Ma il Novecento non è un destino| Un'analisi delle principali correnti del pensiero del secolo presentare entro un'ipotesi teorica originale ma poco convincente |
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| Franca D'Agostini, "Breve storia della filosofia del Novecento. L'anomalia paradigmatica", Einaudi, Torino 1999, pagg. 308, L. 24.000. | Franca D'Agostini presenta la sua Breve storia della filosofia del Novecento come "essenzialmente la narrazione dei modi in cui la filosofia ha pensato se stessa", cioè come una storia della metafilosofia del Novecento.
Questa autopresentazione è riduttiva: uno dei pregi maggiori del libro,. infatti, è proprio che esso riesce a presentare, in estrema sintesi, i nuclei di pensiero più importanti dei filosofi maggiori (e di molti minori) del secolo che sta per finire.
Il libro è diviso in tre parti. La prima, Filosofie dell'esperienza (1900-1930), tratta della nascita della psicologia scientifica, dei filosofi-scienziati di inizio secolo (Bolzano, Mach, James), di Bergson, dei fratelli nemici Frege e Husserl, del neo-kantismo e delle "filosofie della vita". La seconda parte, Ragione, scienza ed esistenza (1930-1960), si occupa di Weber, dei neoidealisti italiani (Croce e Gentile), del "marxismo occidentale" con la sua propaggine francofortese e infine habermasiana, del neo-positivismo e del primo Wittgenstein, della "nuova filosofia della scienza" (Popper e Kuhn), di Quine e poi degli sviluppi della fenomenologia e dell'esistenzialismo di Heidegger e di Sartre. La terza parte, che richiama nel titolo .(Analitici e continentali) un precedente, fortunato libro dell'autrice (edito da Cortina), riprende dalle origini della filosofia analitica in Russell e Moore, continua col secondo Wittgenstein e con gli sviluppi della tradizione analitica, di cui cerca di chiarire la differenza rispetto alla filosofia detta "continentale"; su quest'ultimo fronte, si parla di strutturalismo e post-strutturalismo (incluso Derrida), di ermeneutica, di postmodernismo e pensiero debole, del neopragmatismo di Rorty. In un breve paragrafo conclusivo, vengono presentati il nichilismo, come esito presente della tradizione continentale, e il "ritorno al pensiero" (s'intende, rispetto alla concentrazione sul linguaggio che aveva caratterizzato i decenni precedenti) che sembra attualmente dominare la scena analitica.
Questo elenco, peraltro, fa torto alla ricchezza del libro per almeno due aspetti. In primo luogo, nel libro non si parla solo degli autori e movimenti che ho citato: non c'è quasi nome di qualche rilievo nella filosofia del Novecento che non compaia almeno in una nota. In secondo luogo, qui non si tratta affatto di dossografia, di un pacco di schede sulle "opinioni dei filosofi", bensì di un'opera con un forte impianto teorico, in cui ogni partizione e ogni scelta espositiva ha la sua ragione.
D'Agostini tenta anche una caratterizzazione complessiva della vicenda filosofica del Novecento, che trova espressione nel sottotitolo del libro (L'anomalia paradigmatica). Le implicazioni paradossali di certe posizioni filosofiche (l'universale relatività delle credenze è a sua volta una credenza relativa? la tesi della condizionatezza storica di ogni verità è a sua volta una verità storicamente condizionata? e così via) non vengono considerate come autoconfutazioni di quelle particolari posizioni, ma come caratteristiche della "ragione moderna"; nel senso - par di capire - che l'essere sistematicamente alle prese con siffatte implicazioni paradossali, generate dall'autoapplicazione di tesi filosofiche, sarebbe costitutivo, "paradigmatico" della filosofia del nostro secolo.
Non c'é fine alle obiezioni che si possono fare a un'idea del genere: si va dall'ovvia considerazione che sarebbe davvero sorprendente se un secolo (un periodo di cento anni, nel nostro caso dal 1900 al 1999) avesse una fisionomia filosofica quale che sia, alla difficoltà di applicare in vivo lo schema proposto. Un filosofo australiano, Graham Priest (Beyond the limits of thought, 1995) ha provato a fare qualcosa del genere per buona parte della storia della filosofia occidentale, da Platone a Derrida; cioè a scovare in ogni posizione filosofica un meccanismo di generazione di contraddizioni (di solito basate su una qualche forma di autoreferenzialità). Il gioco riesce in certi casi, riesce a metà in altri, ed è del tutto privo di plausibilità in altri ancora; e temo che lo stesso sia dei filosofi del Novecento di cui si occupa Franca D'Agostini, che peraltro ha il merito - non condiviso da Priest - di proporre il suo schema interpretativo come un'indicazione di lettura, evitando di applicarlo meccanicamente nell'analisi delle singole filosofie.
Quest'analisi è condotta con esemplare chiarezza. Nell'esposizione di D'Agostini, mi è sembrato di capire persino Deleuze (non però le citazioni da Deleuze stesso, irriducibilmente opache). E la sua presentazione della concezione post-strutturalista della filosofia, come "produzione di simulacri", prassi anarchica che genera immagini "senza referente rappresentativo", consente di cogliere perfettamente il vizio di fondo di quella filosofia, la ragione principale dell'ostilità analitica per questa forma tipica di pensiero "continentale".
Il filosofo teorizzato da Deleuze, Lyotard e altri, assomiglia, più che al poeta dì heideggeriana memoria, all'inventore di slogan, il copywriter: e le sue produzioni, in quanto non si accreditano attraverso l'argomentazione ma invece per via puramente estetica, non fanno altro che riflettere - come gli slogan pubblicitari - luoghi comuni diffusi, idola culturali (più o meno consapevoli) della tribù degli intellettuali.
Così la filosofia che si vuole più radicalmente innovativa, al punto di considerare anche la pura logica come "compromessa con l'esistente" (che, all'epoca, si chiamava "capitalismo"), è in realtà completamente appiattita sul più bruto dei dati, cioè sul gusto della comunità intellettuale cui si rivolge.
Franca D'Agostini conosce bene la tradizione analitica, ma è una filosofa continentale, e questo è il punto di vista da cui il libro è scritto. L'autrice, mentre lo riconosce, non rinuncia - con mossa a sua volta tipicamente continentale - a presentare la sua opzione teorica come una specie di destino, dando della "provenienza" heideggeriana ed ermeneutica una versione curiosamente territoriale, o geografica: per cui uno nato e cresciuto in Italia, ad esempio, non potrebbe che essere un filosofo continentale (in senso teorico). Se questa tesi vuole andare al di lá dell'ovvia considerazione che uno che ha studiato filosofia in Italia in certi anni ha probabilmente letto certi libri e non certi altri, è da respingere come altre forme di determinismo storico-geografico. E del resto, è una tesi che fa torto a un altro pregio del libro, che è di essere animato da una straordinaria passione per la filosofia, per tutte le filosofie (degne del nome), per quanto lontane l'una dall'altra. Una passione che rischia di contagiare anche uno come me, che ha della filosofia una concezione - e una pratica - parziale, "locale" e frammentaria, molto lontana dal punto di vista olimpico (o titanico?) di questo interessante libro. |