| SI INAUGURA SPOLETO SCIENZA | "Tra il cristallo e il fumo". Una sostanza invisibile, eppure capace di operare sulla materia e sul mondo più di qualsiasi altra forza materiale: la mente. Oggi rappresenta forse la sfida più ardita e difficile per la scienza. Una avanguardia di scienziati, dai neurologi agli psicologi, passando per informatici, biologi, matematici, linguisti, fisici e filosofi, la sta aggredendo da tutti i versanti, nel tentativo di decifrare il "fantasma nella macchina", il segreto racchiuso nel funzionamento del cervello, il "salto evolutivo" che ha portato la materia vivente a elaborare questa sorta di invisibile "chiave del mondo".
Proprio la mente sarà protagonista quest'anno, a partire da oggi, dell'undicesima edizione di "Spoleto scienza", il tradizionale incontro che si svolge nell'ambito del Festival di Spoleto, dedicato questa volta alle "aree di contagio", dove cioè i pensieri disciplinari si intrecciano e sovrappongono (in particolare, appunto, le "idee sulla mente"), con la solita ricca partecipazione di ricercatori e pensatori italiani, europei ed americani, e coordinato dallo psicobiologo Alberto Oliverio, dell'Università La Sapienza, in un confronto che, data la diversità delle posizioni dei partecipanti, si annunzia non privo di asprezze ma anche ricco di informazioni sui nuovi risvolti conoscitivi.
Oliverio ad esempio è uno scienziato che rifiuta l'immagine incompleta, se non ingenua, che riduce il segreto della mente al solo funzionamento dei neuroni racchiusi nella scatoletta del cranio. Certamente, afferma, i processi di elaborazione delle percezioni e delle risposte agli stimoli ambientali avvengono lì. Ma capire la mente significa comprendere che non ha senso separare il cervello dal corpo (come nel celebre apologo del filosofo americano Daniel Dennett del "cervello nella tinozza", indifferente a quale corpo vi venga collegato). Le radici della mente - della nostra interazione col mondo - sono da cercare nel complesso rapporto tra gli input sensoriali che ci giungono dalle "esperienze del mondo" che compie il nostro corpo nella sua interezza, e le risposte che a quegli stimoli vengono dal cervello.
"Il corpo - afferma Oliverio - è una componente fondamentale del contenuto della mente". E aggiunge: "Si potrebbe rovesciare l'usuale rappresentazione della mente che programma i movimenti del corpo in una immagine della mente modellata da quei movimenti", da quelle interazioni. In ultima analisi, conclude Oliverio, "la nostra mente, le azioni del corpo e l'ambiente sono così intrecciati che la mente e la sua evoluzione possono venire considerati anche dal punto di vista del movimento".
Ma dove e quando nasce la mente? Secondo lo psicologo Andrew Meltzoff dell'Università di Washington, anch'egli presente a Spoleto, il processo di formazione della mente avviene nei primi tre anni di vita: è in quel periodo che impariamo (veniamo formati) più che in tutto il resto della nostra vita. Il neonato inizia prestissimo a discernere volti e odori e poi, calato nell'universo linguistico degli adulti, a sviluppare la capacità di imparare, che è insita nella nostra natura, assecondando così le pressioni dell'ambiente. Ma non è un apprendimento passivo: i bambini, come scienziati in erba, cercano continuamente spiegazioni sul mondo che li circonda, e su di esso fanno esperimenti, cercando di decifrarne le configurazioni fisiche e anche psichiche, le risposte alle loro azioni: siamo noi adulti - sostiene Meltzoff - a fungere per loro da animali da laboratorio. E' quindi nel corso di questo precoce processo che si costruisce la nostra mente, le risposte ai quesiti fondamentali, come la convinzione che esista un mondo anche quando non lo guardiamo, e che gli altri siano come noi dotati di una mente individuale: risposte che determineranno a un livello profondo i nostri comportamenti adulti e le nostre convinzioni.
