RASSEGNA STAMPA

5 LUGLIO 1999
FOLCO PORTINARI
L'enigma di Dostoevskij
La filosofia prima della letteratura
Milli Martinelli, in una nuova guida alla lettura delle opere del grande scrittore russo, ripropone il primato dell'idea sulla scrittura
Attraverso l'analisi delle pagine de "L'idiota" o "Delitto e castigo", il profilo di una società "morale" prerivoluzionaria
Milli Martinelli, "Leggere Dostoevskij", Unicopli, pagine 183, lire 25.000
C'è una questione, e non di piccolo conto, che rimane personalmente, per me solo forse, irrisolta, pur avendo letto dozzine di saggi sul tema: traduzione-tradimento. Che tradurre sia tradire ne sono convinto, perché sono convinto dell'importanza della scrittura, della lingua, dello stile in letteratura. E' lo stile che distingue. Date queste convinzioni non riesco ancora a capire l'amore che mi punse per i russi, tra i quindici e i vent'anni, quando lessi per la prima volta Tolstoj, Gogol, Dostoevskij in edizione Bairon, probabilmente tradotti da altre traduzioni come spesso accadeva con gli slavi. Cos'è che pur con traduzioni improbabili o impossibili, mi colmava di entusiasmo? Certo non la scrittura, non la lingua, non lo stile, che ovviamente mi sfuggivano. Ciò vuol dire che c'è qualcos'altro, non necessariamente e non solo la trama. Non è la trama la qualità di "Delitto e castigo" o dell'"Idiota". D'altronde un qualche slavista di pregio mi disse una volta che Dostoevskij scriveva "male". Così la questione mi rimase sempre più irrisolta. Con questo tarlo mentale, da lettore di provincia, ho accolto speranzoso il recente volumetto, per mole, di Milli Martinelli, "Leggere Dostoievskij", che si presenta proprio come una guida alla lettura, dedicato mi pare agli studenti, o agli sprovveduti come me (dico sprovveduto appunto perché privo del supporto fondamentale della lingua). Con però la persistenza più che cinquantennale del giovanile entusiasmo e la coscienza, ormai, della sua, di lui, rilevante autorità. Non ho molte letture critiche alle spalle. Ricordo di aver comprato e letto, nel' 45, "La concezione di Dostoievskij" di Nicolaj Berdjaev, edito da Einaudi, ignoti traduttore e prefatore ignari dell'ostracismo sovietico che cadeva sul grande romanziere e sul suo esegeta. In quel libro tanto importante, rispetto l mio "Idiota" o ai miei "Demoni", era comunque Berdjajev alla fine a prevalere più di Dostojevskij.
Perché ho ricordato Berdjaiev e non Bachtin o Strada? Perché mi sembra che Berdjajev sia il referente, la chiave o il grimaldello scelto dalla Martinelli, persino nella scrittura (non l'unico, di sicuro). In ogni modo è opportuno compiere un passo indietro perché il libro, nella sua funzione didattica, di strumento per la scuola, è diviso in due parti, la prima delle quali è dedicata alla vita, e perciò alla bibliografia, di Dostoevskij. Si tratta di una porzione senza dubbio importante e determinante, poichè è presso che inevitabile istituire rapporti consequenziali tra biografia e opera, in questo caso specifico. Soprattutto se gli si conferisce quell'immagine e quella funzione sacerdotale che gli verrà riconosciuta e attribuita nella seconda parte del saggio, la più interpretativa. Una bella storia la sua, avventurosamente romantica (con tanto di Siberia e di malattia nervosa) come molte di quell'epoca, russe e no, che gli servirà anche da modello per i modelli per i personaggi dei suoi romanzi.
Nella seconda parte, vengono affrontati in maniera specifica i testi cardinali del dostoevskismo: "Delitto e castigo", "L'idiota", "I demoni", "I fratelli Karamazov". E' su queste pagine che ripropongo la mia questione iniziale, come si possa venir sedotti da romanzi letti in modeste o pessime traduzioni. E' la struttura a uscirne predominante e vincente? 0 per un processo di identificazione, come accade per ogni romanzo ottocentesco o quasi, che è la prima grande stímolazione, di "simpatia", intellettualmente consolatoria e narcisistica assieme, in che consiste una delle prerogative peculiari del fenomeno "romanzo" in quanto tale? D'altra parte uno viene allenato a porre, come discriminante la bontà del racconto, le sue strategie, la lingua, la struttura, l'intrigo in sé, l'ideologia, in un rapporto di reciproche necessità, reciprocamente condizionanti, nella finzione.
Invece... Invece la Martinelli mi (ci) viene incontro anteponendo la filosofia alla filologia. E dimostrando una sua vocazione filosofica. Lì è la sua originalità. In questo modo potrei già darmi una risposta. Dostoevskij era un filosofo che scriveva ed elaborava la sua filosofia sotto forma di racconto, per "exempla". Così finisco col trovarmi in buona compagnia con un altro filosofo che fu interprete del Nostro, il Berdjajev di cui sopra. Filosofo esistenzialista cristiano che, come accade alla Martinelli, cerca di conciliare esistenzialismo e metafisica e religione, Cristo e situazione, "sein" e "dasein", con tutti i retaggi della cultura e della tradizione slava. Al punto di spingersi a riconoscere, nella sua filosofia, un'anticipazione rivoluzionaria. Populista, va da sé, più che leninista.
Però sappiamo che quando un filosofo sceglie di filosofare usando gli strumenti specifici della letteratura, alla fine dovrà fare i conti proprio con essa (penso a Leopardi, che fu grande filosofo, ma quando leggo le sue poesie non posso davvero eludere prosodia, lingua, retorica, ecc..., allo stesso modo di Mallarmé e quant'altri ancora). La Martinelli persegue con passione (è la qualità partecipativa più evidente della sua scrittura) il suo punto di vista filosofico, che un poco mi sembra sovrapposto al particolare e personale. Probabilmente ha ragione. Ma quel che più mi persuade e mi intriga del suo discorso è la russità Che vi emerge, per noi "altra" benché non estranea, com'è nella musica, che governa con tutte le sue contraddizioni ideologiche (esistenziali) la pagina dostoevskiana. Probabilmente era quello che mi piaceva.
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