RASSEGNA STAMPA

20 GIUGNO 1999
MICHELE MARI
Un libro postumo di Luporini
Il dilemma Leopardi tra ragione e poesia
L'intensità dei versi è sorretta da una consapevolezza filosofica
Qualsiasi studente liceale che riceva un'educazione letteraria appena decente sa che nella storia della critica leopardiana c'è un anno fondamentale a partire dal quale il grande poeta è stato letto in modo nuovo e irreversibile. Quest'anno-zero della «nuova critica leopardiana» è il 1947, l'anno in cui - impara sempre il nostro studente - due valenti e coraggiosi esegeti liquidarono il riduttivo cliché (di matrice idealistica) di un Leopardi «idillico», vero poeta soltanto negli incantamenti cosmico-naturalistici o nella patetica auscultazione del proprio animo. Contro questa limitazione i due interpreti recuperarono al ritratto poetico di Giacomo Leopardi le sue componenti «impure», dagli impeti oratori a una combattività di stampo eroico alla lucidità intellettuale alla robustezza filosofica, dimostrando l'impossibilità di separare la poesia dal pensiero e insistendo per questo sulla continuità dei Canti con le Operette morali e con lo Zibaldone. Sto parlando naturalmente di Cesare Luporini e di Walter Binni, autori in quel 1947, rispettivamente, di Leopardi progressivo e della Nuova poetica leopardiana. Ora, mentre Binni (che aveva abbozzato le proprie tesi già nel 1935) ha poi pubblicato altri importanti saggi leopardiani, il nome del filosofo Luporini è rimasto legato per gli italianisti a quel primo titolo, originariamente apparso come capitolo del volume Filosofi vecchi e nuovi quindi ristampato a sé nel 1980 e ampliato nel 1993, anno della morte dell'autore. Un titolo provocatorio, Leopardi progressivo (basterebbe pensare allo scherno con cui Leopardi considera le «magnifiche sorti e progressive» dell'umanità), con il quale il marxista Luporini siglava l'impegno democratico del poeta e (segnatamente nella Ginestra) la sua magnanima esortazione agli umani a consorziarsi in social catena. Certo l'idea di un Leopardi socialista ante litteram era eccessiva se non inaccettabile, ma di quella forzatura, come hanno riconosciuto alcuni dei maggiori leopardisti, dallo stesso Binni a Sebastiano Timpanaro, c'era un fisiologico bisogno per reagire con efficacia alla consolidata interpretazione idealistica di Leopardi. E infatti non tanto ha contato la suggestione di un Leopardi «progressista» (gli ultimi decenni hanno al contrario insistito sul suo nichilismo), quanto l'invito a considerare la poesia leopardiana nel suo substrato filosofico: un invito successivamente raccolto da lettori di formazione e orientamento diversissimi come Blasucci, Prete, Severino, Rigoni e altri. Che lo stesso Luporini avvertisse il bisogno di tornare radicalmente sull'argomento appariva già da alcuni brevi interventi dedicati a Leopardi poco dopo il suo ottantesimo compleanno (era nato nel 1909): ma, nonostante qualche discreto accenno, nulla poteva far supporre che egli stesse attendendo a un volume così ponderoso e ponderato come quello che vede ora la luce per le cure prima della moglie Bianca Maria, scomparsa nel 1995, poi di Sergio Landucci (Decifrare Leopardi, pubblicato dall'editore Macchiaroli, pagine 282, lire 75.000). Interrotto dalla morte il volume è rimasto largamente incompleto, con lacune che se creano rimpianto non pregiudicano tuttavia l'organicità complessiva. Devo subito dire che sono rimasto commosso dall'umiltà con cui una «istituzione» della critica leopardiana come Luporini si è riaccostato al suo autore per chiarirne ciò che egli stesso chiama «il mistero». Mistero che nasce appunto da una poesia tanto più intensa quanto più è sorretta da una consapevolezza intellettuale o senz'altro - che è la tesi generale del volume - filosofica. La quantità degli spunti offerti da Cesare Luporini in pagine concettualmente tesissime impedisce un resoconto attendibile, ragion per cui mi limito ad accennare ad alcuni nodi. Anzitutto la questione della modernità di Leopardi, capace di superare i dilemmi tradizionali (antichi e moderni, classici e romantici, sentimento e ragione etc.) in virtù di uno sguardo non storico-culturale ma filosofico-teoretico: quello stesso sguardo che ne fa un «filosofo della differenza» e quindi un ideale contemporaneo di Husserl e Heidegger. Poi la questione del nichilismo, che pur asserito in misura di gran lunga superiore a quanto si dava nel Leopardi progressivo non sminuisce ma anzi alimenta l'agonismo vitalistico di Leopardi («Leopardi è un nichilista non perché abbia un atteggiamento negativo verso qualcosa, ma perché è lui piuttosto a sentirsi negato e cancellato. Tutte le sue negazioni e contestazioni sono una risposta a questa situazione»): è significativo a questo proposito che Luporini eviti sistematicamente il luogo obbligato del «pessimismo». Così come denuncia per luogo comune l'idea del «vago» o «indefinito» come categoria estetica leopardiana per eccellenza, ammettendola in fase di «esecuzione» linguistica ma non in sede di «invenzione», dove prevarrebbe invece una chiarezza intellettuale determinatissima. E' una convenzione su cui si può discutere, ma va dato atto a Luporini di sostenerla - è il pane suo - con un'argomentazione sillogisticamente perentoria: penso in particolare alle pagine sull'Infinito, innovativamente letto non come ricostruzione di una «esperienza» ma come «esperimento volontario» (cioè «provocato» e «guidato») nello sforzo di intuire kantianamente lo spazio puro come «condizione della rappresentazione di ogni cosa sensibile». Resta, alla fine del libro, un senso di vertigine: effetto di un'indagine che per amore del proprio oggetto vi si conforma, non concedendosi nulla di scontato e tutto sottoponendo a una continua, spietata, leopardianissima interrogazione.
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vedi anche
Il Bicentenario di Leopardi