RASSEGNA STAMPA

11 LUGLIO 1999
LUIGI SAMPIETRO
Un lunatico profeta reazionario
Avversò liberalismo e democrazia e lottò contro gli imbrogli della politica
Thomas Carlyle, "Cartismo", Liberilibri, Macerata 1999, pagg. 194, L. 30.000.
"Se Gesù Cristo ritornasse in terra, non lo crocifiggerebbero. Lo inviterebbero a cena per ascoltare quello che ha da dire e per poi ridere di lui". Così scriveva Thomas Carlyle dei propri contemporanei circa a metà del secolo scorso. E i contemporanei, quelli che lo leggevano (cioè coloro che sapevano leggere e scrivere), lo ripagarono riconoscendogli, in vita, una autorità spirituale che lo confermò nella convinzione, tutta romantica, che la sincerità e la schiettezza sono armi vincenti, anche in politica, perché fanno appello al cuore dell'uomo e perché rispondono all'ordine profondo della natura. Quando morì avrebbe dovuto essere sepolto nel pantheon dell'Abbazia di Westminster, a Londra. Ma Carlyle, che era nato nel sud-ovest della Scozia, nel piccolo villaggio di Ecclefechan, lì volle per espresso desiderio che il suo corpo fosse riportato, per riposare accanto alla tomba dei genitori.
Calvinista per formazione ed erede indiretto di quei puritani che prima colonizzarono il Nuovo Mondo e poi, con Oliver Cromwell, ebbero il coraggio, per la prima volta nella storia, di condannare a morte un re giudicato indegno di tale nome, Carlyle fu uno scrittore tempestoso e tagliente, severo e fiammeggiante, animato da un'insopprimibile spinta a testimoniare la verità. Era persuaso che la verità dovesse trionfare in questo mondo - non nell'aldilà - e che fosse una forza trascendente capace di travolgere qualsiasi ostacolo e di imporsi nella storia. Era anzi persuaso che la forza e la verità fossero la stessa cosa e che le bugie, i raggiri dei furbi e le astuzie di chi insegue il successo invece di obbedire alla propria vocazione, avessero delle ridicole gambe corte.
Carlyle fu un umorista devastante e un profeta con la luna storta. Diffidente di tutte le istituzioni umane, non fu né un compiaciuto annunciatore di sventure né un querulo e gratuito difensore delle cause perse. Credeva in un Dio immanente e benevolo che, a differenza della divinità ridotta a concetto dei deisti settecenteschi, agisce nel mondo - e, appunto, nel cuore dell'uomo - e che è più vero di qualsiasi realtà materiale e di qualsiasi astrazione o statistica. Più vero, certamente, del Dio addormentato che l'aristocrazia irresponsabile e il clero della Chiesa nazionale dell'età vittoriana tenevano in ostaggio.
Prima ancora che uno scrittore, come ebbe ad affermare dall'America Henry David Thoreau (1847), Carlyle "fu un uomo che aveva delle cose da comunicare". I suoi scritti sono capolavori d'arte nel modo in cui "lo sono un aratro, un mulino o una macchina a vapore", e più che al dominio dell'estetica appartengono a quello della necessità. E tuttavia Carlyle fu l'inarrivabile maestro di una prosa - imitata da Arnold, da Ruskin e dallo stesso Thoreau - fatta di evocazioni bibliche, espressioni colloquiali, neologismi e forzature espressionistiche esemplate sulla lingua dell'amato Goethe, in cui anche la punteggiatura, i corsivi, le virgolettature e i trattini sono posti al servizio dell'urgenza, per così dire, di permettere l'irruzione dell'infinito - della verità - nelle cose degli uomini.
Iracondo e sedentario, afflitto da disturbi allo stomaco che lo rendevano insofferente nei confronti di tutti i piccoli animali del vicinato - cani, gatti e galli canterini - contro i quali la moglie dovette condurre una sorta di guerriglia, Carlyle elaborò nel silenzio della propria casa londinese tutte le opere successive ai saggi sulla letteratura tedesca e al Sartus resartus (1834) che lo avevano reso celebre anche in America. Al numero 5 di Cheyne Row nel quartiere di Chelsea, che è oggi un museo, scrisse, tra l'altro, La rivoluzione francese, Gli eroi, Passato e presente e un monumentale ritratto di Federico il Grande. Combattè una titanica battaglia contro gli imbrogli e gli imbroglioni della politica, contro le trappole del sistema rappresentativo e in difesa del popolo inglese. In questo senso scrisse, nel 1839, un virulento pamphlet intitolato Cartismo che è ora riproposto da Liberilibri. La versione italiana, splendida, è curata da Giuseppe Nori ed è dotata di un formidabile apparato di note che non ha eguale in alcuna edizione inglese e che rende perspicuo ogni passo e ogni allusione di questo difficile testo.
Cartismo è un'opera da prendere con le molle. È un libro d'altri tempi che è però anche lontano dalla sensibilità politica dell'epoca in cui fu scritto. Non è la visione di un ingenuo poeta, ma esprime l'opinione illiberale di un reazionario di ferro che non credeva nel bla-bla delle opinioni e che, come i predicatori "entusiasti" del XVII secolo, parlava dall'interno di una certezza intuitiva e lampante. E cioè che la verità fosse una, direttamente conoscibile da ogni individuo, e che consistesse nel fatto che il lavoro è l'espressione di una energia sacra che ha creato la civiltà sotto la guida degli eroi della storia.
Indicato a un secolo di distanza come proto-fascista, bisogna dire che Carlyle si espresse contro il laissez-faire economico del liberismo perché vedeva in questo una minaccia per gli sprovveduti analfabeti che costituivano la forza-lavoro dell'Inghilterra. Avversò il suffragio universale chiesto dai cartisti perché vedeva nel Parlamento il luogo in cui le richieste e le necessità del popolo avrebbero finito per essere manipolate a suo danno dalla scaltrezza mondana dei politicanti. E d'altra parte avvertì con voce allarmata il pubblico dei propri lettori che se non si fosse posto mano immediatamente alla "questione inglese" - al problema del disagio della manodopera - si sarebbe corso il rischio di gravi disordini.
Carlyle aveva una visione paternalistica e cavalleresca - medievale - della comunità. Credeva che i rapporti tra gli uomini potessero essere veri e genuini solo se basati su di un rapporto personale: sulla partecipazione a una medesima realtà spirituale. Auspicò il ritorno al dovere di un'aristocrazia e di un clero responsabili che si ponessero al servizio del popolo perché quello che il popolo chiedeva era soprattutto di essere guidato. Il popolo analfabeta, incapace di parlare per sé, alla fine degli anni Trenta non era in grado di guidarsi da solo. E l'aver posto, da parte di Carlyle, il problema dell'istruzione al centro della intera questione sociale inglese, fa di Cartismo uno straordinario documento diagnostico che - come ricorda Giuseppe Nori - solo cinque anni dopo la sua pubblicazione sarebbe stato tenuto nella massima considerazione dal giovane Engels.
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vedi anche
Filosofia (e) politica