e diritti umani?
"No, piuttosto quelle di Eros e civiltà sull'uomo".
Condivide la sua idea secondo cui la liberazione dell'individuo può venire solo portata dall'azione di gruppi marginali nella società, come i giovani ribelli?
"Ma no, la liberazione dell'individuo viene o può venire ovunque da qualsiasi fattore o soggetto sociali, o da nessuno".
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vedi anche
I cent'anni di Marcuse