Non è solo un processo individuale: per l'antropologa Sue Savage Rumbaugh, tra i relatori di questa sessione di "Spoleto Scienza", anche se percepiamo la mente come qualcosa di inscindibile dalla nostra percezione di sé, un ente separato dalla mente degli altri, in realtà siamo di fronte a un fenomeno collettivo, il prodotto - che si fissa a livello individuale - delle interazioni sociali, e in primo luogo del linguaggio. "Un fenomeno insieme locale (cioè individuale) e distribuito, secreto dal gruppo, strettamente condizionato e persino prodotto dalla cultura e dal linguaggio condiviso".
Una posizione quindi che sembrerebbe se non negare, almeno relegare in un angolo puramente fisico il ruolo dei geni, che pure in questi anni di "imperialismo genetico" è stato massicciamente sottolineato ed esaltato, fino a farne la radice e la spiegazione - in nome di un materialismo un po' rozzo - persino dei comportamenti e dei caratteri più astratti (c'è chi ha parlato di "gene dell'intelligenza", ma anche dell'altruismo, della competitività, della golosità o della pigrizia...). Ultimo esempio, le affermazioni di avere localizzato, analizzando i resti del cervello di Einstein, la "topologia del genio".
"Certamente - sostiene un altro dei relatori di Spoleto, il britannico Michael J.A. Howe, uno scienziato che ha dedicato la propria ricerca al tentativo di individuare le basi fisiche che caratterizzano le "menti eccezionali" - esistono differenze fisiche e psichiche nei cervelli e nelle menti degli individui più dotati rispetto alla gente "normale". Tuttavia - prosegue - vi sono forti motivi per dubitare che le cosiddette "menti eccezionali" siano inerentemente diverse dalle altre sul piano fisico". Non è nel cervello, probabilmente, la diversità, anche se in alcuni casi le abilità appaiono come ereditarie (ma anche in questo caso potrebbero essere frutto di influenze ambientali). "Almeno una parte delle differenze nelle strutture fini e nel funzionamento dei cervelli della gente sono più una conseguenza che una causa delle differenti esperienze. Fermo restando - precisa Howe - che comunque esistono fattori che appaiono quasi sempre nelle diverse manifestazioni del "genio": l'autonomia intellettuale, la tenacia, la forte determinazione".
Ma se le radici biologiche di quella manifestazione estrema della mente che è la genialità sembrano arretrare e sparire almeno come causa diretta, su un altro fronte prosegue il dibattito sull'ipotesi della "mente artificiale", dell'intelligenza costruita dalla tecnologia, l'Intelligenza Artificiale, secondo i suoi profeti futuro erede della nostra stessa primogenitura intellettuale tra i viventi. Una ipotesi che anche un "mostro sacro" come Richard Gregory, uno dei precursori e dei fondatori delle scienze della mente, presente quest'anno a Spoleto, non sembra escludere. Per Gregory, se la coscienza è costruita sulla base dei "qualia", dei minimi quanti percettivi che costituiscono il fondamento del nostro rapporto e interazione col mondo, e anche delle illusioni sensoriali che ci illuminano sui contenuti della nostra mente, non si può escludere la possibilità di catturarli in un programma di computer o in una rete neurale. Perciò, secondo Gregory, non vi sono prove scientifiche o argomenti filosofici validi per escludere in un lontano futuro la realizzazione di macchine intelligenti "autocoscienti". Una prospettiva che però appare problematica all'informatico ed epistemologo Pino O. Longo, dell'Università di Trieste, per la distanza che separa il mondo simbolico della comunicazione da quello fisico: "un organismo vivente - osserva - è una sorta di sintesi di tutte le proprietà fisiche e chimiche dell'Universo, un riassunto della sua evoluzione. In confronto ad esso la mente artificiale rappresenterebbe una assoluta discontinuità nei confronti della storia e dell'ambiente".
Niente di definitivo, insomma: natura della mente, rapporto mente-corpo, predisposizione genetica e plasticità neurale, influenze dell'ambiente e - forse in primo luogo - ruolo del linguaggio nel determinare la nostra ricostruzione del mondo, mattoni del nostro percepire il mondo e agirlo, rappresentano ancora un continente in gran parte inesplorato, anche se la gigantesca mole di dati che le neuroscienze stanno accumulando consente di intravederne alcuni contorni fondamentali. L'incontro di Spoleto rappresenterà quest'anno almeno un contributo a orientarsi tra teorie e ipotesi che sono ancora lontane dal saldarsi in una immagine globale. |