RASSEGNA STAMPA

13 LUGLIO 1999
PIETRO GRECO
Emergenza per la "scienza di massa"
Il problema oggi è la comunicazione tra esperti e grande pubblico
Stiamo passando, sostiene il fisico teorico John Ziman, davvero della scienza accademica all'era della scienza postaccademica. E la transizione è caratterizzata da un'importante novità: prima gli indirizzi generali della scienza e le singole piste di ricerca erano discussi e decisi, pressoché tutti e pressoché interamente, all'interno della comunità scientifiche, tra scienziati. Ora tutto viene deciso da gruppi sempre più allargati in cui la presenza di persone esterne alle comunità scientifiche è rilevante e, spesso, determinante.
Così, per la prima volta, gli scienziati hanno un bisogno, vitale, di comunicare scienza ai non esperti. Il "National Institutes of Health" degli Stati Uniti, la più grande organizzazione di ricerca biomedica al mondo, stanno studiando la possibilità di creare su Internet un grande sito ove tutti i biologi e i medici del pianeta possano pubblicare i risultati originali delle loro ricerche, senza il filtro della revisione critica da parte di colleghi anonimi ed esperti. In modo che tutti sappiano, in tempo reale, chi sta facendo cosa. Molte altre comunità scientifiche hanno già avviato progetti analoghi. Così presto noi tutti, non gli scienziati, saremo inondati da una valanga di dati grezzi sulle ricerche di frontiera, attinenti anche a questioni molto delicate (per esempio, i risultati delle terapie contro il cancro), tutti da verificare e da interpretare. E, forse per la prima volta, la società avrà un bisogno, vitale, di strumenti critici adeguati per non restare abbagliata dalla nuova comunicazione della scienza. Senza filtri. E senza veli. Solo in un futuro più o meno lontano sapremo se la transizione verso l'"era post-accademica" e la transizione verso la "comunicazione nuda" avranno, avranno modificato, come qualcuno ritiene , il modo stesso di fare scienza.
Certo, stanno già oggi modificando in profondità il modo in cui gli scienziati e il grande pubblico dei non esperti comunicano fra loro. E così dopo "Idee sulla mente", anche il secondo tema di SpoletoScienza, il festival nel festival di Spoleto organizzato dalla Fondazione Sigma Tau, e dedicato appunto, a "L'espressione della scienza", risulta di battente attualità. Il tema è stato discusso, tra giovedì e domenica scorsi, da un "cast" molto ricco di protagonisti: l'astronomo John Barrow; il biochimico Carl Djerassi; l'esperto di comunicazione John Turney; il matematico John Casti; lo storico della biologia Pietro Corsi; la giornalista scientifica Alison Albott; Paolo Fabbri, esperto di semiotica a Bologna; Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro dì Milano e lo scrittore Ian McEwan.
Il discorso si è disposto e accartocciato in svariate pieghe. Ma è possibile (e utile) srotorarlo lungo un unico grande filo: la comunicazione al grande pubblico dei non esperti che emerge, per le ragioni di cui sopra, come necessità strutturale della scienza. Né gli uomini di scienza, né il grande pubblico dei non esperti sono pronti ad affrontare questa "emergenza". I primi, perché, nati e formati nell'era accademica, hanno sempre considerato comunicare coi non esperti un orpello. Che, certo, qualcuno può coltivare. Ma a titolo personale e con spirito missionario. I secondi, perché nati e formati in un secolo che ha divaricato e, forse, creato la separatezza tra le due culture di cui parlava già molti anni fa Charles Percy Snow.
Così che la gran parte dei non esperti, anche tra i colti, preferisce delegare ad altri lo sviluppo delle idee scientifiche, piuttosto che coltivarla in proprio. Si spiega, così, il paradosso, solo apparente, per cui, in fatto di comunicazione, i pionieri della scienza ne sapessero molto più dei navigati contemporanei. Si rivolgevano a tutti. Per comunicare tutto. E usando ogni mezzo utile. Galileo appartiene alla storia della letteratura italiana non meno che alla storia della scienza. Oggi il discorso sulla comunicazione della scienza al pubblico dei non esperti riparte da un livello più basso da quello cui si erano attestati Galileo e Cartesio, Newton e Darwin. Ma anche Kant, Leopardi o Edgar Allan Poe. Il motivo, sostengono alcuni, è che l'impresa scientifica altro non è che un viaggio verso il progressivo allontanamento dal senso comune. Per cui, da un lato, lo sviluppo delle scienze comporta, di per sé, un ispessimento del muro di incomunicabilità tra esperto e non esperto. E, dall'altro, comporta un incremento della divaricazione tra rigore e comunicabilità. In altre parole oggi ogni discorso scientifico non banale sarebbe accessibile solo e unicamente agli esperti. E ogni singola scienza sarebbe ridotta a cultura monachistica, di élite sempre più ristrette. Discorso davvero paradossale. Per quattro motivi. Perché la definizione di esperto è, essa stessa ambigua. Perché persino la comunicazione formale interna alle comunità scientifiche ha margini, non banali, di ambiguità: in quanto non esiste una lingua perfetta che comunichi il contenuto puro. Mentre, come scrive il paleontologo e scrittore Stephen Jay Gould e, come dimostrano i Galileo, i Newton, i Darwin: "I concetti della Scienza, in tutta la loro ricchezza e complessità, possono essere presentati senza alcun compromesso, senza alcuna semplificazione deformante, in un linguaggio accessibile a tutte le persone intelligenti".
Perché gli scienziati non hanno più solo la possibilità, ma hanno la necessità di stabilire una comunicazione significativa col grande pubblico. E, infine, perché come abbiamo visto, il discorso è largamente superato dai fatti: l'evoluzione dei sistemi di comunicazione mette ormai direttamente a confronto i risultati originali della ricerca scientifica e il grande pubblico dei non esperti. Creando un canale, magari distorto, ma ineludibile di comunicazione. Se questo è vero, se tutto (o quasi) è, almeno in linea di principio, comunicabile, anche la ricerca, di una forma ideale, unica, di comunicazione viene meno. Ogni forma, comprese le forme artistiche meno logicamente formalizzate, possono andar bene. Tenendo conto dei loro limiti (nell'arte, ricorda Sergio Escobar, l'emozione è il fine, non il mezzo) ma anche delle loro potenzialità (senza emozioni non ci sarebbe la ricerca, faticosa, dei contenuti). Forma e linguaggio della comunicazione vanno, dunque, scelti caso per caso. Se, infine, la comunicazione al pubblico dei non esperti è diventato un elemento strutturale della scienza e un'esigenza sociale complessa, allora essere membro di una comunità scientifica non è titolo né sufficiente, né necessario per realizzarla al meglio. Non è sufficiente, perché lo scienziato deve assumere un atteggiamento professionale verso la comunicazione, se vuole comunicare bene. Non è necessario essere scienziati, perché altre figure intellettuali, se beninteso acquisiscono le necessarie cognizioni, possono comunicare scienza. Anzi, a ben vedere, la rapidità dell'informazione e la complessità dei rapporti tra comunità scientifiche e società, richiede una nuova figura intellettuale in grado di comunicare scienza di frontiera man mano che si produce, talvolta in tempi molto ristretti. Un intellettuale come usava al tempo di Aristotele o di Galileo. Che, forse, non esiste. Ma che va, urgentemente, inventato.
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